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Rara realizzazione della bellezza
di Lido Valdrè
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Nota critico-biografica a cura di Anna Spadari |
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Ho sentito per la prima volta il nome di Gaggetta molti anni fa passando di fianco alla palazzina di via Saffi a Imola. L’intera parete esterna che dà sul prato era occupata da un enorme affresco che attirò la mia attenzione per il suo stile singolare. "Lo hanno fatto gli studenti del Liceo", m’informarono. Naturalmente, quella spiegazione non poteva soddisfarmi. D’accordo gli studenti del Liceo, ma lì c’era troppo palesemente una mano guida che non s’era limitata a dare unità al complesso e che s’imponeva allo sguardo, al di là delle varianti individuali di cui una classe di giovani al lavoro aveva pur lasciato qualche segno.
Più tardi seppi a chi apparteneva quella mano che aveva trasmesso in modo così visibile la sua impronta sull’affresco della palazzina. Fu in occasione di una mostra di gruppo dal piglio provocatorio allestita dalla Galleria del Risorgimento di Imola, da Camorani, Di Iorio e da quest’altro giovanotto che trovai in galleria. Era Mirco Gaggetta, un giovane veneziano trapiantato a Imola non so in seguito a quali vicende e con quali prospettive, un ex ragazzo prodigio con proprie iuvenilia collocate in sale veneziane di grande prestigio. Mirco si offrì subito di spiegarmi il senso della provocazione che si stava consumando nella di solito quieta atmosfera del Risorgimento, che consisteva materialmente in una serie di rotoli di carta da pacchi dipinti o in attesa di essere dipinti e offerti in vendita a diecimila lire il metro quadrato. Vennero fuori nel suo discorso temi di grande portata sulla funzione dell’arte, sul mercato, sulla libertà dell’artista, sulla responsabilità degli Enti Pubblici nei confronti degli eventi culturali…
Da questi temi di sociologia dell’arte ci vuole nulla per passare a se stessi. Per nessun altro, come per il pittore, è facile farsi trascinare dentro l’autobiografia artistica. Il pronome "io", espresso o sottinteso, o addirittura mascherato, domina in lungo e in largo in tutti i giudizi e le argomentazioni. Per un ascoltatore attento nulla è più fuorviante e nello stesso tempo illuminante delle parole di un pittore che parla del proprio lavoro. Fuorviante perché i segni del linguaggio verbale sono troppo diversi dai segni del linguaggio pittorico. Le parole, nonostante la loro ricchezza, mai riescono a "mostrare" un’idea pittorica con la stessa immediatezza delle linee e dei colori. Il discorso prende strade contorte, lastricate a volte di confezioni semantiche mandate a memoria, pronte per l’uso a seconda dei livelli dei diversi parlanti. Illuminante perché quelle stesse parole tradiscono posizioni, emozioni, pensieri che contrastano con le intenzioni di chi le ha pur dette e che rivelano, per chi ha orecchio pronto, il senso vero delle opinioni.
A Mirco piace parlare. Da quel giorno ha discusso a lungo con lui, in gruppi di varia consistenza in quel rustico di Zello che ho visto diventare giorno dopo giorno quasi una villetta, in virtù delle sue mani veramente abili in tutto. Abbiamo fatto bisboccio fino a notte. Abbiamo litigato: grandi litigate feroci che si fermavano un attimo prima di diventare zuffe. Milioni di parole nel tentativo di aprire uno squarcio nel velo di Maja che lascia trasparire l’incantesimo dell’arte, da quell’arte che legioni di turisti consumano ogni sabato e domenica e festivi nei musei e nelle grandi esposizioni a quella che i "cronisti" accumulano inesorabilmente nei loro ripostigli con la speranza d’aver trovato, o di trovare un giorno, quel colpo di pennello che fa diventare una tela qualunque un quadro vero, magari con un compratore. Dalla meraviglia per i grandi al disprezzo per gli altri si muove questa corrente inesausta che conduce alla rara realizzazione della bellezza.
Mirco ama dire dei suoi quadri: "Non so se sia arte, so di certo che è pittura". Con tutto ciò, non riuscirei a spiegare l’idea che lui aveva della pittura. Io subisco il fascino del suo segno e delle sue colate di colore. La sua calligrafia esibisce singolari squilibri che costituiscono uno stilema. Un giorno gli lanciai una sfida e gli chiesi di illustrare a sua scelta alcuni episodi tratti dal primo canto della Gerusalemme Liberata. Me ne fece otto piccoli pezzi a matita che mi regalò e che conservo nello studio, incorniciati insieme e appesi alla parete proprio davanti ai miei occhi. Li considero un repertorio semiologico in bianco e nero, un alfabeto essenziale della sua pittura, una sorta di disposizione di segni che attendono il colore. La colata darà a questi elementi la loro fisionomia.
