Da un’opera in atto unico di Riyoko Ikeda
Personaggi ed interpreti:
Oscar François de Jarjayes – Contralto
André Grandier – Tenore
Alain de Soisson – Basso
Rénier Augustin de Jarjayes – Baritono
Nanny – Mezzosoprano
Marguerite de Jarjayes – Soprano.
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Le luci si spengono l’una dopo l’altra, il velluto rosso e pesante del sipario si apre lentamente e
pian piano scopre la scenografia: la Francia di fine Settecento, poco prima dello scoppio dei
tumulti della Rivoluzione.
Signore e signori, buon ascolto.
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Contralto:
Placida notte e dolci profumi di fiori nell’aria che non leniscono la sofferenza. Io sul letto,
camicia strappata, orgoglio ferito e pelle nuda esposta.
Sei in piedi di fronte a me e mi fissi con uno sguardo che non ho mai visto nei tuoi occhi; mi
guardi ed io non mi copro nemmeno. Tanto hai già visto tutto quello che volevi vedere ed un
secondo, un minuto, un’ora in più non fanno alcuna differenza.
Guardami, dunque, non mi nascondo. Che senso avrebbe farlo, ora?
Cosa volevi dimostrare, André?
Che sono una donna e che sei un uomo?
Lo sapevo già, questo.
Un estraneo ha preso il posto del mio amico André.
Un uomo che non conosco mi ha rubato l’unico bacio che potrò mai avere, con la forza. Ora
mi copri col lenzuolo, piangi e mi giuri che non mi farai più una cosa del genere.
Per favore, vattene. Non penso di riuscire a sopportare la tua presenza.
Anche io sto piangendo e piango ancora di più quando mi dici che mi hai sempre amato. Non
devi amarmi, André, io sono un soldato e anche se ho un corpo di donna, il mio spirito è
quello di un uomo.
Lasciami sola, non voglio vederti.
Mi sento in colpa, anche se non capisco perché.
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Tenore:
Ti ho fatto del male, Oscar. Ti ho ferita ed umiliata.
Non ho più resistito, perdonami.
Ti ho visto indossare quell’abito, per poi cercare di fuggire dall’amore, da te stessa.
Quanto può sopportare un uomo? Puoi farmi tutto il male che vuoi, ma non posso guardarti
mentre ti distruggi con le tue stesse mani. Perché non riesci a volerti almeno un po’ di bene?
Io te ne voglio così tanto… Non lo farò più, non così. Vorrei baciarti, vorrei toccare ancora la
tua pelle e percorrerti con le mie mani. Ma solo se tu lo vorrai. Ed un giorno sarai tu a
chiedermelo.
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Contralto:
Ho rassegnato le mie dimissioni dalla Guardia Reale. Sua Maestà ha insistito per sapere perché
desiderassi tanto andarmene.
Girodel ed i miei uomini mi hanno supplicato di rimanere con loro. Mi spiace, non posso farlo.
Non sarebbe corretto ed il mio cuore fragile non reggerebbe all’amicizia di quell’uomo che non
mi ama.
E’ da quella sera che non penso più a lui. Dimenticarlo non è poi così difficile; d’altronde, i
miei pensieri hanno preso un’altra direzione.
Mi infilo i guanti bianchi e percorro il lungo porticato.
Reggi le briglie di César, gli occhi puntati a terra, gli avvenimenti dell’altra sera la barriera
invisibile tra noi due.
Non hai il coraggio di guardarmi in faccia, ed io non voglio incontrare il tuo sguardo.
Prendo i finimenti dalle tue mani, stando bene attenta a non toccarti. Mi sento a disagio con te e
ciò non è mai accaduto.
Si può dire che siamo cresciuti, ma entrambi abbiamo pagato caro il passaggio nel mondo degli
adulti: da ragazzini pensavamo che quando saremmo stati grandi avremmo potuto fare quello
che volevamo. Ci sbagliavamo: col l’età aumentano le preoccupazioni, i dolori… e tutti
chiedono di più, sempre di più.
