La sconfitta
di Gordiano Lupi
Marco era rimasto il solo a sapere quello che era successo e adesso provava l’atroce rimorso di non aver parlato.
Ma era tutto inutile, purtroppo.
Gli avevano fatto tante promesse e lui ci aveva creduto.
Adesso era tardi e in ogni caso non sarebbe servito, il programma di condizionamento aveva raggiunto lo scopo.
E lui non poteva più dire niente a nessuno.
Loro, subito dopo aver preso il potere, invece di stare ai patti, lo avevano gettato in una prigione umida e buia, sperduta in chissà quale regione del paese. Un posto dove nessuno avrebbe mai pensato di andarlo a cercare. E per essere sicuri che non avrebbe parlato gli avevano anche mozzato la lingua con un colpo deciso di cesoie. Aveva gridato come un forsennato, ma nessuno poteva sentirlo. Nessuno. Quel boia aveva rovistato la sua bocca con l’attrezzo micidiale, poi aveva cauterizzato la ferita, mentre lui piangeva ed emetteva suoni sempre più gutturali.
Adesso erano passati molti anni da quelle terribili giornate e Marco aveva continuato a vivere come un animale nella sua lurida cella. Ogni giorno veniva qualcuno a portargli un po’ di cibo e dell’acqua. Lo tenevano in vita e lui non capiva perché. Avrebbero potuto ucciderlo e porre fine a quella sofferenza fatta di rimorsi e ricordi. Lo sbaglio era stato proprio tutto suo, si diceva. Se solo avesse parlato a tempo debito, l’inganno sarebbe stato smascherato. Purtroppo non lo aveva fatto.
In quella solitudine i pensieri tornavano alla mente e non lo facevano stare tranquillo. Avrebbe voluto morire per non sentirsi più torturato dai suoi stessi ricordi. E forse era proprio per questo che loro lo tenevano in vita.
Marco aveva una mansione importante in azienda, prima che accadessero i fatti che avevano cambiato la vita di tutti.
Per questo lo avevano avvicinato.
Loro avevano già acquisito molte televisioni e gran parte della stampa. Decidevano i palinsesti giorno per giorno e tutto seguiva l’andamento voluto dagli organizzatori del piano. Telequiz, grandifratelli, telenovelas brasiliane per tutta la mattina e intermezzi pubblicitari dispensati a piene mani. Poi la faccia rassicurante del boss, che da tempo schizzava fuori dai manifesti a ogni angolo di strada, compariva e spariva quasi fosse un’immagine divina. Lui avrebbe risolto tutto. Bastava avere fiducia e consegnargli in mano il paese. Il resto sarebbe venuto da sé, come d’incanto. Pareva che avesse una bacchetta magica tra le mani, quelle mani da re Mida che toccavano la merda e la mutavano in oro. Lui e il suo faccione sorridente, un sorriso ammaliatore che nascondeva tutt’altri pensieri. Si faceva chiamare Il Cavaliere e si era costruito una figura da personaggio romantico, d’altri tempi. Avrebbe difeso i poveri, anche se era ricco. Avrebbe protetto i deboli e aiutato i bisognosi. Prometteva lavoro per tutti, tasse per pochi e un televisore sempre acceso in ogni casa. Soprattutto quello era importante. Che lo guardassero. Che lo guardassero fisso in ogni momento del giorno.
L’editoria, narcotizzata e assuefatta a dovere, stampava libri su libri scritti da cantanti rock, presentatori di programmi ad alta audience, sportivi di grido e, nelle ricorrenze di rito, sfornava calendari e copertine patinate dispensando con generosità poppe e culi delle maggiorate di turno. Pochi osavano uscire fuori dal coro. Ed erano dei coraggiosi romantici che stampavano libri per patetici incontri di lettura, dove i partecipanti erano solo familiari e amici degli autori. Non erano persone che potessero recare problemi, in ogni caso. Per questo loro li lasciavano fare.
Marco non venne avvicinato direttamente dal Cavaliere.
