DANNI PERMANENTI
di Roberto Frini
Sullo sfondo della città, passante tra tanti, si muoveva Pierpaolo, camminando senza meta, e si sentiva privo di fili. Era soltanto un’impressione, o il selciato si apriva ad ogni suo passo? Il timore di cadere lo faceva procedere con estrema cautela.
Nessuno si sarebbe accorto di quel che accadeva dentro di lui se non ci fosse stato l’incidente con il giovane in bicicletta. Pierpaolo stava attraversando la strada, sfiorando quasi i fanali delle automobili, quando il giovane, su una bici sportiva, era sbucato da un corridoio, incurante delle strisce pedonali e del rosso.
La ruota anteriore aveva continuato la sua corsa sopra la scarpa di vernice nera, prima che il giovane frenasse. La bicicletta, sbandando, aveva sbattuto contro Pierpaolo.
"Fottuto bastardo!"
Era uno come tanti, prima. Anzi, meglio di tanti. Vestito con eleganza, abbronzato, bel taglio di capelli, occhiali scuri di un famoso stilista, cellulare ultimo modello, orologio d’oro.
"Pezzo di merdabastardorottinculofigliodiputtana! Verme schifoso!"
Qualcosa era scattato dentro di lui, qualcosa che lo aveva invaso già da tempo e aspettava il momento per esplodere. Pierpaolo aggredì il giovane senza dargli nemmeno la possibilità di scusarsi. Cominciò a tempestarlo di pugni e quando fu a terra di calci in faccia.
"Tu non sai chi sono io! Sono un vincente! Non un verme come te!"
Sotto gli occhi esterrefatti dei passanti, nessuno dei quali ebbe la prontezza e il coraggio di intervenire…
… quello è pazzo … una furia scatenata …
… Pierpaolo strappò la catena della bicicletta, sporcandosi di grasso le mani e i polsini della camicia firmata, e l’avvolse intorno al collo del ragazzo, stringendo.
Stringendo.
stringendo.
Un’auto della polizia a sirene spiegate inchiodò in mezzo all’incrocio. L’agente scattò fuori e si precipitò su Pierpaolo. "Fermo," disse.
Pierpaolo si rivoltò contro di lui, colpendolo con un pugno in piena faccia. I suoi occhi erano iniettati di sangue, e le vene delle tempie pulsavano, gonfie.
Afferrò la pistola e puntò la canna contro la faccia del poliziotto. "Siete tutti dei vermi. Stronzifiglidizoccola, esseri inutili, con chi credete d’aver a che fare? Io sono un vincente, voi siete delle nullità."
Pierpaolo sparò all’agente e, subito dopo, al volto rubizzo del giovane.
"Vermivermivermi, ecco cosa siete! Non io, oh io no, io appartengo a quelli che vincono, sempre."
Sparò anche al secondo poliziotto, e a una donna che s’agitava nel suo campo visivo. Poi, una parte del suo cervello si rese contò di ciò che aveva fatto e fu colto dalla paura. Questione di secondi. Gettò la pistola e cominciò a correre, spintonando e gettando a terra chiunque gli si parasse davanti. Udì il suono delle sirene crescere fino ad assordarlo. Continuò a fuggire.
*
Non era sempre stato così. Soltanto due anni prima Pierluigi aveva fatto il grande salto: dalla provincia, dove comunque gli era riuscito di laurearsi in economia, pur senza brillare negli studi, alla grande città. Da solo. Lo scopo era quello di trovare un’occupazione ben retribuita. Un suo professore gli aveva dato un consiglio, e glielo aveva dato con una luce di complicità negli occhi che allora Pierluigi non aveva potuto comprendere.
Gli aveva detto: "Prova a mandare il tuo curriculum al dottor Sarti, della ***. Lo conosco bene, è un uomo che sa valorizzare i giovani. Ti darò una lettera di presentazione."
Pierluigi s’era stupito molto di quella raccomandazione, considerato che lui non poteva considerarsi uno studente-modello e che la ***, pensava, assumeva soltanto laureati con il massimo dei voti. Comunque, aveva accettato il consiglio.