Non fare quella faccia, non lo sopporto! Sembra quasi sia solo colpa mia. Sei tu quello che mi
hai strappato quella dannata camicia. Se vuoi ti rinfresco la memoria: ora è appallottolata in
fondo al mio armadio, quello che non apro mai, nel quale appendo le vecchie uniformi.
Continuo a non guardarti e monto a cavallo. “Dal momento che ho deciso di vivere come un
uomo, non dovrai più occuparti di me. In attesa di prendere servizio, andrò nella villa di
famiglia in Normandia. “ le parole come fucilate, infilate l’una dopo l’altra come se stessi
parlando ad un sottoposto che attende un mio ordine e non all’amico di una vita. Faccio fatica
a chiamarti “uomo”, non ti ho mai considerato tale. Ora so quanto mi sia sbagliata. Ho
abbassato la guardia con te ed ho fatto male.
Raccolgo il mio coraggio e aggiungo: “Per quanto riguarda quello che è successo l’altra sera,
non ce l’ho con te. Comunque, preferisco dimenticare.”
Ecco, l’ho detto. Non sono arrabbiata con te. Ma stammi lontano, non ti avvicinare più a me;
nonostante quello che ti ho detto, non riesco a dimenticare che “quell’altra sera” mi hai
impartito la lezione più dura che potessi darmi: con la tua sola forza fisica, hai demolito il mio
castello di carte.
Sei la persona che più mi ha ferito perché eri quella a me più vicina.
Ma non posso tornare indietro, André: ormai ho scelto, è la mia vita è questa.
Non amerò più nessuno, combatterò e sarò un soldato. Il migliore!
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Contralto, assolo:
Che vento feroce, sembra quasi mi voglia portar via.
Anche se ho indossato il mantello più pesante che possiedo, sento freddo e la tramontana mi
spinge all’indietro. Gli abiti mi si incollano addosso, i capelli nascondono la visuale.
Non ho mai vissuto così, la Normandia. Tutte le volte c’eri tu ed ora, in un certo senso, la tua
assenza si nota più della tua presenza.
Quasi fosse una ripicca, il tempo è il peggiore che abbia visto, qui.
Il nero delle nuvole rispecchia il nero del mio umore. Intrattabile come non sono mai stata e la
servitù ha capito in fretta che mi deve lasciar stare, in questi giorni.
Neanche questo cane vuol venirmi vicino. Forse riesce a fiutare la mia rabbia con il suo naso
fino, è in grado di capire che è meglio evitarmi. Animale intelligente. Dovresti imparare un po’
da lui…
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Soprano:
tu non te ne accorgi, ma ti osservo da lontano. Non ho molto da fare, oltre a tenere compagnia
a Sua Maestà e ciò non accade spesso: la sovrana è una donna giovane ed ha bisogno della
presenza allegra di una sua coetanea. Sei l’unica figlia che è rimasta accanto a me, Oscar, e a
volte mi chiedo se non abbia sbagliato ad assecondare tuo padre nel suo disegno di crescerti
come un uomo. A volte vedo la tristezza nei tuoi occhi, ma non oso domandarti nulla. Cosa
stai cercando, cara? Come potrei aiutarti? Sei felice della vita che conduci? Il tuo cuore è
buono, figlia mia, ma ti basta quello che hai? Non desideri avere qualcuno che ti ami?
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Tenore:
E’ inutile che mi guardi così. Ora non sono più il tuo attendente, posso fare qualsiasi cosa mi
passi per la testa e non ti devo più obbedienza, se non quella che il soldato tributa al
Comandante. Lo so che sei arrabbiata, ma tra noi due quello più lucido al momento sono io,
per cui accetta questo fatto. Quando sei così, non riesci a pensare chiaramente. Mi sono
semplicemente arruolato perché alla fine io sono l’unico che possa proteggerti e questo è
innegabile. Ti sei infuriata perché sai che ho ragione e ti brucia ammetterlo. Quando ti sarà
passata, lo farai, anche se solo dentro di te. Sarebbe uno smacco troppo grosso dirmelo in
faccia, vero, Oscar?
