Rubrica di Poesia a cura di Elio
Grasso
Elio Grasso
Il
Dono di un libretto
Il dono di un libretto come questo è un dono
di poesia. Il poemetto dedicato alla madre porta
Lucetta Frisa dentro un "cercare",
ancora più energico che in passato, negli strati
profondi del nido, dove le parole scritte e le
parole dette stringono un patto vigoroso. Il
segno è quello del ricordo rimpicciolito e
trasformato in ripostiglio ombroso. Non credo che
lì dentro, poi, vi restino confinate aspettative
dickinsoniane, o attese di valore, conferme. Come
già in Notte alta, la figlia esplora l'universo
delle radici terrene, ben conosciuto e travasato
nel presente talvolta contrario; la figlia guarda
ancora una volta il corpo materno, e così
facendo lo rende percorribile da mani ormai
tremanti e "piccole". Una misura, senza
alcun dubbio, da consegnare all'avvenire, alle
cose del corpo e alle cose che stanno intorno.
Viene dunque fuori da queste pagine anche una
memoria del futuro, non un semplice presagio, ma
quello che sicuramente sarà. Così i gesti sono
gesti che qualcuno vedrà, e per questo ci sono
momenti di lettura che hanno poca aria, ma per
eccesso di visione. Le labbra si stringono quando
incontriamo accenni a situazioni della
contingenza quotidiana, quando di schianto si
capisce che la misura "piccola" è la
realtà di un letto sbarrato, di pareti che non
esistono e che i pochi metri quadrati di quel
letto sono il confine di tutta una casa. Ma sono
ricchi i voli che Lucetta Frisa tende su questo
precipizio, arretrando alle fiabe d'occidente e
d'oriente, usandole come unguento alleviante. E,
come in una fanciullezza rivisitata, sfiora le
cose dei dintorni, anche le pietre, anche la
pelle liscia dei corpi, ne annusa la dolcezza. Fa
presto a passare dalla stanza stretta alla stanza
infinita, ecco tutto: la voce, ora allarmata ora
musicale, diventa una voce di mille sfumature,
capace di salmodiare nella poesia e nella vita,
direttamente sul video del computer e nell'aria
mal arredata che sta intorno al letto sbarrato,
alla culla.
Nota: Lucetta Frisa, Gioia piccola, All'antico
mercato saraceno, Treviso 1999
Lucetta
Frisa
Gioia
piccola
E come è sgomento uno che ha da volare
e viene da un grembo.
R.M. Rilke
Filo e uncinetto e
guarda come si fa impara anche tu
un punto dopo l'altro e poi
il misterioso modo di curvare
e cominciava la chiocciola
si ingrandiva a ogni giro.
Ti guardavo le mani.
Da lì mi è nato il male di cercare
l'inizio di ogni cosa.
Ma nessuna ha maniglie
non si fa catturare.
Occorrono strategie per non ferirsi.
Oltre questo paradiso non attendo il fato
con i suoi cerchi pizzi oroscopi girandole
in mano a sante che sanno fiorire semi
slacciare nodi gordiani.
E guardo le mie dita di passatempi
che ancora stringono matite pellicine triturate
- vuoti a perdere.
Ti rendo questo
(non ho che il mio sogno e non me lo ricordo)
oh il sogno che iniziò con te
restato a ruotarti nelle mani
tu neppure sapevi
- eravamo due dee, io e te, che non sanno nulla.
Non si guarisce
non si cammina
non si può
- si fa solo finta.
Chi ha acceso i fiammiferi nel ripostiglio mentre
scrivo?
Chi appicca il fuoco alla casa?
È bene o è male che bruci?
È bene se resto
è dovere di sentinella
è abitudine o sconfitta
è dare valore al passato
aspettando ferma al mio posto
che un fuoco piccolo avanzi come i tarli
o le formiche di notte
e come lenta, lentissima, la polvere.
Sta sottopelle la gioia, dicevi,
è insensata, esplode e se ne va,
nella stanza buia quando piangi
tu guarda le fessure delle imposte:
là c'è sempre la luce.
