
Definizione. Vasculite sistemica da causa sconosciuta coinvolgente le arterie e le vene di vario calibro caratterizzata da coinvolgimento recidivante mucocutaneo ed oculare. Presenta una caratteristica distribuzione geografica con elevata prevalenza in Turchia, Iran e Giappone ed in alcuni paesi del Mediterraneo.
Caratteristiche cliniche. Andamento clinico a pousseè che generalmente si riduce di intensità con il tempo. Afte orali e/o genitali recidivanti. Uveite cronica recidivante che conduce alla cecità il 10% dei soggetti. Ampia varietà di manifestazioni cutanee, incluso il fenomeno della “patergia”. Coinvolgimento multisistemico: apparato gastroenterico, muscoloscheletrico, sistema nervoso e cardiovascolare.
Storia. Questa malattia fu compiutamente definita nel 1937 da Hulusi Behçet, professore di dermatologia all'università di Istanbul, che segnalò tre casi, in cui erano associate tra loro tre manifestazioni molto peculiari: un'irite ricorrente con ipopion, un'aftosi orale e un'aftosi genitale. Ricercando nella vecchia letteratura, comunque, si trovano segnalazioni di casi in cui è possibile, con buona verosimiglianza, formulare la diagnosi retrospettiva di malattia di Behçet, in quanto sono presenti, in associazione tra loro, almeno due dei tre criteri considerati tra i più importanti per identificare questa malattia:
Manifestazioni oculari: irite ricorrente, con o senza ipopion
Manifestazioni delle mucose: aftosi orale e genitale
Manifestazioni cutanee: papulo-pustolosi, eritema nodoso
La segnalazione, nel 1975, dell’associazione con l’antigene di istocompatibilità HLA-B51 da parte di Ohno et al ha fornito il primo indizio sulle basi genetiche della malattia. Con i moltiplicarsi dei casi segnalati vengono descritte anche altre manifestazioni, che oggi si ritengono far parte del quadro clinico, particolarmente ricco della malattia:
interessamento articolare,
particolare sensibilità della cute (patergia),
epididimite,
tromboflebite degli arti inferiori e una trombosi della vena cava inferiore.
Il brano del terzo libro delle malattie endemiche di Ippocrate, che ricorda la malattia di Behçet
"Hsan de kai alloi puretoi peri wn gegrayetai. åtomata polloisin ajqwdea, alkwdea. Peumata peri aidoia polla, elkwmata, jumata exwqen, eswqen polla jqeironta tas oyias, a ruka eponopazousin. Ejqeto de kai epi twn allwn elkewn polla kai en aidoioisin. Anqrakes polloi kata qeros, kai alla, a sey kaleetai ekqeumata megala erphtes polloisi megaloi"
Vi sono altre febbri, che descriverò in seguito. Molti hanno afte e piaghe nella bocca. Le flussioni attorno ai genitali sono abbondanti: piaghe, escrescenze esterne ed interne, gonfiori a livello inguinale. Una infiammazione acquosa negli occhi, cronica e dolente: escrescenze sulle palpebre esterne ed interne chiamate "fichi" che in molti casi distruggono la vista. Vi sono anche escrescenze su altre piaghe particolarmente ai genitali. Molti antraci in estate ed altre affezioni chiamate "marciume". Larghe pustole. Molti hanno larghe vescicole ("erpetes")
Epidemiologia. Come è noto, la malattia di Behçet ha una distribuzione geografica molto peculiare; la prevalenza più elevata sembra aversi in Giappone (1.5/10000) ed in Turchia (8/10000). La prevalenza è alta anche in paesi del Mediterraneo: Italia, Grecia, Israele, Egitto, Libano, Siria, Giordania ed Arabia Saudita. Non vi sono dati relativi all'Asia Centrale ed al subcontinente indiano, mentre sappiamo che la malattia è rara e comunque sporadica nell'Europa centro-settentrionale e negli Stati Uniti. Uno studio epidemiologico condotto in Inghilterra ha evidenziato una prevalenza di 1/170000 contro la prevalenza di 1/800000 degli USA. Sebbene la malattia possa svilupparsi a qualsiasi età, il più comune inizio è la terza decade. Talvolta si manifesta con ulcere oro-genitali nell’infanzia seguite da altre manifestazioni solo più tardi. Il sesso maschile sembrerebbe maggiormente colpito anche se il grado di predominanza del sesso varia nelle diverse regioni (es. 2:1 in Giappone e 9:1 in Medio Oriente). Da diversi studi è stato evidenziato un certo grado si associazione familiare ponendo le basi per l’esistenza di influenze immunogenetiche nell’eziopatogenesi della malattia.
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Prevalenza della malattia di Behçet in diverse aree geografiche | |
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Nazione |
Tasso per 100.000 |
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Turchia |
80.0 |
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Giappone |
15.0 |
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Iran |
15.0 |
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Inghilterra |
0.6 |
Distribuzione geografica della malattia di Behçet. La distribuzione della malattia di Behçet indica che le aree ad alto rischio si trovano lungo una fascia che tra i 30°-45° di latitudine Nord che corrisponde alla vecchia "via della seta". Tale fascia si estende dal Giappone, all’estremo Oriente, ai paesi del bacino del Mediterraneo, fino all’Europa.
