Intervista a Christian Sinicco

Perchè un gruppo di poesia, e perchè "Gli Ammutinati"?


Quattro anni fa un gruppo di giovani poeti a Trieste si sono incontrati casualmente e hanno voluto condividere un percorso, scambiandosi le notazioni riguardo la letteratura e cercando al contempo di discuterla.
Ci affascinava il film "Mutiny on the Bounty", quello con Marlon Brando: è un nome "Gli Ammutinati" volutamente forte e una icona che utilizziamo a fini comunicativi.
A questo proposito la manifestazione più grande la organizzammo addirittura facendola durare 18 giorni - cosa mai vista a Trieste. PIANETA POESIA (settembre 2002), in cui tutto il nostro pensiero riguardo la poesia e le sue possibili contaminazioni con il cinema e il teatro si sbizzarrì, fu un modo per promuovere e riflettere attraverso cineforum, rappresentazioni teatrali, dibattiti. Il Festival si avvalse anche del Patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Regione Friuli-Venezia Giulia, della Provincia di Trieste, del Comune di Trieste. Come un gruppo di giovani potè tutto ciò è ancora incomprensibile.
Ma il nostro stare assieme nacque anche da una riflessione sulla letteratura italiana, a partire dall'avanguardia fuoriuscita dal "Gruppo 63", fuoriuscita perchè soprattutto quell'avanguardia a partire dagli anni '60 propose di rinnovare la poesia italiana, ma non riuscì a proporsi meditando anche sugli aspetti comunicativi, organizzativi, quindi sociali.
L'avanguardia "sperimentale" era un apparato di autori e di critici che poi fecero altro - l'esperienza avanguardistica durò poco -, non occupandosi o occupandosi male di una retroguardia che, a mio dire, estremizzò la ricerca sul linguaggio. Ad esempio: di quell'avanguardia a me piace Pagliarani, che ha fatto un buon lavoro anche sulla comunicatività. Ci sono altri autori meritevoli, ma quell'esperienza è stato un connubio con tutta una serie di critici impegnati esclusivamente in una ricerca sul linguaggio, sul valore del segno. Un'esperienza che è finita dopo pochi anni, ma che la critica ha voluto portare avanti e che continua tuttora.
Io credo che il linguaggio nasca molto prima di una sua sistemazione nella scrittura: nasce nella voce, nasce dalla madre e dal padre, da un certo rispondersi.
Cosa dire poi di tutti i critici, semiologi, che hanno innalzato Andrea Zanzotto?
Forse molti non saranno d'accordo, ma io lo dico lo stesso e lo sottolineo: per me Zanzotto ha scritto qualche buona poesia in "IL GALATEO IN BOSCO", poesie che vanno dal 1975 al 1978; il resto, a parte la precedente produzione ermetica fino al 1954, non arriva. Non arriva a me che sono italiano.
Questo è il limite di Zanzotto, che è molto tradotto all'estero, ma a mio dire non è un passaporto della grande poesia italiana del secondo Novecento. La sua è stata un'esperienza interessante, molto artistica se vogliamo, ma ci sono stati poeti molto più interessanti come Fortini, Pasolini e De Andrè, che era anche cantautore e molti l'hanno insultato perché aveva successo - anche questo parole potrebbe far suscitare un bel polverone.
Sulla situazione italiana c'è da dire che ci fu un grande dibattito culturale in Italia fino a tutti gli anni '70, ma poi quando la politica non si interessò più di cultura e vennero a mancare grandi poeti, quali Montale o prima ancora Pasolini, l'ambiente fu lasciato nella sua caotica esistenza che mancava di apparati organizzati.
Negli anni '80 dalle ceneri di Montale nacque il premio a lui dedicato, e la giuria fece un buon lavoro di selezione per circa vent'anni, ma il Premio Internazionale Montale sponsorizzò i poeti all'interno di un circuito tutto sommato elitario. Fu un modo per salvaguardare dall'alto l'esistenza della poesia in un ambiente letterario oramai provincialistico e frammentario.
L'ultima edizione è del 2002. Poi il premio è fallito, la giuria se ne è andata: sui duecento nomi promossi dal premio in tutti questi anni chi si è veramente confermato? L'ultima edizione è stato un elogio a Mario Luzi, grande poeta che ha attraversato il Novecento, ma in Italia pochi lo conoscono e neppure la scuola italiana che lo ha inserito nei testi di studio è riuscita a promuoverne la figura. Che dire dunque dell'ambiente poetico, e della promozione della poesia in Italia?
Nel 1999, le nostre riflessioni vertevano sul fatto che l'esperienza poetica del "Gruppo 63" era stata interessante e da temere, per tutta una serie di notazioni. Tuttavia si criticava in generale la chiusura elitaria dell'ambiente poetico-letterario italiano e si criticava l'uso di una certa tecnologia linguistica senza dover rispondere alle persone, alla massa, noi, da parte dell'avanguardia "sperimentale".
Nel 1999, ad un convegno qui a Trieste, si discusse per tre giorni se la poesia italiana dovesse essere elitaria o aprirsi al pubblico.
Dove non c'è apertura non c'è poesia, indipendentemente da chi ti trovi di fronte, sia esso l'abile conferenziere o un uomo che incontri per la strada e con cui discuti, dialoghi.
Oggi a livello nazionale si discute di poesia come "buona letteratura" o di poesia "determinata storicamente da una tradizione", tradizione che tutti interpretano con molta soggettività. Non voglio entrare con la normatività estetica per demolire queste notazioni critiche, perchè è la poesia che se può violare una norma o essere rivoluzionaria mi pare che non si tiri indietro.
Per affermare che la poesia è molto di più di ciò che viene trattato dai molti abili conferenzieri dei convegni, questo basta: è esistenza che si fa.
La sostanza di questi discorsi - e ciò che ai convegni non viene detto - è che l'ambiente non si è mai dotato di apparati per comunicare o promuovere, di festival, di cornici comunicative. Sul territorio nazionale mancano addetti che si occupino di poesia, di nuove proposte (per questo da trenta anni i nomi sono gli stessi), e le grande case editrici pubblicano solo persone che hanno più di cinquanta anni - in Inghilterra, da ciò che ho sentito, anche le nuove proposte vengono pubblicate.
E' più facile dire che si vuole un ambiente elitario, facilmente manovrabile da qualcuno, piuttosto che muoversi e fare nella società.
"Gli Ammutinati" vanno dove? Dove la poesia non è comunicata.

