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La spedizione di Orellana (1541-1542) Mentre Pizarro ritorna a Quito, Orellana continua a spingersi verso est. Gaspar de Carvajal scrive nel suo diario: "La corrente è sì forte che fin dalla partenza facciamo venticinque leghe al dì, e ci costerebbe gran fatica risalire in senso invero". Dei ricchi villaggi promessi non si vede l'ombra. L'unica soluzione e proseguire. "Non avevamo più alcunchè da mangiare, salvo cinture di cuoio e suole di scarpe fatte bollire con talune erbe". Al termine di una lunga settimana, sentono infine il suono dei tamburi nella foresta, ed ecco apparire un villaggio. Orellana offre al capo una veste color porpora, annunciandogli che da quel momento è un vassallo dell'imperatore Carlo V, in nome del quale prende solennemente possesso delle terre. Dopodichè di fa baldoria. Orellana battezza il luogo "Terre di Aparia il Piccolo", perché viene a sapere che più a valle, sul fiume, vive un altro Aparia, un signore molto più importante, che chiamerà Aparia il grande.
Nel frattempo gli uomini discutono sulla promessa di tornare fatta a Pizarro, e tutti concordano che sarebbe praticamente impossibile risalire i 1200 chilometri di fiume impetuoso appena discesi. Meglio proseguire e tornare poi in Perù per mare: l'oceano, infatti, non può essere lontano, dato che il fiume si allarga visibilmente di giorno in giorno. Orellana decide allora di costruire un secondo brigantino, perché non si può certo affrontare l'oceano in piroga. Così quei rozzi soldati si mettono al lavoro, improvvisandosi taglialegna e carbonai. L'impresa più dura è quella di forgiare i circa duemila chiodi necessari, cosa che richiede un mese. A quel punto, le relazione con gli indios stanno cominciando a guastarsi e Orellana preferisce riprendere la navigazione: ci sarà il tempo per montare il battello più avanti. Ma prima di questa nuova partenza, Francisco de Orellana, abile politico, si fa eleggere all'unanimità dai suoi compagni comandante generale e rappresentante della Corona di Spagna al posto di Pizarro: tutti controfirmano l'atto che ne farà fede davanti ai notai. Orellana cerca allora tra i suoi uomini sei volontari, cui offre mille "castigliani", cioè quattro chili di oro, per tornare da Pizatrro a portargli notizie: si fanno avanti solo in tre. Sono troppo pochi. Di fronte alla portata delle difficoltà, il progetto viene abbandonato e la spedizione riprende.
Quindici giorni più tardi, ecco le terre di Aparia il grande. Orellana ed i suoi compagni, che si presentano come Figli del Sole suscitando viva impressione fra gli indios, vengono accolti con grande cortesia. Inoltre il cibo è abbondante e saporito. Insomma, è il luogo ideale per fermarsi a montare il secondo brigantino: calafato di cotone selvatico e olio di pesce, sarà varato il 24 aprile. Il 12 maggio, in vista di un grande villaggio molto animato, una numerosa flotta di piroghe armate, i cui occupanti si nascondono dietro alti scudi, attacca le navi al grido di "Vi mangeremo tutti!". Due giorni di aspri combattimenti costeranno agli spagnoli un morto e quindici feriti, ma permetteranno di far man bassa di provviste, tra cui migliaia di uova di tartaruga. "V'era di che nutrire un regio esercito per un anno intero" precisa Carvajal. La regione a cui sono giunti è sen'altro la più popolosa finora incontrata: è il paese dei machipora. Poi raggiungeranno il paese degli omagua, i cui villaggi si susseguono a tiro di freccia per più di cento leghe. Superano le bocche del Caquetà e più avanti arrivano a quelle di un fiume le cui acque sono scure come l'inchiostro, che battezzano appunto Rio Negro. Qui, un giorno verrà fondata Manàos (l'odierna Manaus), la leggendaria capitale del caucciù.
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