Lui i lavori sporchi li lasciava fare agli altri. Non era mica un fesso. Quando lo contattarono la catena del condizionamento era già a buon punto e si diffondeva via etere per tutte le reti di proprietà Miniaset. Qualcuno però aveva detto che poteva non bastare e che il pericolo d’una vittoria comunista era forte. Loro non avevano nessuna intenzione di rischiare. Non quella volta.
Poteva essere l’ultima possibilità.
Marco lavorava per conto di una grande industria del Nord che aveva ramificazioni in tutta Italia. Coordinava potenti stabilimenti siderurgici che una volta erano stati di proprietà dello stato, dirigeva la catena industriale e decideva sulla produzione. La proprietà si fidava di lui. Sul lavoro Marco era sempre stato un dirigente impeccabile. Fuori dall’azienda invece si trasformava in un avventuriero privo di scrupoli. Faceva una vita da single separato, in qualche parte del mondo aveva ancora una moglie e di sicuro non sarebbe più tornato da lei. Di tanto in tanto le mandava un assegno per mantenere un figlio che da anni non vedeva. Passava indenne tra le avventure della vita badando bene di non restarci intrappolato. E non era mai sazio. Quarant’anni proprio non se li sentiva e diceva sempre a se stesso che non era nato per la vita di famiglia. No, le pantofole proprio non facevano per lui. La politica e il calcio erano altre due cose che non sopportava. Persino le prossime elezioni lo lasciavano indifferente, così come il campionato che stava finendo e tutto il parlare che si faceva in giro sulla possibile vittoria della Roma. Leggeva poco i giornali e quando qualcuno parlava di politica e calcio si affrettava a cambiare discorso. Lui aveva ben altro da fare. Non guardava neppure la televisione. Diceva che era tempo sprecato e che i momenti liberi preferiva spenderli dietro a qualche donna. E poi ne aveva sempre poco di tempo, o almeno meno di quanto ne avrebbe voluto.
Marco ricordava ancora il giorno che lo avevano contattato.
Lui si trovava in Toscana, presso la sede del più grande stabilimento del gruppo. Il suo segretario personale riferì che c’erano tre individui della Miniaset che volevano parlare con lui.
"Con me? - rispose Marco meravigliato - Mi vogliono scritturare per la televisione?"
Li ricevette.
"Quello che stiamo per proporle è una cosa molto delicata" disse il primo che sembrava il capo del gruppo.
"Può cambiarle la vita" disse un altro.
"Ma deve fare molta attenzione" concluse il terzo.
Pareva che parlassero a frammenti. Proprio come i nipotini di Paperino, pensò Marco. E buffi lo erano abbastanza in quei completi blu scuro e cravatta azzurra, a imitazione del Cavaliere.
"Sentiamo" ripose Marco incuriosito.
"Tra poco ci saranno le elezioni…" attaccò il primo.
"Non sarete venuti qui per parlare di politica, spero? Non me ne occupo dalla fine degli anni settanta…"
"Mi lasci finire. Le ho detto che tra poco ci saranno le elezioni. Noi abbiamo fatto sforzi enormi per centrare l’obiettivo, questa volta. Sforzi di ogni tipo. Ma temiamo che possa non bastare".
"E io cosa c’entro?"
Quello che sembrava il capo riprese subito.
"Ci arriviamo. Ha mai sentito parlare di condizionamenti?"
"Certo che sì".
"Forse però non come li intendiamo noi".
"In che senso?"
"Nel senso che è finito il tempo dei grandi manifesti, delle parole in televisione, degli spot elettorali. Sono tutte cose superate. Ci vuole qualcosa di più sicuro".
"Di più sicuro?"
"Noi abbiamo già provveduto a realizzarlo. Però prima di proseguire vogliamo sapere se è disposto ad aiutarci. Dobbiamo firmare un accordo, perché lei sa che fidarsi è bene ma…"
Marco ci pensò un po’ su. In realtà non aveva compreso molto di ciò che quegli individui gli stavano proponendo, però considerò che si trattava di fare un lavoro facile e di guadagnarci sopra qualcosa. E la cosa non lo disgustava per niente.