S’era presentato con la lettera al dottor Sarti, anzi, per la verità, alla segretaria del dottor Sarti. Un gran pezzo di figliola, alta, bionda, una bellezza da televisione. Pierluigi era ancora un giovane timido e impacciato, non aveva fatto nulla per attaccare discorso con la bionda mentre aspettava. Poi il dottor Sarti lo aveva chiamato. La segretaria lo accompagnava con lo sguardo mentre entrava.
Lo studio di Sarti era spazioso, pieno di luce, con una parete occupata da una gigantografia del Cavaliere e della sua famiglia. Il dottor Sarti lo aveva salutato gentilmente e invitato ad accomodarsi, mentre Pierluigi guardava lo splendido panorama della grande città che si poteva osservare dall’ampia finestra e da quell’altezza. S’aveva quasi una visione completa. Per la verità, Pierluigi non credeva d’essere salito tanto in alto. Dopo aver letto le righe di presentazione scritte dal professore, il dottor Sarti aveva annuito. Poi lo aveva fissato con insistenza e, infine, gli aveva chiesto: "Lei si sente davvero pronto a lavorare per il Cavaliere?"
"C-credo di sì."
"Quel credo non mi piace. E nemmeno il balbettio. Deve imparare che noi disapproviamo chi ha dei dubbi, chi tentenna. Chi ha paura d’affrontare la battaglia. Perché la vita è una battaglia, se lo metta in testa, il lavoro è una battaglia. Per arrivare dove è arrivato," e indicò un punto in alto, molto più in alto di loro, "il Cavaliere ha dovuto vincere molte battaglie. E suo figlio, che mi dice di suo figlio, non somiglia a un guerriero?"
"Non saprei."
"Ecco, il dannato condizionale. Segno di dubbi mentali. Impari a dire so, posso, lotto, vinco. Elimini il condizionale dalla sua vita. Ora glielo ripeto: vuole davvero lavorare per il Cavaliere?"
"Sì. Voglio."
"Bene, così va già meglio. In ogni caso, non si deve allarmare. La ***, su idea del Cavaliere, ha messo a punto un macchinario che l’aiuterà a diventare un perfetto manager. Un uomo vero, duro, pronto a tutto, perfetto per la guerra che ogni dipendente del Cavaliere deve combattere. Il professore gliene avrà accennato."
"Per la verità, no."
"Fa niente. Le spiegherò tutto. Naturalmente sarà libero di non accettare. In questo caso, però, dovrà sottoporsi ad un altro trattamento. Di modo che dimentichi tutto ciò che le ho riferito." Sarti s’alzò in piedi, eretto, granitico. "Guardi." Indicò la gigantografia. "Non sono magnifici?"
Pierluigi non rispose, limitandosi ad annuire.
"Voce, figliolo. Voce!"
"Sì."
Il suo sguardo s’era comunque appuntato su una delle figlie del Cavaliere, la più grande. Il dottor Sarti se ne accorse.
"E’ bella, vero?"
Pierluigi annuì anche questa volta. Il dottor Sarti scattò verso di lui e lo afferrò per il colletto. "Se vuole lavorare per il Cavaliere deve imparare a imporsi. Il trattamento è utile, ma non può nulla se non c’è la volontà, seppur latente. E la voce è uno dei mezzi che l’uomo vincente deve usare per imporsi. Se non impara ad imporsi, può anche fare a meno di guardare la figlia del Cavaliere. Quella ragazza è molto giovane, ma è già una dea corteggiata da migliaia di uomini. Per conquistare una donna bisogna lottare, sconfiggere i nemici, vincere. Noi possiamo fare di lei un vincente, ma deve cominciare a pensare nella maniera giusta. D’accordo?"
Pierluigi fece sentire la propria voce, e questa volta non bisbigliò. "D’accordo."
