IL SIMBOLO IN MIRCEA ELIADE
di
Gianfranco Bertagni –
(pubblicato in Arkete, anno 1, n. 3,
1999)
Sommario - Una delle principali scoperte che Mircea Eliade fa nel suo periodo indiano è l'importanza del simbolo. L'articolo presenta la teoria eliadiana del simbolo, elemento mediano tra il sacro e l'uomo. Particolare rilevanza riveste il 'sistema simbolico' all'interno del quale ogni simbolo agisce e senza il quale questo perde il suo più profondo significato; e ancora l'«evoluzionismo simbolico» che sembra a volte presentarsi nell'opera eliadiana. Da sottolineare inoltre l'operatività nascosta del simbolo, agente nella totalità della struttura psichica dell'uomo, e quindi non solo nella parte cosciente. Solo grazie al simbolo e al simbolismo all'uomo è permessa un'esperienza religiosa totale, nella quale il sacro sia «ovunque e in nessun luogo».
Dopo il conseguimento della
laurea in filosofia, il giovane Mircea Eliade il 20 novembre del 1928 parte per
l'India. Vi permarrà per tre anni, e grazie al patrocinio del maharaja Manindra
Chandra Nandy di Kassimbazar, potrà godere di una borsa di studio che gli
permetterà di penetrare i segreti della lingua sanscrita e della filosofia indiana,
sotto l'ammaestramento del professor Surendranath Dasgupta.
Cinquant'anni dopo, Eliade,
in un'intervista con Claude-Henri Rocquet, ricordò l'importanza della sua
esperienza indiana, nella quale venne a contatto con tre aspetti della
spiritualità che saranno tra gli assunti metodologici del futuro storico delle
religioni romeno. Egli scoprì quel
tentativo tipico della religiosità indiana che consiste nel trasfigurare la
vita dell'uomo in un'esperienza sacramantale. Per Eliade, del resto, l'esperienza
religiosa tende alla santificazione dell'intera realtà; soprattutto l'uomo
appartenente alle società arcaiche riusciva - secondo lo studioso romeno - a
realizzare in qualsiasi ambito della sua vita (personale e sociale) una
coesistenza tra il suo essere e la sfera del sacro, che lo proiettava in una
situazione in cui realtà metafisica e libertà sono un tutt'uno: gli "atti
elementari diventano, per il «primitivo», un rito; la sua mediazione aiuta
l'uomo ad avvicinare la realtà, a inserirsi nell'ontico, liberandosi dagli
automatismi (privi di contenuto e di significato) del divenire, del «profano»,
del nulla"[1]. Questo tipo
di uomo era tale nella misura in cui non era naturale, inserito invece nella
pienezza della realtà, realtà che per Eliade significa sacro, ontico. Inoltre,
nella tipica contrapposizione eliadiana tra sacro e storia, se quest'ultima
"è sempre una caduta del sacro, [...] [esso] non cessa di manifestarsi, e
in ogni sua nuova manifestazione riafferma la sua originaria tendenza a rivelarsi
totalmente e perfettamente"[2]. Quindi il sacro si manifesta, ma
soprattutto, continua a manifestarsi nelle più diverse forme, in forza della
sua inesauribilità; ogni teofania, ogni cratofania, ogni ierofania indica il
sacro, ma nello stesso tempo lo limita, indica cioè che quello che essa mostra
non è il sacro originario. Appunto per
questo, secondo Eliade, ogni esperienza religiosa tende, per sua natura, alla
mistica, cioè ad un'esperienza spirituale totale e totalizzante:
"Un'esperienza religiosa totale [...], se riesce, porta all'esperienza
mistica assoluta, che scopre e identifica il sacro dovunque e in nessun luogo
nell'Universo"[3].
Eliade scopre, nella sua
permanenza in India, anche l'importanza dell'uomo neolitico nelle successive
fasi culturali dell'umanità. Quegli archetipi antichissimi, originari delle
spiritualità arcaiche dei popoli, tornano con nuovi nomi anche nelle tradizioni
religiose ad esse posteriori. Una volta
conosciuto il mondo degli archetipi, l'uomo non potrà mai liberarsene; egli
potrà viverlo ritualmente attraverso la riattualizzazione dei miti e la
trasfigurazione del tempo profano in tempo sacro, potrà esserne contemporaneo
grazie alla ripetizione dei gesti degli esseri soprannaturali per dare valore
alle sue attività quotidiane, come potrà ritrovarli inconsciamente nella nostra
epoca secolarizzata grazie ai sogni, alle opere artistiche o in quelle
situazioni oggi desacralizzate ma originariamente religiose; in ogni caso, le
intuizioni del mondo arcaico sopravvivono in ogni epoca: "L'uomo potrebbe
sfuggire da ogni cosa, meno che dalle sue intuizioni archetipiche, create nel
momento in cui ha preso coscienza della sua posizione nel Cosmo. [...] La
spiritualità arcaica, così come l'abbiamo decifrata, assetata di ontico,
continua fino ai giorni nostri"[4].
Ma Eliade in India fa anche
una scoperta che non meno di queste sarà fondamentale all'interno della sua
teoria morfologica delle religioni.
Eliade scopre il significato del simbolo. Nella sua intervista a Rocquet racconta come in Romania, prima
della sua esperienza indiana, non si sentisse affatto attratto dalla vita
religiosa, come interpretasse le icone che riempivano le chiese di Bucarest
quasi alla stregua di idoli: "Ebbene, in India mi è capitato di vivere in
un villaggio di Bengala e ho visto delle donne e delle ragazze che
accarezzavano e decoravano un lingam,
un simbolo fallico". E capì allora il senso del simbolo, in quel caso del lingam.
Quest'ultimo voleva dire molte cose: l'origine della vita, della
creatività, della fertilità cosmiche; si trattava dell'epifania di Siva.
"Allora questa possibilità di provare un'emozione religiosa in virtù
dell'immagine e del simbolo, mi ha rivelato tutto un mondo di valori
spirituali". E allora anche davanti ad un'icona il credente non vedrà semplicemente
l'immagine di una donna con un bambino, ma vivrà l'esperienza del mistero della
madre di Dio, della santa Sophia. "Immaginate l'importanza di questa
scoperta, dell'importanza del simbolismo religioso nelle culture tradizionali
nella mia formazione"[5]. Il lingam
non è un feticcio: esso non viene venerato in se stesso, e questa è una
caratteristica della ierofania.