Fu una sfida anche quel pezzo col quale "commentava" il mio libro Il linguaggio dell’eros, in quel momento in stampa presso l’editore Rusconi. Lo inviai subito all’editore e non mi stupii che fosse immediatamente prescelto fra tutte le proposte per la copertina della prima edizione. Sono sicuro che Gaggetta non accetterebbe di essere considerato un "illustratore". Un giorno o l’altro, se le vicende di questi anni frenetici ci condurranno a ritrovarci a Zello, discuteremo della cosa davanti a un paio di bottiglie di vino. Volesse il cielo che finisse, come allora, a rasentare la zuffa.
Urbino, febbraio 2000
| Nota critico-biografica | |
a cura di Anna Spadari
Da dove vengono le cose e dove vanno? La pulsione, o la forza, come la chiamava Leonardo, è questo andare o venire, la rivoluzione delle cose verso la loro qualità. E come si combinano le cose? Come trovano la loro combinazione il corpo immortale e la scena originaria dell’arte, senza omaggi ai concetti di progresso e di evoluzione? Nell’arte di Mirco Gaggetta, della rivoluzione importa il volume e, in ciascuna opera, l’itinerario dalla logica particolare alla cifra. Allegoria, aneddoto, racconto, saga, nelle opere di Mirco Gaggetta sono articolati a partire dalla ricerca intorno al volume. Volumi e piani in cui il corpo non fa massa, ma materia della superficie. In ciascuna storia che si narra nelle opere di Gaggetta, il corpo ha un suo rilievo, mentre il ritmo della narrazione è differente e vario. Così come, nel suo itinerario artistico, differente e vario è il vento, che arriva e porta via, via tra le sue volute e i suoi volumi, ogni pesante ricordo, per lasciare soltanto la scrittura della memoria. "Il pesante ferro si reduce in tanta sottilità mediante la rima, che il piccolo vento poi lo porta via", annotava Leonardo (Ft, III, 47 r). Nessun regime contro cui rivoltarsi, se la semplice lima può polverizzare il ferro. Guardiamo il dipinto La zattera, del 1994, realizzata in seguito alla scomparsa del padre, il pittore Sergio Gaggetta: sotto la zattera dei quattro naviganti, che evocano quattro differenti pose dinanzi ai bagliori del dio/sole fonte di vita, non un corpo inerte ma una scultura, opera dello stesso artista. In un articolo del 1983 Aldo Spinardi notava che Gaggetta "scolpisce con il pennello". Niente di più specifico per chi, come lui, gioca come il vento con la terra e, scavalcando valli, fa spiccare alte le vette delle montagne. La scultura è l’arte del rilievo, ma prima di tutto è l’arte del levare, l’arte del sollievo. Il dipinto Arrivederci, del 1999, evoca una figura femminile che sta per levarsi gli indumenti come un’attrice nel suo camerino? Ha forse trovato un modo per sentirsi sollevata? L’artista allude con ironia alle facili illusioni degli umani. E spesso egli pare combattuto fra Prometeo ed Epimeteo: diamo agli uomini o agli animali lo scettro che deciderà il destino del pianeta? Ma la dicotomia aristotelica uomo-animale diviene nell’opera di Gaggetta ossimoro e trae verso l’animale fantastico.
Libertà e indipendenza nell’arte di Mirco Gaggetta. Ma la sua rivoluzione è senza rivolta. Nonostante, qua e là, alcuni temi affrontati nel periodo dai venti ai trent’anni possano suggerire qualche funzionalità didattica per la sua arte. Né possiamo limitarci a rintracciare una radice cubista, se già nel 1985 l’artista dichiarava in un’intervista: "La tradizione cubista è usata per elaborare una nuova figurazione. Non so dove questa figurazione mi porterà. I temi che elaboro sono comunque presi dalla realtà. Utilizzo la figura come un pretesto. La figura mi interessa per il suo volume, per il suo dialogo con lo spazio, questo costituisce l’intelaiatura del mio operare".