Firmò quell’accordo, purtroppo.
Allora non sapeva che se ne sarebbe dovuto pentire amaramente.
Marco cominciò a fare tutto quello che loro gli chiedevano.
Manomettere il ciclo produttivo. Inserire un additivo nuovo tra i materiali combustibili. Aumentare l’intensità delle immissioni maleodoranti, soprattutto la notte.
Pagavano bene. Non solo, a cose fatte gli avevano promesso un posto di rilievo al Ministero dell’Industria.
"A elezioni vinte sarà il tuo premio" disse il capo del terzetto.
Ci furono timide proteste in alcune città, condotte dai soliti idealisti che lottavano per l’ambiente e contro l’inquinamento. "Sono solo dei poveri idioti. Non sanno cos’è il progresso" diceva Marco. Il problema non lo toccava. Lui era pagato bene per quello che stava facendo e di ciò che pensavano gli ambientalisti se ne sarebbe infischiato. Come sempre, in fondo.
Marco tanto mica le respirava quelle pestilenze notturne!
Prendeva alloggio ben lontano dagli stabilimenti e si premuniva secondo le precauzioni igieniche consigliate dall’azienda. Aveva molta cura della sua salute e conosceva a menadito i rischi che poteva correre. Poi le sue serate non le trascorreva mai in fabbrica. Frequentava i night più costosi, quelli rinomati perché ci lavoravano ballerine slave e brasiliane dalle curve mozzafiato. Preferiva le ultime, a dire il vero. Per via del culo.
"Dite culo e dite Brasile – era solito affermare – chi ha il culo più sodo di una brasiliana?"
Questo era un argomento sul quale si accalorava volentieri.
Altro che politica! Altro che elezioni!
Ricordava ancora un viaggio premio a Fortaleza di alcuni anni prima. Che donne! Che notti di sesso e avventure!
Gli era quasi venuta voglia di mollare tutto e trasferirsi là, anche perché ormai aveva ben poche cose da lasciare e non ci sarebbero stati motivi di rimpianto. Ma non l’aveva fatto. Purtroppo
Marco lavorava ed eseguiva le loro direttive.
In fin dei conti non erano neppure in contrasto con quelle dell’azienda. Si trattava solo di inserire un additivo e di fare un po’ di puzza in più la notte. Tutto qui.
Loro non pretendevano altro.
Però Marco non aveva tenuto conto che il suo stile di vita ne faceva un soggetto pericoloso e loro non potevano fidarsi di lui e lasciarlo libero. Non guardava la televisione, non si interessava a politica e calcio, in una parola non era condizionabile e restava fuori dall’intero progetto. In compenso sapeva tutto ed era rischioso tenerlo in giro.
Marco adesso si rimproverava d’essere stato solo uno stupido manipolato dagli uomini del Cavaliere. Aveva contribuito in modo determinante alla sua vittoria senza trarne alcun beneficio.
Anzi, lui per ringraziamento lo aveva fatto sbattere là dentro, tra quattro mura ammuffite e tappezzate con la sua immagine.
Marco conosceva lo sporco gioco al quale si era prestato, senza però restarne condizionato.
Di notte l’additivo che usciva dalle ciminiere annebbiava le menti e faceva tabula rasa di pensieri e convinzioni personali.
Di giorno le televisioni del Cavaliere riempivano i cervelli ridotti a vuoti contenitori con slogan farneticanti.
Adesso capiva. Adesso era chiaro perché vecchi operai, che un tempo avrebbero votato a sinistra senza esitazione, si aggiravano come zombie ripetendo all’infinito: "Meno tasse per tutti!", "Un buon lavoro anche per te!", "Un presidente operaio per i problemi del lavoro!"…
Adesso capiva. Ma era troppo tardi.
Loro avevano vinto e lui non aveva avuto neppure la ricompensa. Restavano solo rimorsi e rimpianti e una faccia sorridente per unica compagna, a ogni angolo della cella.
Per sempre.