L'oggetto ierofanico mostra qualcosa di altro, trascende la sua materialità e oggettività, in quanto
investito di una potenza che lo trasfigura; in forza di ciò non si può parlare
di idolatria: "Mai un albero fu adorato unicamente per se stesso, sempre
per quel che si «rivelava» per suo mezzo"[6];
e neppure si può parlare di panteismo: "Un solo oggetto (o simbolo) indica
la presenza della Natura. Non si tratta
dunque di un sentimento panteistico, simpatia o adorazione della natura, ma di
un sentimento provocato dalla presenza del simbolo (ramo, albero, ecc.) e
stimolato dall'attuazione del rito (processioni, lotte, gare, ecc.)"[7].
"Sovente, degli esseri, degli oggetti, delle azioni sono
«potenti», hanno del mana, perché
traggono la loro «potenza» da un principio che la precede e in un certo senso
la fonda: un simbolo (un Essere supremo, un avvenimento mitico, ecc.)"[8]. E ancora: "L'efficacia delle pietre non
è mai insita in loro; partecipano a un principio o incarnano un simbolo,
esprimono una «simpatia» cosmica o traducono un'origine celeste. Queste pietre sono segni di una realtà
spirituale diversa, o strumenti di una forza alla quale servono soltanto di
ricettacolo"[9]. In queste ultime due citazioni abbiamo a che
fare con un concetto di simbolo che si discosta in parte, come vedremo, da
quello che comunemente utilizza Eliade, ma entrambe indicano quella peculiarità
della ierofania che fa di essa ciò che è grazie ad una realtà che trascende
quella in cui si viene a trovare l'oggetto investito di sacralità. E questa è la caratteristica principale del
simbolo: "I simboli possono rivelare una modalità del reale o una struttura del mondo che non sono evidenti sul
piano dell'esperienza immediata. [...] I simboli religiosi [...] svelano il
lato miracoloso, inesplicabile della Vita e ad un tempo la dimensione
sacramentale dell'esistenza umana"[10].
Per la mentalità arcaica, il
mondo è un organismo nel quale tutto è collegato. Ogni segno ne richiama altri, e così i diversi piani della realtà
comunicano tra loro. Se un solo oggetto indica la natura intera, ciò è dovuto
alle caratteristiche del simbolo: "Se il Tutto esiste nell'interno di ciascun
frammento significativo, questo [...] avviene [...] perché ogni frammento
significativo ripete il Tutto"[11]. È allora possibile passare dal piano isolato
del simbolo a quello del simbolismo; ed è proprio ciascuno dei suoi elementi
che lo riassume e lo evoca interamente; non si può parlare di simbolo che sia
isolato: "Non esiste simbolo, emblema o efficienza che sia monovalente o
singolarizzato. Tutto è collegato, ogni
cosa è legata alle altre, formando un insieme di struttura cosmica"[12]. Se ogni simbolo richiama un simbolismo,
allora quest'ultimo può essere studiato solo attraverso un esame di tutti i
simboli che ne costituiscono la trama: "Ogni simbolismo «fa sistema» e si
può realmente comprenderlo soltanto nella misura in cui lo si considera nella
totalità delle sue applicazioni particolari"[13]. Il motivo per cui il simbolismo non è solo
un insieme, ma è un 'sistema' è dato dal fatto che esso, come un organismo
vivo, "permette la circolazione, il passaggio, da un livello all'altro, da
un modo all'altro, integrando tutti questi livelli e piani, ma senza
confonderli. La tendenza a coincidere
col Tutto dev'essere intesa come tendenza a integrare il «tutto» in un
sistema"[14].
Il simbolo non solo richiama
una modalità trascendente quella profana, ma fa sì che anche la realtà
quotidiana venga trasfigurata: "La multivalenza simbolica di un emblema o
di una parola appartenente alle lingue arcaiche ci obbliga continuamente a
notare che, per la coscienza che le formò, il mondo si rivelava come un tutto
organico"[15]. La peculiarità di questo tipo di realtà,
nella quale viene compresa e vissuta la forza del simbolo, è che i piani
interferiscono tra loro; ad esempio: "La fecondità della donna influisce
sulla fecondità dei campi, ma l'abbondanza della vegetazione, a sua volta,
aiuta la donna a concepire"[16].
L'esempio classico, su cui
Eliade torna più volte, è la luna: "La grande importanza della luna nelle
mitologie arcaiche, e soprattutto l'integrazione in un unico 'sistema', da
parte del simbolismo lunare, di realtà diverse tra loro come la donna, le
acque, la vegetazione, il serpente, la fertilità, la morte, la 'ri-nascita',
ecc."[17]. Ma qui è da sottolineare quanto non sia un
semplice fatto naturale a connettere diverse realtà tra loro, ma un simbolismo,
che forma quella rete di collegamenti, grazie alla quale si può parlare
giustamente di 'sistema'. È il
simbolismo, e non la luna, che fonda la possibilità, ad esempio, di legare la
donna alla terra: "Un complesso simbolismo, dalla struttura
antropocosmica, associa la donna e la sessualità ai ritmi lunari, alla Terra
(assimilata alla matrice) e a ciò che dobbiamo chiamare il 'mistero' della
vegetazione"[18]. La struttura simbolica di qualsiasi
complesso religioso non è cioè una sorta di religione naturalistica, ma trova
origine in una intuizione archetipica, pre-razionale, che è alla base della
metafisica a struttura platonica della religiosità arcaica; la caduta del
simbolismo in una interpretazione esclusivamente 'fattuale' è invece sinonimo
di degradazione. A riguardo delle origini del simbolismo della perla, Eliade
evidenzia che esse non sono "empiriche, ma teoriche e metafisiche";
tuttavia "questo simbolismo, in seguito, fu interpretato, «vissuto»
diversamente, poi degradato fino alle superstizioni e al valore economico-estetico
che rappresenta per noi la perla"[19]. Anche considerando i rituali della
vegetazione, rituali così intimamente connessi ad un certo periodo dell'anno,
Eliade riafferma la priorità dell'intuizione metafisica: "La concezione
teorica, metafisica, precede l'esperienza concreta e l'avvento della
primavera"[20]. Infatti,
"il simbolo non può essere il riflesso dei ritmi cosmici in quanto fenomeni naturali, in quanto
un simbolo rivela sempre qualcosa di più che l'aspetto della vita cosmica che
sta a rappresentare"[21]:
il simbolo, nel pensiero arcaico - fondato sui complessi mitico-rituali e
simbolici -, approda ad una metafisica sistematica che ripercorre l'intera vita
religiosa. I simboli, i miti, i riti, attraverso diverse modalità, esprimono,
"un complesso sistema di affermazioni coerenti sulla realtà ultima delle
cose, sistema che può essere considerato come una vera e propria
metafisica"[22].