Da quali poeti è composto il gruppo? Siete in contatto con altri giovani poeti italiani?

I poeti più attivi nel gruppo, che mi sorprendono sempre molto per le loro creazioni, sono: Matteo Danieli, Luigi Nacci, Massimo Palme, Ambra Zorat, Francesca Spessot, Angelo Claut, Luciano Dobrilovic, Manuel Fanni Canelles, Furio Pillan. Ognuno di questi poeti ha una ricerca completamente differente sulla poesia e sulla propria formatività. Ma interessanti sono anche la sanguigna Velvet Afri e Michele Alessio.
Gli altri giovani poeti italiani che consiglio - cito quelli che maggiormente mi sono piaciuti - sono: Gabriella Stanchina, Valentino Fossati, Tiziana Cera Rosco, Italo Testa, Gabriel Del Sarto, Isabella Leardini, Alberto Pellegatta, Fabrizio Bernini, Andrea Ponso, Silvia Caratti, Daniele Mencarelli, Davide Brullo. Ce ne sono tanti altri con cui sono in contatto: sulla rivista Fucine Mute - www.fucine.com sto effettuando una ricerca sulla nuova ondata della poesia italiana, che è vastissima.
Per ciò che concerne i contatti, un po' tutti si stanno allacciando. Penso a gruppi come quelli che girano attorno alle riviste Atelier, Clandestino, Daemon, Nabassar - www.nabanassar.com. C'è molto fermento nonostante l'impossibilità di uscire con le grandi case editrici, ma la novità è che questa generazione è molto organizzata. Questo è un bene che in breve tempo scuoterà l'ambiente letterario, creandone uno nuovo e migliore quanto più la ricerca e il confronto verranno approfonditi.