Avanti, arrabbiati e spacca qualcosa. Tirami uno schiaffo, picchiami, ma ricordati quello che è
successo quando lo hai fatto l’ultima volta. Tu che piangevi ed io che stringevo nel il pugno un
pezzo di stoffa leggera mentre non riuscivo a staccare gli occhi dal tuo seno. Sei rimasta
immobile e non hai detto più niente.
Ora, se non altro, hai reagito. Se non altro hai avuto il coraggio di guardarmi in faccia, non
come quell’altro giorno: io a fissarti la schiena e tu con lo sguardo puntato nel vuoto.
Ti ho sentito vacillare, quanto hai detto: “André, io…”
Ormai, sai quello che provo per te. Non devo più nasconderlo, per fortuna, perché mi stava
distruggendo. Ora che non sono più il tuo attendente, posso dimostrartelo in mille modi,
ripetertelo fino alla nausea che ti amo. Che sollievo.
Non ce la facevo più a nasconderlo, a fare finta di non accorgermi di COSA sei, a trattarti
come un amico.
Quanto ci metterai a capire che non puoi farne a meno di me? Lo so da quando siamo nati che
dobbiamo stare insieme e divisi stiamo troppo male. Guardati, Oscar, non sorridi più. Non hai
mai sorriso tanto, ma adesso…
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Basso:
Amico mio, smettila di amarla. E’ il miglior Comandante che abbia mai avuto, ma quella è una
donna da ammirare e non da amare. Per lei saresti disposto a sacrificare anche l’unico occhio
che è rimasto. Lasciala perdere, André, non ne vale proprio la pena. E’ bella da togliere il fiato,
ma fredda come il ghiaccio e non si accorge di te. Se tu sposassi mia sorella, lei non batterebbe
ciglio: sono affari tuoi, ha detto. Lasciala perdere, dammi retta: trovati una donna vera, una
donna che ti scaldi il cuore ed il letto e togliti il Comandante dalla testa.
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Basso, assolo:
E così, hai deciso. Quando mi sono svegliato dopo quell’esplosione ed ho visto come le tenevi
il braccio, ho capito che per te era troppo tardi: non puoi fare a meno di lei. Anche privo di
sensi, hai cercato di starle vicino, di proteggerla. Non mi resta che augurarti buona fortuna.
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Contralto:
Ho male dappertutto, la testa mi rimbomba. Il mio braccio è slogato.
Finalmente un po’ di pace, ora la notte è tornata placida. E’ tutta la sera che Nanny mi gira
attorno e si affanna attorno a me. La mia solita dose di affetto caldo** e me ne sono andata a
letto, ma so già che non dormirò. Ho sempre pensato troppo ed oggi è peggio del solito. La
testa mi pulsa dolorosamente.
Continuo a rivedermi tra le braccia del conte di Fersen e non provo niente. Mi ha stretta contro
di lui e quasi ho provato fastidio. Gli devo molto perché ti ha salvato e a questo punto mi
domando cosa ci trovassi in lui.
Ho gridato quelle parole e non so proprio dove le io abbia prese. Non mi ero resa conto che tu
fossi così importante per me. Quando Fersen ti ha riportato da me e ci ha caricato sulla
carrozza, tu eri praticamente svenuto. Invece di stenderti, ti ho fatto appoggiare alla mia spalla.
Volevo capire cosa si provasse ad abbracciare l’uomo che si ama. In quella notte agghiacciante
ho provato un dolce dolore, un senso di pace e tepore che non ricordavo e la voglia sentirti
vicino.
Tu eri privo di sensi, ed io ti toccavo i capelli, il viso sbarbato di fresco, ma segnato dai graffi.
Sei… bello, André. Ho provato, timidamente, ad appoggiare le labbra alle tue, ma all’ultimo
momento non ce l’ho fatta e ti ho sfiorato la gota con la bocca. Le mie dita hanno percorso la
tua guancia ed io pregavo il cielo che non ritornassi in te proprio in quel momento. Non avrei
saputo dare una giustificazione al mio sciocco comportamento, altrimenti.