Peculiare di questo tipo di
metafisica è il basarsi su simboli e non esclusivamente su concetti, come
accade nella prassi filosofica comune; è infatti proprio della mentalità
primitiva il pensare per simboli, caratteristica che non preclude la
possibilità di una logica soggiacente: "Il pensiero arcaico non procede
esclusivamente per concetti o elementi concettuali, ma si serve anche e
anzitutto di simboli. [...] I simboli
vengono «maneggiati» secondo una logica simbolica"[23]. Si può quindi parlare di una "logica
del simbolo"[24], inseribile
a pieno titolo tra i problemi essenzialmente filosofici: la "logica del
simbolo esce dal campo della storia delle religioni propriamente detta e si
schiera fra i problemi della filosofia"[25]. Ma soprattutto la possibilità di vedere
nella logica dei simboli una vera e propria ontologia è data dal fatto che,
essendo questi di tipo essenzialmente religioso, non possono che riguardare ciò
che è il reale per definizione, cioè
il sacro e ciò che da esso è investito: "Per i primitivi, i simboli sono sempre religiosi, poiché
mirano o a qualcosa di reale, o a una
struttura del mondo. Ora, ai livelli arcaici della cultura il
reale - cioè il potente, il significativo, il vivente - equivale al sacro. [...] Per questo i simboli
religiosi arcaici implicano una ontologia"[26].
Attraverso il simbolo, il
mondo diviene trasparente all'uomo e assume ai suoi occhi un significato:
quell'universo di significati nel quale è immerso l'uomo delle società in cui
il mito è cosa vivente "non è più una massa opaca di oggetti
arbitrariamente gettati assieme, ma un Cosmo vivente, articolato e
significativo. In ultima analisi, il Mondo si rivela come linguaggio"[27]. Un linguaggio che può essere inteso
dall'uomo perché è da lui condiviso. Del resto, un'altra caratteristica del
simbolo è che esso apre la realtà
nella quale agisce; questo vale sia per l'uomo ("L'uomo non si sente rinchiuso
nel suo modo d'esistenza; anch'egli è «aperto», comunica con il Mondo, perché
utilizza lo stesso linguaggio: il simbolo"[28]),
che per il mondo stesso: "Per il pensiero simbolico, il mondo non è solo
«vivo», è anche «aperto»: un oggetto non è mai semplicemente se stesso (come
accade per la coscienza moderna), è anche segno o ricettacolo di qualcos'altro,
di una realtà che trascende il livello d'essere dell'oggetto"[29]. Il mondo, grazie al simbolo, svela all'uomo
la sua apertura verso ciò che lo supera; vi è infatti tutta una serie di
simbolismi che, nella varietà dei loro caratteri, sono accomunati dalla stessa
descrizione della struttura del mondo: "Le ascensioni rituali al cielo
avvengono sempre in un «centro» [...] ogni abitazione umana è una imago mundi [...] tutti questi simboli
collegati e complementari presentano, ciascuno nella propria prospettiva, uno
stesso significato: l'uomo può trascendere il mondo"[30].
Il linguaggio attraverso il
quale il mondo si rivela non è equiparabile al linguaggio usuale, quotidiano,
perché la realtà di cui esso comunica l'essenza non è quella profana: "Non
si tratta di un linguaggio utilitario e oggettivo. Il simbolo non ricalca la realtà oggettiva. Esso rivela
qualche cosa di più profondo e di più fondamentale"[31]. Infatti abbiamo già detto che la realtà di
cui ci parlano i simboli non è quella evidente all'esperienza comune; è invece
- per certi versi - il suo opposto: per essempio, è paradossale: "Forse la
funzione più importante del simbolismo religioso (importante, soprattutto per
via del ruolo che doveva avere nelle successive speculazioni filosofiche) è la sua capacità di esprimere alcune
situazioni paradossali e alcune strutture della realtà ultima, altrimenti
impossibili ad esprimere"[32];
come è paradossale la ierofania stessa, la quale rivela e cela allo stesso
tempo il sacro.
La paradossalità è vissuta
nella vita dell'uomo attraverso quelle situazioni che lo pongono di fronte ai
suoi limiti e ai loro superamenti, e queste sono espresse dal simbolo: "I
simboli esprimono generalmente delle situazioni limite; un simbolo ci guida
sempre verso il mistero della nascita, dell'amore, della fecondità, del
rinnovamento, della morte e della resurrezione, dell'iniziazione, del passaggio
da un modo d'essere all'altro, ecc."[33]. Ogni simbolo esprime una situazione limite,
e in forza di questo ci è consentito, secondo Eliade, confrontare simboli
appartenenti a tradizioni diverse: "Quando, facendo astrazione dalla
«storia» che li separa, noi raffrontiamo un simbolo oceaniano a un simbolo
dell'Asia settentrionale, ci riteniamo autorizzati a farlo non in quanto
entrambi sarebbero il prodotto di una stessa «mentalità infantile», bensì
perché il simbolo, in se stesso, esprime la presa di conoscenza di una
situazione-limite"[34]. L'uomo, i suoi ostacoli, le sue necessità
sono identici ovunque e in ogni tempo: i simboli lo dimostrano.