*
La prima cosa che Pierluigi notò entrando in una delle sedi della ***, fu che v’era un gran numero di giovani come lui, e che il loro aspetto era però molto diverso dal suo. Sorridevano tutti, parlavano con voce ben modulata, chiara e sostenuta, avevano un portamento solido e fiero. Vestivano in maniera elegante, erano abbronzati e con i capelli corti ma curati. Non c’era uno stempiato, tra loro, e di sicuro nessuno che patisse il problema della forfora o della pelle grassa. Sembravano non patire alcun problema, per la verità. Dirigendosi verso l’ascensore, si sforzò d’imitarli. Voleva far bella figura con il dottor Sarti, voleva dimostrare che aveva capito il senso delle sue parole.
Sarti questa volta lo accolse in un ampio salone arredato con uno sfarzo che poteva sembrare eccessivo persino per una proprietà del Cavaliere. "Ma è importante," spiegò Sarti, "per chi vuol diventare un vincente, vedere intorno a sé il lusso, così da sentirne il bisogno. Desiderare una vita agiata è la molla che fa scattare la voglia di affermarsi, di vincere."
"Giusto," annuì Pierpaolo.
Sarti lo fissò, poi sorrise compiaciuto. "Allora, ha deciso?"
"Certo. Voglio sottopormi al trattamento."
"Ne è sicuro?"
"Sì." Senza balbettii, senza tentennamenti. Sguardo sicuro, postura eretta.
"Bene. Ci contavo. Sento che dentro di lei v’è lo spirito del vincente, e di queste cose me ne intendo. L’avverto: il trattamento sarà lungo e, a volte, fisicamente doloroso. Dovrà anche sottoporsi a un vero e proprio intervento chirurgico."
Pierpaolo non fece una piega. "Senza sacrifici non si ottiene nulla."
"Purché il sacrificio non sia eterno," aggiunse Sarti. "Chi vince sa trarre il massimo dal minimo. Se lo ricordi."
"Giusto."
*
Pierluigi fu ricoverato in una clinica privata di proprietà del Cavaliere insieme ad altri cinque giovani. Non v’erano donne tra loro. "Le donne," gli aveva spiegato Sarti, "hanno un altro ruolo nel nostro mondo." Non aveva però chiarito quale fosse questo ruolo.
Il trattamento cominciò dopo un giorno di ricovero e di esami. Pierluigi venne portato in un locale e qui lo sottoposero a un vero e proprio lavaggio del cervello. Fu immerso in una vasca piena d’acqua. Non capì cosa gli stessero facendo, ma sentiva un leggero dolore alle articolazioni, brividi di freddo e vedeva se stesso sciogliersi come una forma di cera. Urlò, e urlò. Ma quando la vasca fu svuotata, si sentiva libero e pieno d’energia.
Poi fu operato. Non seppe in che modo, e a quale scopo, però si risvegliò dall’anestesia e scoprì d’essere diventato cieco. Poche ore dopo, udì le voci rassicuranti del medico e di Sarti. "L’operazione è riuscita perfettamente," disse il primo.
Sarti sorrise. Non poteva vederlo, ma sapeva che stava sorridendo. "Ora è dei nostri. Sente dolore?"
"Un po’. Come un’emicrania."
"Passerà. E presto le tornerà anche la vista. Ma sarà una vista diversa. Vedrà come deve vedere un vincente. Il Cavaliere mi ha incaricato di darle il benvenuto. Lui è sempre felice quando un altro giovane diventa membro della ***."
*
Come gli aveva assicurato Sarti, il dolore cessò. E pian piano riprese a vederci. Inizialmente soltanto delle ombre, poi le ombre assunsero un contorno netto e divennero delle figure. Vide Sarti, e vide i giovani che erano entrati con lui nella clinica. Vide se stesso. Il suo aspetto non era cambiato, ma la luce nei suoi occhi sì. Era l’espressione sicura, determinata, di chi vuole ottenere tutto dalla vita. Alcune ombre rimasero però nel suo campo visivo. Quando Sarti lo accompagnò nel suo nuovo appartamento, gli spiegò che quelle ombre erano i diversi, le persone che non valeva la pena vedere, la massa, i perdenti.