Parliamo di Christian Sinicco. Come hai trovato il tuo stile e perché punti su di lui?

Credo di avere una formatività molto "mutante". Parto da una poesia epica, a detta di molti, e visionaria. Nel corso del tempo ho notato di essere estremamente criticabile, nel bene e nel male. Cercherò di spiegarmi attraverso questi due testi: il primo è un testo tratto da "Mare del poema", prosa di quando avevo ventitre anni; il secondo è tratto dalla raccolta "Da Trieste a Leopardi passando per New York", che forse uscirà con la Lietocolle (www.lietocolle.it), casa editrice di Como:

Il mare della storia è un corpo affondato.
L’infinito che spesso caccio via lo circonda.
L’infinito si apre sotto, non cado.
L’infinito è dove mi volto: se fosse un frammento, direi ciò che è, ma è molto.
Nel silenzio al segreto mi dispone.

Mi parla, di tutta la sua luce, senza paura.
Abbraccia la forma della parola, schiude la forma della parola.
Il mare della storia al fondo si deposita.
Nascerà una montagna bianca.

(da Mare del Poema, Christian Sinicco 1997-98)

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reazione della nostra velocità al disastro della generazione di Allen Ginsberg, Dylan Thomas, Ezra Pound

Sulle scorie
mentre scelgo la polvere,
sui libri chiusi
come una scintilla morente
l’ingiusta giovinezza mia
addiziona le Madrid,
Rome coi tricolori,
Berlin bombardate,
Hiroshima vuote,
Paris occupate dai palazzi,
ciudad lacerate,
strappate e nervose
ginocchia che corrono.
Con una mente interna,
noncuranti del resto, benzina
pronta al riciclo, i nervi sfiatatoi allungano e tendono
l’umanità pompa, orecchie che in persistente nausea
suonano il timpano di verità allagate… Spesso, in periferia,
l’industria nel petto dell’uomo robot
è un nuovo cuore aperto
e bruciante
Eternità.
Guardami storia
mentre scelgo di piangere stamattina
la polvere sui libri chiusi
come una scintilla morente;
guarda l’ingiusta giovinezza mia
e della mia generazione
dissolvere queste.
Guarda.

Tra i cespugli che passano, nuvole secche
di un deserto, l’uomo precipitato di città
rompe la carlinga
e quel volto
del senza corpo oramai,
la velocità immane
tenuta da forze
più grandi di qualsiasi forza,
si vede. Su innumerevoli giri di frequenza
questa velocità
dilania la poesia di Ezra
sul vento del potere Pound,
l’astronomia di Thomas
sulle navi di lobby e di metallo Ginsberg,
la ciurma salpata
con ali di muffa e soldi, sulle vergogne
tutto ciò che ha nome ignoranza…! …la guerra,
quella inosservata, che proclama
il suo individuo, sottraendolo
ad un universo diverso
che non pare umano ed è invece l’umano
prodotto della distillazione,
lo scarto del sistema
vomitante il suo polmone,
una costa di lettighe
intrecciate da chi è nulla… La morte
è il nostro contributo al progresso, storia?
Ma tra i cespugli che passano, nuvole secche
di un deserto, esplode la velocità come lo sgomento
di chi abbia visto il padre
urlare nella notte,
urlare tra le lenzuola
tremanti; vi coglie nella febbre
di ciò che preferireste dimenticare e non c’è
una coperta che possiate stendere
sotto le lenzuola…!
Allora vi alzate,
sulla pelle
la velocità
non vi resiste
e sul deserto
dell’uomo precipitato di città
sciogliete il volto.
Dopo poco sapranno
cos’è la generazione.