Il simbolismo, comunicandoci
la nostra natura paradossale e limitata, ci mette in contatto con la nostra
situazione esistenziale: "Lo studio del simbolismo persegue [lo scopo di]
decifrare [...] la situazione esistenziale che ne ha reso possibile la
costituzione"[35];
è questo aspetto che tocca più da vicino la natura umana, facendo sì che essa
si senta pienamente coinvolta, chiamata in causa: essa non ha più a che fare
con qualcosa che le è esterno, ma che invece la investe totalmente. Anche per questo aspetto, il simbolismo non
è oggettivo: così il simbolismo religioso ha un valore esistenziale, infatti
"un simbolo allude sempre a una realtà o ad una situazione tale da
impegnare l'esistenza umana". È
innanzi tutto qui che i simboli si distinguono dai concetti. Il simbolo non
solo comunica ma "dà anche un
significato all'esistenza umana". Attraverso il simbolismo, l'uomo
esce dalla sua contingenza particolare, cosmicizzandosi: "«Vivere» un
simbolo e decifrarne correttamente il messaggio implica l'apertura verso lo
Spirito e alla fine l'accesso all'universale"[36]. Il simbolo ci informa dell'uomo in quanto
tale: è questo che sembra significare Eliade quando parla di «situazione
esistenziale», «valore esistenziale», ecc.
Questo tipo di uomo è quello che non è ancora stato degradato dalla
storia, dai condizionamenti dei tempi e delle culture: prima di essere storico,
l'uomo è simbolico, ed è in quest'ultima modalità che vanno ricercate le
strutture più significative e profonde che lo costituiscono: "Il pensiero
simbolico [...] è connaturato all'essere umano: precede il linguaggio e il
ragionamento discorsivo. [...] Le immagini, i simboli, i miti [...] rispondono
a una necessità ed adempiono una funzione importante: mettere a nudo le
modalità più segrete dell'essere. Ne
consegue che il loro studio ci permette di conoscere meglio l'uomo, l'«uomo
tout court», quello che non è ancora sceso a patti con le condizioni della
storia. Ogni essere storico porta con
sé una grande parte dell'umanità prima della Storia"[37].
Il simbolo non è
l'archetipo: non ha quindi una realtà autonoma rispetto alla quale l'uomo non
deve far altro che conoscerla e adeguarcisi; giustamente Roberto Scagno, il
maggior conoscitore di Eliade in Italia, ha scritto: "Il simbolo non è
sostanza metafisica, ma strumento umano di riflessione e comunicazione"[38]. È infatti l'uomo l'unico creatore di
simboli, oltre che unico fruitore; quindi, a differenza dell'archetipo,
"il simbolo appare come una costruzione della psiche"[39]. L'uomo si caratterizza per quella
particolare facoltà creatrice di simboli che gli è connaturata: "Dato che
l'uomo dispone di una facoltà creatrice di simboli (symbol-forming power), tutto ciò che compie è simbolico"[40].
Si tratta quindi di una facoltà continuamente attiva, in forza della quale
Eliade può parlare dell'uomo come homo
symbolicus; infatti "i simboli
non scompaiono mai dall'attualità
psichica"[41]. Se ogni attività umana implica un simbolismo,
allora anche "ogni fatto religioso avrà necessariamente un carattere
simbolico"[42]. Vi è poi un circolo vizioso - anzi,
eliadianamente virtuoso - per il quale anche il fatto religioso stesso,
simbolico in quanto proprio dell'uomo,
porta quest'ultimo ad interpretarsi come simbolo, esperienza
esistenziale che gli consente di sentirsi parte di quella rete di simboli per
eccellenza che è l'universo: "L'esperienza magico-religiosa permette la
trasformazione dell'uomo stesso in simbolo. [...] L'uomo non sente più di
essere un frammento impermeabile, è invece un Cosmo vivo, aperto a tutti gli
altri Cosmi vivi che lo circondano"[43].
In quanto dato immediato
della coscienza, il simbolismo "determina sia l'attività del [...]
subcosciente [dell'uomo], sia le più nobili espressioni della sua vita
spirituale"[44]. Eliade considera gli archetipi influenti,
oltre che sulla vita spirituale, anche su quella subcosciente. Essendo l'attività dei simboli anche
inconscia, ed essendo l'uomo il produttore di simboli, anche in un periodo non
religioso come quello moderno si può continuare a parlare di un uomo che,
seppur profano, "rimanendo uomo, produce ugualmente simboli; si tratta
però di simboli degradati, che, non essendo consapevolmente riconosciuti, non
possono svolgere pienamente la loro funzione.
Solo il simbolo religioso è vissuto coscientemente, nella pienezza del
suo significato"[45]. Se il vero significato del simbolo lo si può
cogliere solo attraverso la sua comprensione religiosa, anche qui si riscontra
una equivalenza con l'analisi eliadiana degli archetipi: questi ultimi hanno la
loro sede propria nel transconscio, e anche i simboli, per la loro logica che è
altra rispetto a quella propria della ragione (ricordiamo che il simbolismo per
Eliade è l'opposto del razionalismo), rimandano a quel centro psichico che
permette all'uomo religioso di vivere una vita pienamente regolata ai paradigmi
divini. Compresa la logica del simbolo solo retoricamente si può porre la
seguente domanda: "determinate zone dell'inconscio individuale o
collettivo sono dominate, a loro volta, dal logos,
oppure ci troviamo davanti a manifestazioni di un transconscio?"[46].
Simbolo e ierofania
assolvono entrambi allo stesso compito: infatti modificano la consistenza
ontologica della realtà che investono.
