16 ottobre 1943: una bellissima mattinata di autunno piena di sole. Alle ore 11:27 quando la sirena urlò l'allarme, per la prima volta nel nostro cielo comparvero le formazioni alleate. Si trattava di 36 apparecchi bimotori provenienti dalla parte del Monte Conero che da una altezza dai 500 ai 700 metri iniziavano a sganciare bombe dirompenti: ne furono calcolate circa 400 nell'arco di circa quindici, venti minuti. Ci furono duecento morti e circa 300 feriti. Le autolettighe della Croce Rossa e le Squadre dell'U.M.P.A. per la protezione civile con grande abnegazione cercarono di centuplicare le loro forze ma il colpo era inatteso e gli addetti troppo pochi, essendo tutti gli uomini validi al fronte. Una parte viva di Ancona, i quartieri di Montirozzo, Via Marconi, il Cavalcavia, Via de Pinedo (che oggi si chiama Via Giordano Bruno) il Piazzale della Stazione, la Palombella, vennero distrutti a morte. La zona della Palombella era quella maggiormente colpita in quanto adiacente alla Ferrovia. Una bomba aveva contorto e divelto una rotaia facendola diventare quasi un arco che sovrastava la strada. Sotto un prete, che stava passando in bicicletta, giaceva morto colpito da un filo dell'alta tensione. Colpito gravemente l'acquedotto per cui il servizio di erogazione dell'acqua potabile venne subito interrotto per tutta la città e così pure l'erogazione del gas.
I morti furono oltre duecento.
Davanti ai cumuli di macerie, sconvolti dallincertezza, stavano i familiari dei sepolti che, implorando si facesse presto, cercavano di affiancare i soccorritori. Forse molti di più avrebbero potuto essere salvati ma purtroppo non si riuscì ad arrivare in tempo. Si salvò un bimbo di pochi giorni, figlio di Giordano Baldini, rimasto sotto alcune travi che avevano fatto una sorta di capanna, proteggendolo. La mamma e altri due fratellini di questo bimbo erano rimasti uccisi, ed il padre gravemente ferito. Un cumulo di cadaveri fu rinvenuto qualche giorno dopo, in Corso Carlo Alberto, nel rifugio del Forno Morbidelli. Le persone che erano in coda per il pane, al cadere delle prime bombe avevano sperato di trovare la salvezza in questo rifugio. Ma in mezzo a tanti morti, una persona miracolosamente viva: il garzone del forno, rimasto in salvo sotto al bancone di vendita, che in quei giorni, fino all'arrivo dei soccorritori, era riuscito a mantenersi in vita, come un po' del pane del forno. La morte a lui quel giorno aveva detto no. L'incursione del giorno 16 ottobre, oltre a quelli di natura civile, aveva causato anche danni di interesse militare: alla Stazione Ferroviaria scambi danneggiati, il deposito delle locomotive sconvolto, interrotte le comunicazioni telegrafiche e telefoniche, interruzione degli arrivi e delle partenze dei treni.
Cominciava così l'agonia di Ancona.
1 Novembre 1943: giorno di Ognissanti. Un'altra mattinata splendida, piena di sole. Pochi minuti dopo mezzogiorno, le sirene cominciarono a suonare l'allarme e subito dopo un clamore d'inferno riempiva la città: una poderosa formazione di fortezze volanti faceva la sua comparsa, compiendo un ampio giro e poi cominciò a far cadere il carico micidiale. Deflagrazioni mai avvertite fino ad allora scuotevano la città e i paesi vicini e immense colonne di fumo con altissime fiammate si levavano dalle rovine in cui erano state ridotte in pochi minuti Via del Comune, Piazza San Francesco, San Domenico, Palazzo del Governo, Piazza Roma, via Menicucci, la Cattedrale, tutta la zona del Guasco, il Rione San Pietro. Dopo un minimo tentativo di autodifesa, tacquero le batterie antiaeree piazzate sugli spalti e le fortezze volanti, dopo aver compiuto alcuni giri, a ricognizione sulle zone devastate, prendevano la via del ritorno.
Esperti militari affermarono poi che gli effetti di un forte numero di grosse bombe, da un punto di vista distruttivo è simile a quello di una bomba atomica e così era stato il bombardamento di Ancona.
Oltre alle zone suddette vennero colpiti il Cantiere Navale, affondato l'incrociatore Pompeo Magno e la nave Reale Savoia. Mucchi giganteschi di macerie ostruivano i passaggi e impedivano ai pochi soccorritori di giungere dove era necessaria la loro opera: i vigili del fuoco si prodigarono in maniera veramente eroica, anche sotto l'infuriare del bombardamento e così il personale della Croce Rossa ma l'opera di soccorso fu purtroppo di gran lunga inadeguata a fronteggiare le esigenze create dalla vastità delle distruzioni. Le case sconvolte non si contavano e così i morti dei quali, anche a distanza di sessanta anni, non si conosce il numero esatto. Oltre tremila e un migliaio solo nel Rifugio delle Carceri, scavato nella roccia e che in Ancona era allora considerato il più sicuro: infatti non crollò ma due bombe lo colpirono contemporaneamente ai due ingressi e la gente dentro morì per lo spostamento d'aria. In questo Rifugio trovò la morte l'intero Collegio Giovagnoni Birarelli, suore, personale docente e bambine orfane. Anche in questo caso miracolosamente salva una persona, il Sig. Nobile, uno dei custodi delle Carceri, che si trovava anche lui al rifugio. Raccontò poi che nei momenti del bombardamento, proprio stimolati dalla presenza delle suore, tutti pregavano. Poi lui non seppe cosa era successo: svenne probabilmente e quando si risvegliò tutto era buio e silenzio e lui sentiva un gran peso sulle gambe che, accertò, era dato da un giovane, morto, che gli era caduto sopra. La morte in quel momento non lo aveva voluto. La tragedia era avvenuta nella sezione del rifugio destinata ai civili. Un'altra bomba era caduta davanti all'ingresso del rifugio dei carcerati che dovettero essere liberati e poi tutti si prodigarono nell'aiuto alle persone rimaste intrappolate sotto le macerie. Intere famiglie scomparvero anche dopo giorni e giorni di grida e di richieste di aiuto. I Bombardamenti su Ancona proseguirono per mesi e mesi e la città perse il 70 per cento del suo tessuto urbano. Molte cose non furono recuperate e ancora oggi, dopo sessanta anni, sono visibili vistose e dolorose cicatrici.