(da Trieste a Leopardi passando per New York, Christian Sinicco 2001-2002)

In entrambi i testi è presente una riflessione sul concetto di "storia" e sul concetto di "eternità". A mio dire la storia non è morta, è un processo lungo che richiede molte generazioni di uomini e molte generazioni di idee, emozioni, immagini. Tutto questo fa la storia e tra tutto questo c'è eternità. Ognuno di noi è presente alla vita e alla storia degli uomini. Il nostro coraggio fronteggia l'annichilirsi del proprio corpo e i disastri a cui gli uomini si sottopongono, sono sottoposti. Nell'annichilimento della nostra natura (fatta di carne che cede al tempo) e nel disastro creato dagli uomini (le immani tragedie della storia, le guerre mondiali e le carneficine), l'uomo trova la tensione verso l'eterno, nella generazione.
L'uomo vive attimi splendidi e si ritrova a fare delle scelte senza poter controllare le conseguenze e gli effetti delle proprie azioni, senza poter controllare gli effetti e le conseguenze di altri uomini nel mondo. Eppure quest'uomo è in piedi, attende il compimento con un qualcosa che si fa e che lo attraversa e che è poesia: questa esistenza è capace di abbracciare tutto, il bene e il male che viene agitato dagli uomini e dalla natura di uomini.
L'uomo in piedi - quello che si rialza, quello che rompe la carlinga e scioglie il proprio volto - inonda con la vita che gli appartiene ogni frana, dona vita ai deserti, corre nella storia teso nell'eternità. Io voglio che l'uomo sia nel tentativo, provi a rialzarsi, dovunque si trovi lo faccia con tutto quello di cui dispone.
Se dovessi cadere tentando questo come uomo, altri ci provino, saltino sul mio corpo e su quelli che non ci sono riusciti, saltino sulle tragedie: saranno più alti, vedranno meglio, sapranno meglio distinguere e agire, generare
l'incontrollabile velocità per realizzarsi coraggiosamente. Ma non sto pensando a rivoluzionare il mondo, penso a tutti gli uomini che tentano nella propria vita di fare il meglio che possono e che continuano, in piedi e coraggiosamente, a crederci, a credere che i miglioramenti siano possibili.
Un giorno nascerà la montagna bianca.

I due testi che ho proposto sono molti differenti.
Nella prosa prevale la riflessione, anche come aspetto che ridefinisce i concetti di storia e di infinito e via via li intreccia.
Ricordo che stavo cercando le parole per esprimere ciò che sentivo se mi fossi immerso nella storia, il cui liquido era come infinito. L'immaginazione produceva emozioni molti semplici, sulle quali comparse la visione della montagna.
Nella poesia invece mi sono lasciato andare al flusso. Per la precisione, in un primo momento, avevo queste immagini delle città della seconda conflitto mondiale che mi si addizionavano, mi correvano dentro. Per cui ad un certo punto mi bloccai invocando la storia e il pensiero che ne avevo da bambino, quando si parlava di bomba atomica. Poi l'immagine andò su un aereo che sganciava bombe, ma lo feci cadere e ne procurai l'esplosione.
Parallelamente a queste immagini si intrecciavano in me anche i discorsi fatti con Matteo Danieli, Luigi Nacci, Massimo Palme sui prodotti di scarto e quindi sull'umanità-prodotto di scarto o sottoprodotto di una certa società. I discorsi vertevano anche sul come considerare il progresso partendo da questa analisi sociologica.
Di cosa siamo i padri dunque? Che cosa generiamo?
La velocità, nell'alzarsi, mi si è sciolta dentro. Nel finale aperto ho voluto indicare la nostra possibilità, come uomini, di operare delle scelte perché irresistibili: senza di noi ogni possibilità non può concretizzarsi.
Nel titolo della poesia mi riferisco a poeti quali Ezra Pound, Dylan Thomas, Allen Ginsberg... Dico "reazione della nostra velocità al disastro della generazione". Mi riferisco al fatto che questi poeti hanno vissuto il Novecento e la sua drammaticità essendone implicati.
Comunque la titolazione è successiva alla poesia: nella poesia ho utilizzato questi nomi... Ho sempre adorato Thomas: le sue poesie sono un'astronomia di parole, una preghiera, un cosmo; poesie talmente astratte che sono stelle, e tu sotto. Ginsberg ha urlato e questo mi strideva: era metallo. Pound traeva da ogni icona o segno una composizione, perdendosi nella storia dell'umanità.
Lo stile si trova leggendo, scrivendo, riflettendo. In generale non so come trovo lo stile. Accade, come accade la poesia.
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