Se la ierofania è "ciò che mostra il sacro", allora la sua
dialettica paradossale consiste proprio nell'indicare, ad esempio, un oggetto
come la sede del sacro: il finito diventa infinito, pur mantenendo le sue
proprietà. L'oggetto quindi si trasforma in qualcosa di altro, pur rimanendo
tale. Un analogo discorso si può fare
anche nei riguardi del simbolo: "La sua funzione resta invariabile:
trasformare un oggetto o un atto in qualche cosa di diverso da quel che sono
nella prospettiva dell'esperienza profana"[47]. In questo senso, il simbolo non è altro che
la naturale continuazione della rivelazione ierofanica: "Il simbolo
prolunga la dialettica della ierofania: tutto quel che non è direttamente
consacrato da una ierofania, diventa sacro grazie alla sua partecipazione a un
simbolo"[48]. Se la ierofania si ferma nel rivelare il
sacro in un sasso, in una persona, in un gesto, ecc., il simbolo ha in sé la
capacità di riepilogare il Cosmo intero, attraverso un'infinità di collegamenti
con altri simboli: questo fa sì che, come abbiamo già visto, ogni simbolo si
richiami al simbolismo di cui fa parte. Attraverso le ierofanie, l'esperienza
religiosa si frammenta in una infinita discontinuità; invece "il
simbolismo tradisce il bisogno dell'uomo di prolungare all'infinito la
ierofanizzazione del Mondo".
Grazie ad esso, traspare all'uomo "una tendenza a identificare
questa ierofania col complesso dell'Universo"[49].
Se la storia delle religioni
è essenzialmente storia delle ierofanie, l'esperienza religiosa, se vuole
accedere a quella visione mistica della realtà caratteristica di chi vede
ovunque il sacro, deve inserirsi in un simbolismo che permetta di non
arrestarsi alle ierofanie, che realizzano e giustificano la differenza
ontologica tra sacro e profano, ma che consenta di superarle grazie a una
trasfigurazione dello stesso profano. "Per la mentalità arcaica, natura e
simbolo coesistono"[50].
Nell'esperienza mistica, la natura è tutta divina, tutto è archetipo, tutto
ierofania, non esiste più sopra e sotto: "Per i «primitivi» in genere non
esiste una differenza netta fra «naturale» e «sovrannaturale», fra oggetto
empirico e simbolo. Un oggetto diviene
«se stesso» (cioè incorpora un valore) nella misura in cui riproduce un archetipo,
ecc."[51]. Il profano può aspirare ad una sorta di realtà solo in quanto traccia del sacro;
questo gli è possibile unicamente grazie al simbolo, che rende evidente la
complementarità tra sacro e profano, attraverso la quale il simbolismo si estende sulla totalità del reale. Perciò è da evitare il "credere che il
simbolismo si riferisca unicamente alle realtà «spirituali». Per il pensiero arcaico una separazione del
genere tra lo «spirituale» e il «materiale» non ha senso: i due piani sono complementari"[52].
Ma questa distinzione tra la
capacità onnicomprensiva del simbolo e la frammentazione del sacro attraverso
le ierofanie non deve però condurci a contrapporre, per così dire, una
"interpretazione ierofanica" a una "interpretazione
simbolistica": il sacro, infatti, per sua essenza, cerca la sua massima
rivelazione nella realtà. E questo
tentativo non può che esplicitarsi nelle stesse ierofanie, che sono la sua
originaria manifestazione: così "la massima parte delle ierofanie sono
atte a diventare simboli"[53]. Le ierofanie divengono a volte simboli, ma
anche i simboli diventano ierofanie: ciò è forse ancor più inevitabile. Del resto ierofania è tutto ciò che rivela
il sacro; allora anche il simbolo dovrà avere carattere ierofanico. Infatti, grazie ad esso, ci sono rivelate
diverse sfere della realtà sacra, che altrimenti - cioè rimanendo sul piano
delle ierofanie pure - ci rimarrebbero oscure.
Per questo, "il simbolo [...], all'occorrenza, è esso stesso una
ierofania, cioè [...] rivela una realtà sacra o cosmologica che nessun'altra
«manifestazione» è capace di rivelare"[54]. Ogni ierofania è per altro parte di un
simbolismo coerente all'interno del quale riceve il suo più vero significato,
grazie al fatto che proprio di quest'ultimo è la capacità di comunicare il
sacro nel modo più estensivo possibile, rendendo del tutto espliciti l'insieme
dei significati che in ogni ierofania sono a volte solo accennati e
frammentati: i "diversi simbolismi possono con ragione considerarsi
«sistemi» autonomi, nella misura in cui manifestano più chiaramente, più
totalmente e con coerenza superiore quel che le ierofanie manifestano in modo
particolare, locale, successivo"[55]. Perciò ogni ierofania va interpretata,
quando è possibile, all'interno del sistema simbolico di cui fa parte, per
coglierne il significato profondo.
Certo, come il simbolo,
anche il simbolismo non è una realtà oggettivamente constatabile (il
"simbolismo acquatico non è manifestato in nessun luogo in modo concreto,
non ha «sostegno», è formato da un insieme di simboli interdipendenti e integrabili
in un sistema; nondimeno è reale"[56]),
ma è quella costruzione teorica che è compito dello storico delle religioni
rilevare, affinché in ogni fatto religioso sia esplicito il fascio di
significati e la serie di legami con altre sfere del sacro in esso contenute:
questa costruzione è possibile perché "un simbolo rivela sempre [...]
l'unità fondamentale di parecchie zone del reale. [...]; d'altra parte gli
oggetti, diventando simboli, cioè segni di una realtà trascendente, annullano i
loro limiti concreti, cessano di essere frammenti isolati, per integrarsi in un
sistema"[57].
Il simbolo, oltre a
richiamare altri simboli, riceve in sé i sempre nuovi significati di cui la
storia lo investe nelle diverse tradizioni religiose: "Il simbolo è sempre
aperto. [...] L'interpretazione non è mai conclusa"[58].
Consideriamo, ad esempio, il simbolo dell'albero. Quest'ultimo rappresenta il Cosmo, nella sua inesauribile
rigenerazione, simbolo a sua volta dell'eternità: allora, "l'albero-Cosmo
può per questo diventare, su di un altro livello, albero della
«Vita-senza-morte»". Ma la vita eterna, nella metafisica arcaica, vuole
significare la realtà assoluta, e dunque "l'albero diventa il simbolo di
questa realtà («il centro del mondo»)"[59].