Mirco Gaggetta nasce a Venezia il 30 maggio 1955. Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti, viene ospitato nel prestigioso Palazzo Carminati, dove espone fin dal 1974, nel clima della Fondazione Bevilacqua La Masa, quel clima che lo situa subito nel panorama dell’arte internazionale, accanto a maestri della terza generazione del novecento, come Vedova, Guidi e Basaglia. La sua committenza più forte, già a vent’anni, la riceve dall’ambito istituzionale, ma, come notavo Tommaso Trini in un saggio del 1985: "In quel che ieri si definiva ‘il rapporto col sociale’, Gaggetta mantiene nette la sua posizione di produttore di immagini e non s’improvvisa animatore di una creatività diffusa che preesiste al suo lavoro". Questo può dirsi dai primi grandi monumenti pittorici – l’importante murale di Sacca Fisola nel 1975, fatto con Basaglia; l’ampia pittura di settanta metri Contro la violenza del 1976; l’altro grande telario di Trieste, in occasione di un convegno mondiale di psichiatria del 1977; il monumento ai "Sette Martiri" (i partigiani uccisi in via Garibaldi a Venezia) del 1980, opera di cui si è occupato e ha scritto Renato Guttuso; l’ampio dipinto in occasione della manifestazione sui Desaparecidos, inaugurata da Giorgio Benvenuto nel 1983 (anno in cui partecipa alla prima rassegna di grafica presso il Museo di San Paolo in Brasile) – fino al grande ciclo pittorico realizzato al Reparto 17 dell’Ospedale Psichiatrico di Imola, diretto da Giorgio Antonucci, nel 1985, e al murales realizzato con gli studenti del Liceo Classico "Rambaldi" di Imola, presieduto da Antonio Caiazza nel 1988.
Nell’interesse di Gaggetta per il sociale, nessuna partecipazione all’animazione imperante nell’antipsichiatria di fine anni sessanta primi anni settanta. E nessun manifesto dell’ideologia della liberazione da sbandierare, ma in ciascun caso un intervento intellettuale che procede dallo stile come rigore e follia e giunge alla qualità come virtù dell’intelligenza, dell’ascolto e dell’intendimento. Se oggi possiamo ammirare opere di Mirco Gaggetta in collezioni pubbliche (dal 1979 un suo mosaico si trova nel Museo d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro e una sua opera figura nella collezione LUBIAM, di Mantova) e private, in Italia e all’estero, lo dobbiamo a un itinerario in cui l’arte trova costantemente la sua intersezione con la cultura, senza alcuna concessione alla via facile. Già a diciassette anni dichiara che il pittore non può essere "uno spontaneista. Per essere un ottimo pittore è necessario avere un’ottima cultura". E non a caso , quindi, nel 1989 collaborerà con Lido Valdrè all’incontro dal titolo "Il filosofo e il pittore", esponendo i suoi bozzetti ispirati al Tractatus di Wittgenstein, autore esplorato nell’occasione.
Dopo la grande mostra alla Galleria Comunale di Imola nel 1989, inizia un periodo di intenso lavoro che vede ridurre a poche unità le personali in cui l’artista s’impegna attivamente: nel 1992 alla Rocca Sforzesca di Dozza; nel 1995 all’Hotel "Monte del Re" di Dozza; nel 1997 alla Galleria "Voltone della Molinella" di Faenza; e nel 1999 alla "Bottega dell’Arte" di Imola.
Restano tuttora valide le notazioni di Tommaso Trini sul catalogo Nascita di chimera, allorché nel 1985 le opere di Gaggetta entrarono a far parte dell’omonima collettiva, organizzata dal Comune di Venezia, Assessorato alla Cultura, Fondazione Bevilacqua La Masa: "la colorazione muschiata che Gaggetta utilizza prevalentemente per modellare le forme e gli spazi (colori primitiveggianti: terre, blu, rosso) consolida ulteriormente l’espressione in memoria.
Disegni ‘romanici’, pitture moderatamente ‘rupestri’, illusioni di bassorilievo, scene per masse o nicchie, contribuiscono a dare alla sua opera un movimento interno che non può non risultare narrativo pur al di fuori di ogni precostituzione letteraria e allegorica. […] Come non c’è andamento metamorfico delle figure, né una loro fissità emblematica, così non c’è nella pittura di Mirco Gaggetta una fissazione tematica e formale che escluda un’evoluzione del suo lavoro in direzione non predicibile".
Con la mostra itinerante "Volumi", a cura dell’Associazione Il Secondo Rinascimento, la rivoluzione nell’arte di Mirco Gaggetta trova una sua scrittura fino alla qualità della parola.
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