Tu guarda il mare le nuvole
non pensare ad altro non pensare
a nulla, senti il tuo corpo
sentilo in pace:
tutto questo è
gioia piccola.
Sono la regina assoluta del piccolo ormai:
impercettibilmente mi hai dato le consegne.
Del piccolo, perché il grande
mi è sfuggito non so come e perché: io
attraversavo l'universo tu
mi indicavi delle formiche le strade notturne.
Da un buco del pavimento
dietro una mattonella
si troverà una strada
che fugge verso il porto...
E se la casa bruciasse e io facessi finta di
nulla?
Che il fuoco
scortichi dissecchi la radice
cancelli
i nostri visi morti.
Era di carta la casa
o di quale infida materia?
E devo dirmi che il rogo era destino
versando miti lacrime
o per le stanze agitarmi gridare spalancare
balconi e finestre
convocando pompieri muratori ingegneri
tutti gli esperti dei difetti strutturali e poi
streghe, esorcisti;
che invochino il divino ai quattro angoli
dei muri maestri
e i demoni dei corpi resistenti e
gli angeli dei soffi;
e intonino fonemi inferi e ariosi
tracciando gesti e gesti
con mani e piedi
con piedi e mani
in aria e terra
in terra e aria
E per un attimo
si fermi, taccia
il brulichìo del fuoco...
Poca aria
poca
come gli spiccioli della spesa quotidiana
calcolata sul calendario.
E stringo le labbra
i pugni
lascio che il tempo passi.
I suoni alti
la grande aria del mare
sprechi
eccessi
- rimbombano dietro i vetri.
C'era una volta vicino al mare una casa...
Questa è tutta la mia casa - dici - e indichi il
letto con le sbarre intorno.
Fammi uscire di qui.
Da un buco del pavimento
dietro una mattonella
si troverà una strada
che fugge verso il porto...
Potessi sgravarti del corpo
del suo patire
così tu leggera
all'aria potrai cedere il passo
Perchè infine si giunge
ma non si vedono non si toccano
i sogni - ci si accarezza
solo la pelle -
(lei capisce lo strazio
il congedo
le lezioni mute)
Da bambini si toccano le pietre, la sabbia,
l'acqua, le cose essenziali, si toccano gli
animali, le foglie, come dire mi tocco, mi odoro,
sono io tutte queste cose dolcissime. Anche le
stelle si toccano, sono solo animali più piccoli
che scappano via. Ma poi perché ci si vuole
nascondere? Per tornare invisibili? Mi chiudevo
per ore dentro un armadio, immobile, a respirare,
poi tu cominciavi a chiamarmi Dove sei? Vieni
fuori di lì ...
Andava là la bambina
e non poteva
andava là non poteva
e non può.
Lo ripetevo questo ritornello per giorni e
giorni. Che cosa non puoi - mi chiedevano - me lo
chiedevi, ridendo, anche tu.
C'era una volta il mare...
Una riga in parallelo con la scrivania, e gli
occhi viaggiavano tra quella riga e il foglio
attraversando i vetri della finestra, la mano si
muoveva dritta da oriente a occidente, da
sinistra a destra, senza cedimenti, lontano da
casa.
C'era una volta una casa...
La casa aveva una porta blindata nel corridoio
filavo su una barca sottile le rive delle stanze
si affacciavano su scene di diversi paesaggi;
c'erano stanze diurne stanze notturne e ognuna
variava di colore arredamento timbro. E c'era una
stanza potente non sapevo dove e cominciavo a
girare girare in tondo e il corridoio un vortice
mi appiattivo ai muri ricominciando a girare; là
dovevo giungere, là in quella stanza, letargo
nella testa brividi nella schiena. Era tumulo o
sorgente? Navigavo per ore poi tutto si fermava
di colpo: ti chiamavo.
La casa infinita è questo foglio o le pareti
dissolte abitate da estranei - domani?
Una domanda non ha mai risposta
solo fine.
Ti raggiungerò nel tuo nulla
il mio e il tuo di nuovo insieme
ma questa volta al buio.
Noi due non nasceremo più
l'una nell'altra - madre e figlia -
a specchiarci nella nostra luce grande.