Sarà allora obbligatoria a
chiunque voglia conoscere il significato di un qualsiasi simbolo religioso,
compararne i diversi contenuti nelle varie tradizioni e anche in una stessa
storia religiosa: "Un simbolo resta vuoto di senso, se non si analizza un
numero molto grande di varianti. Ora, tra
queste non esiste, talvolta, alcuna contiguità storica e ciò rende ancora più
difficile il lavoro d'interpretazione"[60]. Il simbolismo che si ricaverà da questo
approccio comparativo sarà necessariamente trans-culturale, trans-storico,
nella certezza che, secondo l'impostazione eliadiana, la coerenza non potrà mai
essere contraddetta, in forza di quei principi paradigmatici che sempre e
comunque si rivelano identici a se stessi nel loro significato più profondo:
"È in una prospettiva totale che racchiude la totalità delle culture che
dobbiamo giudicare la fecondità di un simbolismo il quale esprime le strutture
della vita cosmica e contemporaneamente rende intelligibile il modo di essere
dell'uomo nel mondo"[61]. La comparazione però non si spinge fino all'appiattimento
di qualsiasi significato ad un unicum:
se da una parte, l'analisi delle diverse interpretazioni dello stesso simbolo
ci indicano il suo valore archetipico, dall'altra essa sola ci consente di
valutare correttamente e mettere in risalto quelle differenze ineliminabili
dovute alla storia, all'ideologia religiosa di cui esso fa parte, ecc.: "La struttura di un simbolismo si
lascia decifrare completamente solo quando si è analizzato un notevole numero
di esempi. [...] Solo dopo aver esaminato tutte le varianti, la diversità del
significato di ognuna vien bene in rilievo"[62]. Così Eliade riassume la sua posizione
rispetto alla comparazione tra i simboli: "Si cerca di ricostruire il
significato simbolico di fatti religiosi in apparenza eterogenei ma strutturalmente
collegati [...]. Un tale procedimento
non implica la riduzione di tutti i significati a un comune denominatore. Non si potrà insistere mai abbastanza sul
fatto che la ricerca sulle strutture simboliche è un lavoro, non di riduzione ma di integrazione. Si paragonano
e si confrontano due espressioni di uno stesso simbolo non per ridurle a una
forma unica preesistente, ma per scoprire il processo grazie al quale una
struttura può arricchirsi di nuovi significati"[63].
In che senso 'può arricchirsi di nuovi significati'? Il significato permane al di là della
mutevolezza dei significanti. Ma, oltre
che permanere, viene maggiormente inteso, sempre più profondamente vissuto: il
motivo è la dialettica caratteristica del sacro, che fa sì che esso non smetta
mai di manifestarsi, cercando sempre nuove ierofanie, nel tentativo di
totalizzarsi nell'intera realtà. A tale
riguardo, sembra esservi a volte in Eliade una sorta di "evoluzionismo
ierofanico"; "Le innumerevoli
nuove manifestazioni del sacro ripetono [...] altre innumerevoli manifestazioni
di esso già contenute [...] nel [...] passato, nella [...] «storia»: ma è
parimenti vero che l'esistenza di questa storia non giunge fino a paralizzare
la spontaneità delle ierofanie: una rivelazione più completa del sacro resta
sempre possibile, in qualsiasi momento"[64].
Come nelle ierofanie, anche
nei simboli, se da una parte il fascio di significati in essi contenuti sembra
rifarsi al piano degli archetipi, dall'altra parte il vero senso del simbolo,
la sua pienezza teoretica si rende evidente - a volte - solo nella sua maturità: "Il senso ultimo di certi
simboli si manifesta soltanto nella loro «maturità», cioè quando si considera
la loro funzione nelle operazioni più complesse dello spirito"[65]. Si può dunque parlare anche di
«evoluzionismo simbolico», che comunque è un tutt'uno con la dialettica delle
ierofanie, in quanto riconducibili entrambi in quella carica intrinseca del
sacro per cui esso cerca di rivelarsi nel modo più aperto possibile. Questo tipo di evoluzionismo il più delle
volte si presenta non solo come evoluzionismo metafisico, ma anche come
evoluzionismo storico: ad esempio, l'ontofania del sasso cultuale "può
modificare la sua «forma» nel corso della storia; lo stesso sasso", se prima mostrava semplicemente che il sacro è cosa diversa dall'ambiente
circostante, che, simile alla roccia, il sacro «è» di carattere assoluto,
"potrà essere venerato, più tardi,
non per quanto rivela in modo immediato (non più come ierofania elementare), ma
perché è integrato in uno spazio sacro (tempio, altare, ecc.) o perché è
considerato l'epifania di un dio, ecc."[66].
Si tratta però di un
evoluzionismo molto particolare: a volte cioè sembra che un'immagine, un
simbolo, siano naturalmente portati a includere certi significati, e che se
essi diverranno espliciti solo da un certo momento storico, ciò comunque vorrà
dire che non potevano che essere contenuti in quel particolare simbolo, e non
in altri: per esempio, la rivelazione portata dalla fede (l''invenzione' del giudaismo),
"non distruggeva i significati «primari» delle Immagini[67]
, ma si limitava semplicemente ad aggiungere ad esse un nuovo valore";
resta però sempre vero che "ogni
nuova messa in valore è sempre stata condizionata dalla struttura stessa
dell'Immagine, a tal punto che di un'Immagine si può dire che essa attende
che il suo significato si compia"[68]. Più spesso invece Eliade, facendosi aiutare
dai risultati della psicologia del profondo, indica la totalità dei significati
residente da sempre nel simbolo: alcuni sarebbero vissuti in modo cosciente,
altri in modo incosciente, ma tutti assolverebbero alla loro funzione nella
vita spirituale dell'uomo. Nella conclusione di un articolo sul simbolismo
religioso Eliade si chiede se i 'significati superiori' dei simboli, espliciti
nella piena maturità di questi ultimi, non fossero già impliciti, quindi almeno
in vago modo percepiti anche dagli uomini appartenenti alle culture più
arcaiche. Il problema è assai arduo, perché - continua Eliade - il simbolo
agisce all'interno di tutta la struttura psichica: quindi il messaggio di un
simbolo non si può circoscriverlo ai significati di cui si è coscienti. Quindi abbiamo a che fare con due
conseguenze: "1) Se a un certo punto della storia un simbolo religioso ha
potuto esprimere con chiarezza un significato trascendente, si è autorizzati a
supporre che in un'epoca anteriore questo significato ha potuto essere
oscuramente presentito"; inoltre, come avevamo avuto già modo di rilevare,
"2) per decifrare un simbolo religioso, non basta prendere in
considerazione tutti i suoi contesti, bisogna anche, e soprattutto, riflettere
sui significati che esso ha avuto in quella che si potrebbe chiamare la sua
«maturità»"[69].