Inconsapevolmente, ti sei accomodato meglio tra le mie braccia e sono rimasta immobile, con
addosso te e tutto l’amore che ho scoperto solo un quarto d’ora fa, il cuore che per la prima
volta palpitava assieme al tuo.
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Baritono:
E così, ti vuole sposare. Non avevo idea che le cose tra voi due si fossero spinte fino a questo
punto, Oscar. Se l’avessi saputo, non l’avrei mai permesso, lo avrei mandato in Normandia e
non sarebbe più tornato. Come ti ho già detto, la differenza di rango che esiste fra voi due non
si cancellerebbe mai. Gli hai permesso di prenderti fra le braccia, di averti? Era lui l’uomo del
quale mi parlavi quel pomeriggio di poche settimane fa mentre accarezzavi i petali di una rosa
bianca? Mi hai fatto paura, figlia mia, quando ti ho vista in piedi accanto a lui: era arrivato il
messo della Regina che portava il suo perdono. Io piangevo dalla gioia, mentre eri vicino a lui,
rasente al muro. Non vi stavate toccando, ma sembrava che qualcosa vi avesse legati
indissolubilmente l’una all’altro. Non vi parlavate, non vi guardavate nemmeno, ma le vostre
ombre si fondevano sulla parete, l’una nell’altra. E’ così anche per i vostri cuori?
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Mezzosoprano:
Il mio vecchio cuore ha vacillato: ormai sono vecchia e dovrei stare tranquilla. Ho sempre
avuto paura che finisse così. Tu le hai sempre voluto bene, ma non pensavo arrivassi a voler
sacrificare la tua vita per Oscar. Ora ringrazio il Signore per avervi salvato la vita, ma fate
attenzione, bambini miei, è pericoloso amarvi di questi tempi. Non mi fate stare in pensiero…
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Tenore:
Placida notte e dolce raggio di luna che illumina la tua pelle.
Ti tengo tra le braccia mentre dormi ed io inalo il tuo profumo di donna.
Noi sulla nuda terra, i vestiti sparpagliati attorno perché non volevamo perdere altro tempo.
Sei appoggiata al mio petto e le lucciole vagano in questo cielo scuro, ma che non fa paura.
Come potrei averne? Ci ha accolto e protetto ed ha custodito questo nostro amore.
Non invidio il re, i nobili, gli aristocratici per tutto quello che hanno: anche io sono come loro
perché ho avuto tutto quello che desideravo.
Non ti ho mai sentita ridere così, sospirare e domandarmi tutto l’amore che potevo darti. E’
tanto, Oscar, tantissimo, tu non ne hai idea.
Chiudevi gli occhi quando ti baciavo e li riaprivi quando sentivi le mie mani su di te. Le tue
guance arrossate, le tue labbra gonfie per colpa mia e lo sguardo che brillava.
Finalmente sei venuta da me: in questa placida notte sei diventata mia, Oscar, e sempre lo sarai,
finché avremo vita.
Il sipario si chiude, silenzioso, sulla scena e sulle vite di Oscar e di André.
~ Fine ~
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Postfazione.
Ringrazio Naco-chan per l'aiuto e l'incoraggiamento.
Non so se abbiate mai cantato in un coro, ma se avete fatto quest’esperienza, vi sarete
sicuramente resi conto che le melodie principali di un canto, di un’aria, vengono affidate
solitamente ai soprani ed ai tenori. I contralti ed i bassi, in genere, fanno un lavoro di “bassa
manovalanza”, si occupano del controcanto e la loro partitura è più difficile rispetto a quella dei
protagonisti.
Ho immaginato Oscar come uno splendido contralto, dalla voce bassa e piena. Spero vi sia
piaciuto questo mio piccolissimo esperimento di una song fic molto sui generis.
* Titolo ispirato dal primo verso dell’”Ultimo Canto di Saffo” di Giacomo Leopardi.
** questa espressione è nata perché mi sono ricordata che Janis Joplin beveva un whisky
chiamato Southern Comfort, conforto del Sud. Non so per quale volo pindarico, questo
pensiero mi ha portato all’affetto caldo riferito al cioccolato.
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