La tua
mi inventava i colori
animali, alberi e mare
- quello che senza nome e forma
viveva già nel tuo grembo
cullandomi oscuramente.
Dentro di te ho saputo
lo splendore di non capire e di essere
la gioia del respiro e del sonno.
Questo
non lo seppellirò con le tue ossa.
Se scorre nel mio corpo
scorrerà fino alla fine
perché tu viva ancora un po'.
Nulla di te deve andare perduto;
e spolvero gli angoli di casa
i mobili accarezzo
bagno piante
guardo lune
e ho cura di me.
Volevo scrivere un poema sulla polvere come
un'immensa spolveratura
mi avrebbe lasciato più quieta forse un po' meno
ansiosa ma quando
si parte dal grande non si raggiunge nulla
neppure una sillaba bisbigliata.
Cominciamo dall'inizio: io, la casa e la polvere
- tutti i giorni.
Non ho mai capito se spolverare sia evocare
condurre ieri qui davanti a me come un immutabile
cristallo togliere
via i miei secoli farmi dimenticata eternamente.
Sempre ho immaginato la polvere scendere di notte
sopra il naso dei mobili su tutta la pelle della
casa
scendere al buio così nessuno può mandarla
indietro.
Forse spolverare è un atto duplice come quando
si nasce
e si comincia subito a svegliarsi o a dormire
secondo i punti di vista.
Anche la gatta lecca i suoi gattini appena nati.
Appena nati si incomincia subito a fare pulizia
di grembi precedenti gusci vuoti minuti vecchi
e non si smette più di trafficare -
rallentando o accelerando
lo spolverìo.
Chi usa grandi armi per combattere
chi solo penna e stracci
e sogna il deserto o il monastero
e un vento senza polvere.
Ma poi lei
non scende più
non soffoca
resta distesa lì -
noi e lei
si resta lì insieme.
(Se io potessi
ma non si può, non si può nulla
non ho potuto, non posso
e mai potrò)
Andava là la bambina
e non poteva
andava là non poteva
e non può.
Ti prego poesia
fratturami il quotidiano in polvere
fanne luce che io regni:
toccando l'aria qua e là
sillabe consonanti
metafore stregonerie
arrivano servi alati e
tutto tutto risplende
casa e foglio
e io
più non precipito
resto con te a fare giochi.
Aiutami
detergi lacrime
accarezza
fammi impazzire dolce.
Se la tua aria è nuova - se così sembra -
ai malati di sogni che non sanno muovere potenze
crollare dominazioni con le mani e immaginano
mondi e mondi di commozioni e giustizie
che giunga nelle ossa
come una tenerezza di natura.
Io ordino solo parole a parole
- tutto il mio arredamento -
nel disordine che esalta la tristezza ottusa
che giunga
un nuovo disordine dall'aldilà
una notte piccolissima a leccarmi come un gatto
una nuova tradizione di baccante e anacoreta
lezioni d'assoluto
rimescolate in lingua animale
carezzevole molto
per chi se ne va.
Devo spegnere o accendere per l'ultima volta
tutti i miei fantasmi folli che danzano
brividi sussurri musiche
tra orrori colori strofe e incantesimi un'orgia
e cassetti a brandelli
Vieni via con noi lascia tutto
che questa poesia risusciti il non vissuto
e la cenere sui miei passi
sia solista e coro.
(Dove abito io?
In questa casa nessuno entra
non vede nulla.
Dove si posa la mia testa
e il mio scheletro ora dove va?)
Insegnami tutto daccapo.
Filo e uncinetto
e guarda come si fa impara anche tu
e guardo le mie dita di passatempi
che ancora stringono matite pellicine triturate
- vuoti a perdere.
Questo ti rendo
non ho che il mio sogno e non me lo ricordo
oh il sogno che iniziò con te
restato a ruotarti nelle mani
tu neppure sapevi
- eravamo due dee, io e te, che non sanno nulla.
E cullami
ancora cullami
perché sono piccola
nei versi adulti.
Ancora insegnami
la gioia picola
delle formiche
la strada.
Da un buco del pavimento
dietro una mattonella
si troverà...
marzo 97 - settembre 98

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