In Eliade dunque il
cosiddetto 'terrore della storia', su cui lo studioso romeno spesso si è
soffermato, coesiste con una sotterranea consapevolezza della positività del
procedere storico, nel senso di portatore di nuovi valori, nella sempre nuova e
sempre più matura interpretazione dei simboli.
La sua idea secondo la quale sarebbe la religiosità cosmica immanente al
mondo a informare l'uomo della sua situazione esistenziale, fa sì che egli
tenti di limitare di molto tutti quei valori religiosi che invece vengono
comunicati attraverso la storia: i simboli derivanti, in certo modo, dalla
storia sono dichiarati come "molto meno frequenti dei simboli a struttura
cosmica o di quelli che si riferiscono alla condizione umana"[70]. Eliade si dichiara disinteressato a ciò che
può costituire la storia di un simbolo; il suo Trattato ne è l'esempio classico.
Spesso dichiara che se si dovrà fare una storia delle religioni, prima
sarà necessario comprendere da dentro le strutture e i significati delle
diverse esperienze religiose: "Il problema della «storia» dei motivi
interessa la nostra ricerca soltanto in via sussidiaria. [...] Quel che ci
interessa per ora è di sapere quale fu la funzione religiosa"[71]. Per altro verso, anche quei simboli che
provengono da una storia recente, sistematizzatori di quelle nuove acquisizioni
che l'uomo ha avuto - per esempio, nell'ambito della tecnica - sono diventati
simboli religiosi grazie alla loro funzione di creatori di cultura. Se una parte di realtà è fondata dal simbolo
in un certo periodo storico, allora esso, rivestito del suo carattere sacro (in
quanto solo il sacro è reale e il reale è tale in quanto rimanda al sacro),
esce dal tempo, portandosi nella sua sede originaria, cioè nell'illud tempus: "Certi simboli legati
a fatti recenti di cultura, pur essendo situati nel tempo storico sono divenuti simboli religiosi per aver
contribuito a «fondare il mondo», nel senso da permettere a nuovi mondi
rivelati dall'agricoltura, dall'addomesticamento degli animali, dalla regalità,
di «parlare», di rivelarsi agli uomini, svelando nello stesso punto nuove
situazioni umane. In altre parole, i
simboli legati a fasi recenti di cultura si sono costituiti allo stesso modo
dei simboli più arcaici, cioè come il risultato di tensioni esistenziali e di
assunzioni totali del mondo. Quale pur
sia la storia di un simbolo religioso, la sua funzione è sempre la stessa"[72].
In questa ermeneutica del
simbolo, ogni documento costituisce un prezioso elemento: l'eterogeneità dei
significati compresi in un simbolo ci è evidente anche dalla diversificazione
delle fonti di cui disponiamo: le diverse provenienze e i diversi contenuti dei
documenti sono da considerare "indispensabili, non soltanto per
ricostruire la storia di una ierofania, ma anzitutto perché concorrono a
costruire le modalità del sacro rivelate attraverso questa ierofania"[73].
Tale eterogeneità dei documenti è indispensabile non solo per una completa
comprensione del simbolo, ma anche per una più generale morfologia del sacro:
in essa, simbolo, mito e rito devono essere gli imprescindibili strumenti di lavoro
dello storico delle religioni. Infatti
ognuno di questi generi di documenti mostra regioni del sacro di cui gli altri
non partecipano o partecipano solo in maniera implicita e nascosta: solo essi,
presi insieme, possono "rivelarci tutte le modalità del sacro, perché un
simbolo o un mito lasciano trasparire nettamente le modalità che un rito non
può manifestare, che nel rito sono solo implicite", così come anche
"un simbolo non potrà mai rivelare tutto quel che rivela il rito"[74].
Il mondo (e il sacro in esso
presente tramite la dialettica delle ierofanie) comunica la sua struttura
profonda all'uomo attraverso questa triade di filtri: "Attraverso i
simboli il mondo [...] si «rivela»"[75] e "tramite il mito e il rito «il mondo
'parla' all'uomo»"[76].
[1] Mircea Eliade, "Trattato di storia delle religioni", Boringhieri, 1988, p. 39.
[2] Id., "Lo sciamanismo e le tecniche dell'estasi", Mediterranee, 1975, p. 15.
[3] Id., "Spezzare il tetto della casa - La creatività e i suoi simboli", Jaca Book, 1988, p. 203.
[4] Id., "I riti del costruire", Jaca Book, 1990, p. 111.
[5] Id., "La prova del labirinto", Jaca Book, 1980, p. 54. Le pp. 53-58 sono dedicate a «Le tre lezioni dell'India» cui accenniamo.
[6] Id., "Trattato di storia delle religioni", cit., p. 276.
[7] Ibidem, pp. 336-7.
[8] Id., "Spezzare il tetto della casa", cit., p. 201.
[9] Id., "Trattato di storia delle religioni", cit., p. 234.
[10] Id., "Mefistofele e l'androgine", Mediterranee, 1971, pp. 189-90.
[11] Id., "Trattato di storia delle religioni", cit., p. 277.
[12] Ibidem, pp. 160-1.
[13] Id., "Miti, sogni e misteri", Rusconi, 1976, p. 137.
[14] Id., "Trattato di storia delle religioni", cit., p. 470.
[15] Ibidem, p. 195.
[16] Ibidem, p. 369.
[17] Id., "Storia delle credenze e delle idee religiose", vol. I: "Dall'età della pietra ai misteri eleusini", Sansoni, 1979, p. 34.
[18] Ibidem, p. 53. È da sottolineare però anche una certa oscillazione in Eliade, per cui a volte sembra che sia proprio la luna a creare il suo simbolismo. Ad esempio nel passo seguente: "L'intuizione della Luna, in quanto norma dei ritmi e fonte di energie, di vita e di rigenerazione, ha intessuto realmente una rete fra tutti i piani cosmici, creando simmetrie, analogie e partecipazioni fra fenomeni infinitamente vari": Mircea Eliade: "Trattato di storia delle religioni", cit., p. 176.