Tempo dopo, Pierluigi era ormai diventato un membro a tutti gli effetti della ***, un uomo del Cavaliere, con i doveri e i privilegi che un tale ruolo comportava. Lavorava senza mai discutere gli ordini che gli venivano dati, propagandava il credo del Cavaliere, partecipava alle riunioni, viveva soltanto con i suoi simili, disprezzava gli altri. Aveva cominciato a vederli, questi altri. Gli apparivano come degli obbrobri, degli esseri repellenti, dei vermi. Guadagnava bene, e la sera era sempre impegnato in feste molto esclusive.
*
Fu a una di queste feste che la sua mente cominciò a mostrare i primi sintomi degli effetti dannosi che in alcuni soggetti sortiva il trattamento. Un suo collega, tempo prima, era esploso letteralmente in aria, disgregandosi. Prima erano esplosi gli occhi, poi la testa e infine il corpo. In un attimo di lui erano restati soltanto alcuni brandelli sanguinolenti. Per fortuna era successo durante una riunione. Sarti e gli altri capi avevano minimizzato l’accaduto. Non se n’era più parlato. A scatenare in Pierluigi l’accesso di rabbia fu la frustrazione. Anche se Sarti aveva sempre negato che nel loro ambiente potesse esistere un sentimento del genere, Pierpaolo cominciò a provarlo il giorno in cui conobbe Silvia, la figlia del Cavaliere. Prese a farle una corte spietata. I suoi colleghi lo invitarono a lasciar perdere. Silvia era la figlia del Cavaliere, quindi una specie di principessa. Nessuno di loro poteva ambire al suo amore. Altri ci avevano provato, ma erano stati respinti con un cortese, sottile disprezzo. "Io ce la farò," ripeteva Pierpaolo. "Sono un vincente. Ce la farò."
Ma quella sera, alla festa, a cui presenziava il Cavaliere in persona, fu annunciato il fidanzamento di Silvia con il figlio di uno dei più ricchi imprenditori del paese. Pierpaolo proruppe in un grido di rabbia, spintonò chiunque gli capitava a tiro e raggiunse Silvia, schiumando e fissandola con ardore. "Tu sarai mia. Io vinco sempre, sono stato programmato per questo." Le guardie del corpo lo afferrarono e lo condussero in un salotto, dove Sarti lo redarguì severamente. "Il Cavaliere non tollera certi comportamenti, e non tollera che un dipendente osi avvicinare sua figlia. Se succederà ancora, lei non sarà più un membro del nostro mondo." Sapeva bene che sarebbe successo, lo vedeva negli occhi furiosi di Pierpaolo. Successe, e Pierpaolo fuggì al loro controllo.
*
Ora s’aggirava per la città, ramingo e desideroso di mostrare che lui era un vincente, che non s’arrendeva così. Silvia sarebbe stata sua. Nessun poliziotto lo avrebbe fermato, e se il Cavaliere osava opporsi, lo avrebbe ucciso. Quell’ometto rigido e impettito non poteva impedirgli di ottenere ciò che voleva. Loro lo ripetevano sempre: "Un vincente può tutto." Era notte quando decise di tornare a casa. In fin dei conti aveva dei privilegi, quegli esseri vermiformi che aveva ucciso erano spazzatura, lui apparteneva alla ***, poteva permettersi di fare questo ed altro. Giunto a pochi metri dall’isolato in cui abitava, vide un’auto scura ferma in mezzo alla strada. Ne scesero due uomini. Avanzarono verso di lui. "Che diavolo volete?"
"Veniamo da parte del Cavaliere. Il Cavaliere è stanco di te. Sei danneggiato, ormai, irrimediabilmente."
Uno dei due estrasse una strana pistola. Era lucida, trasparente, a due canne. Sparò raggi sottili che colpirono gli occhi di Pierpaolo.
"Io … s-sono … un vin … centeeee …" Furono le sue ultime parole. Poi i suoi occhi esplosero, la sua testa esplose. Il corpo s’afflosciò a terra.
I due uomini s’affrettarono a caricarlo nel portabagagli dell’auto, che s’allontanò nella notte.
Sulla strada rimasero alcuni frammenti di cervello, delle macchie di sangue e un piccolo oggetto metallico, una sfera di pochi millimetri, che nessuno avrebbe mai potuto capire a cosa serviva.