[19] Ibidem, p. 456.
[20] Ibidem, p. 339.
[21] Id., "Immagini e simboli - Saggi sul simbolismo magico-religioso", TEA, 1993, p. 156.
[22] Id., "Il mito dell'eterno ritorno", Rusconi, 1975, p. 15.
[23] Id., "Trattato di storia delle religioni", cit., p. 40.
[24] Ibidem, p. 467.
[25] Ibidem, p. 471.
[26] Id., "Mefistofele e l'androgine", cit., p. 190.
[27] Id., "Mito e realtà", Borla, 1976, p. 175.
[28] Ibidem, pp. 176-7.
[29] Id., "Arti del metallo e alchimia", Bollati Boringhieri, 1976, p. 127.
[30] Id., "Miti, sogni e misteri", cit., p. 133.
[31] Id., "Mefistofele e l'androgine", cit., p. 189.
[32] Ibidem, p. 192.
[33] Id., "Spezzare il tetto della casa", cit., p. 225.
[34] Id., "Immagini e simboli", cit., p. 156.
[35] Id., "Mefistofele e l'androgine", cit., pp. 187-8.
[36] Ibidem, pp. 194-5.
[37] Id., "Immagini e simboli", cit., p. 16.
[38] Roberto Scagno, «Mircea Eliade: un Ulisse romeno tra Oriente e Occidente», in: L. Arcella, P. Pisi, R. Scagno (a cura di), "Confronto con Mircea Eliade. Archetipi mitici e identità storica", Jaca Book, 1998, p. 23.
[39] Mircea Eliade, "Immagini e simboli", cit., p. 157.
[40] Id., "Mefistofele e l'androgine", cit., p. 178.
[41] Id., "Immagini e simboli", cit., p. 19.
[42] Id., "Mefistofele e l'androgine", cit., p. 186.
[43] Id., "Trattato di storia delle religioni", cit., pp. 473-4. È invece propria dell'uomo moderno (in quanto irreligioso), l'"esistenza frantumata e straniata", Ibidem.
[44] Ibidem, pp. 43-4.
[45] Natale Spineto, «La 'nostalgia del paradiso'. Religione e simbolo in Mircea Eliade», in: "Filosofia e Teologia", n. 2, 1992, p. 302.
[46] Mircea Eliade, "Immagini e simboli", cit., p. 37.
[47] Id., "Trattato di storia delle religioni", cit., p. 462.
[48] Ibidem.
[49] Ibidem, pp. 464-5.
[50] Ibidem, p. 275.
[51] Id., "Lo sciamanismo", cit., p. 287 (nota 15).
[52] Id., "Immagini e simboli", cit., p. 157.
[53] Id., "Trattato di storia delle religioni", cit., p. 463.
[54] Ibidem.
[55] Ibidem, p. 466.
[56] Ibidem.
[57] Ibidem, p. 469.
[58] Id., "La prova del labirinto", cit., p. 121.
[59] Id., "Trattato di storia delle religioni", cit., p. 275.
[60] Id., "Arti del metallo e alchimia", cit., p. 63.
[61] Id., "La nostalgia delle origini - Storia e significato nella religione", Morcelliana, 1972, p. 188.
[62] Id., "Mefistofele e l'androgine", cit., p. 185.
[63] Ibidem, p. 188.
[64] Id., "Lo sciamanismo", cit., p. 15.
[65] Id., "Miti, sogni e misteri", cit., p. 140.
[66] Id., "Trattato di storia delle religioni", cit., p. 31. Il corsivo è nostro.
[67] L'immagine è simbolo. Spesso Eliade parla indifferentemente di 'simbolo' e di 'immagine'. Del resto è proprio dell'immagine rimandare ad altro. Cfr. Natale Spineto, «La 'nostalgia del paradiso'. Religione e simbolo in Mircea Eliade», cit., p. 302-3.
[68] Mircea Eliade, "Immagini e simboli", cit., p. 142.
[69] Id., "Mefistofele e l'androgine", cit., pp. 198-9.
[70] Ibidem, p. 196.
[71] Id., "Trattato di storia delle religioni", cit., p. 273.
[72] Id., "Mefistofele e l'androgine", cit., p. 197.
[73] Id., "Trattato di storia delle religioni", cit., p. 11.
[74] Ibidem, p. 13.
[75] Id., "Mefistofele e l'androgine", cit., p. 189.
[76] Natale Spineto, «La 'nostalgia delle origini'. Religione e simbolo in Mircea Eliade», cit., p. 313.
Riferimenti
bibliografici:
Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, 1972
Mircea Eliade, Lo Sciamanismo e le tecniche dell'estasi, Mediterranee, 1975
Mircea Eliade, Spezzare il tetto della casa - La creatività e i suoi simboli, Jaca
Book, 1988
Mircea Eliade, I riti del costruire, Jaca Book, 1990
Mircea Eliade, La prova del labirinto, Jaca Book, 1980
Mircea Eliade, Mefistofele e l'androgine, Mediterranee, 1971
Mircea Eliade, Miti, sogni e misteri, Rusconi, 1976
Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose - I. Dall'età della pietra
ai misteri eleusini, Sansoni, 1979
Mircea Eliade, Immagini e simboli - Saggi sul simbolismo magico-religioso, TEA, 1993
Mircea Eliade, Il mito dell'eterno ritorno, Rusconi, 1975
Mircea Eliade, Mito e realtà, Borla, 1966
Mircea Eliade, Arti del metallo e alchimia, Bollati Boringhieri, 1987
Mircea Eliade, La nostalgia delle origini - Storia e significato nella religione,
Morcelliana, 1972
L. Arcella, P. Pisi, R. Scagno (a cura di),
Confronto con Mircea Eliade. Archetipi mitici e identità storica, Jaca Book,
1998
Natale Spineto, La 'nostalgia del Paradiso'. Religione e simbolo in Mircea Eliade, in Filosofia e Teologia, n. 2., 1992,
pp. 296-319
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