Eziologia. La causa della malattia di Behçet è ancora sconosciuta, ma una base immunogenetica sembra essere ormai chiara. Da tempo è stata dimostrata un’associazione significativa tra HLA-B51 e la malattia stessa (RR= 7.9 nella popolazione giapponese) (Ohno, S. et al. 1973; Ohno, S. et al. 1982). Altri antigeni come DR2, B12, DR7 potrebbero essere correlati anche alla localizzazione tissutale delle manifestazioni cliniche. Recentemente è stato precisato che soltanto la presenza dell’allele HLA-B*5101 e non del B*5102, né del B*5103 è strettamente correlata alla malattia di Behçet. Studi recenti hanno suggerito la possibilità che geni localizzati in prossimità di quelli codificanti per gli antigeni MHC di classe II (DP e DQ) siano in qualche modo correlati alla suscettibilità per questa malattia. Questi geni codificano per le subunità di proteine eterodimeriche coinvolte nel trasporto degli antigeni nel reticolo endoplasmatico (TAP-1 e TAP-2) dove questi ultimi vengono assemblati con molecole MHC di classe I; in particolare nei pazienti affetti da malattia di Behçet si è dimostrato un fenomeno di linkage disequilibrium con gli alleli HLA-DQB1*0501 e TAP-2B; mentre sembra che l'allele TAP-1C sia maggiormente espresso in soggetti sani rispetto ai soggetti malati. Recenti osservazioni suggeriscono l’importanza nella suscettibilità genetica allo sviluppo della malattia di una disregolazione a livello della sub-regione genica che codifica per il TNF che, come è noto, è localizzata in posizione 6p tra i geni che codificano per alcune componenti del complemento e la regione che codifica per gli antigeni MHC-I. Mediante tecniche RFLP (Resctriction Fragment Lenght Polymorfism) è stato dimostrato che la presenza del frammento 10.5 kb che codifica per il TNF-b è aumentata nei pazienti con questa malattia rispetto ai controlli, mentre la frequenza del frammento 5.5 kb risulta diminuita. Attualmente è noto che i due frammenti sono forme alleliche del TNF-b capaci di influenzare da un punto di vista quantitativo la produzione di tale citochina. In effetti la presenza del frammento 10.5 kb è associata ad una ridotta sintesi del TNF-b (Ohno, S. et al. 1992; Mizuki, N. et al. 1992). Tale osservazione assume particolare importanza in quanto recentemente il ruolo del TNF è stato valutato anche in pazienti con LES. E’ stato infatti dimostrato che in pazienti con LES, positivi agli antigeni DR2 e DQw1 hanno ridotti livelli di TNF-a; tali pazienti mostrano un’alta incidenza di nefrite lupica. Da tali studi sembrerebbe dimostrato, almeno nelle fasi iniziali, un ruolo protettivo del TNF nell’induzione di processi autoimmuni. Altri autori hanno preso in considerazione l'elevata frequenza dell'allele Tau-a (regione microsatellite consistente di 14 ripetizioni guanina/timinalocalizzata tra i geni del TNF e degli antigeni HLA-B) nei pazienti affetti da malattia di Behçet rispetto ai controlli sani. Tutti questi sudi avrebbero evidenziato l'associazione tra la malattia e la presenza di forme alleliche di geni mappati tutti nella stessa regione (6p); tra questi anche i geni MICA e MICB (MHC Classi I Chain Related) localizzati a circa 40Kb del gene HLA-B e possibilmente coinvolti nella presenzazione antigenica dei linfociti T.
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Fig. 1
Rappresentazione schematica dei geni localizzati sul cromosoma
6
Alcuni studi sembrerebbero porre l’attenzione su
alcuni agenti infettivi come l’herpes simplex virus ed alcuni ceppi di
streptococco. Nel primo caso sembrerebbe che il virus abbia una ridotta
capacità di replicarsi in cellule mononucleate di pazienti con malattia di
Behçet; tra l’altro si è dimostrata un’elevata frequenza di trascrizione
di geni virali in cellule mononucleate di tali pazienti. Nel secondo caso
sembrerebbe evidente un coinvolgimento di alcuni ceppi di streptococco (
Strep. sanguis, Strep. pyogenes, Strep. fecalis e Strep.
salivarius) e la malattia di Behçet; sembrerebbe in tal caso coinvolta
la proteina Hsp-65 come si evidenzia dall’aumento dei livelli di IgA
rivolti contro tale antigene in pazienti con malattia di Behçet. Tutto ciò
sembra comprovato dalla scoperta di un significativo aumento di cellule T
circolanti con recettore gd (Suzuki, Y. et al. 1992) e dal fatto che
peptidi derivati dalla proteina HSP-65 sono in grado di stimolare in modo
evidente cellule T
gd
di pazienti con malattia di Behçet.
Immunopatologia.
Danno vascolare, iperfunzione dei neutrofili e
risposte di dito autoimmunitario sono caratteristiche tipiche dela
malattia di behçet. Le biopsie confermano la presenza di vasculite attorno
vicino alle lesioni della malattia di behçet, incluse le ulcere orali e
genitali, l’eritema nodoso, l’uveite posteriore, l’epididimite,
l’enterite, e le lesioni del sistema nervoso centrale. I grandi vasi sono
colpiti da vasculite dei vasa vasorum. Il danno vascolare si aggiunge ad
uno stato di ipercoagulabilità che è anche caratteristico dela malattia di
behçet e che potrebbe essere dovuta, almeno in parte,
all’attivazione/disfunzione di cellule endoteliali e piastrine. Le lesioni
attive, incluse quelle che sono indotte durante il pathergy test, sono
infiltrate da neutrofili in assenza di infezione. Una precoce
infiltrazione di cellule linfomonocitiche è usualmente riscontrata a
livello delle ulcerazioni (lamina propria) ed attorno ai piccoli vasi.
Questi ultimi potrebbero mostrare proliferazione endoteliale e talvolta
obliterazione del lume. Sebbene le fasi iniziali sono suggestive di una
reazione di IV tipo (cellulo-mediata), questa è seguita da
un’infiltrazione di polimorfonucleati e da necrosi fibrinoide dei piccoli
vasi più simile da una reazione di III tipo (Artus). I neutrofili di
pazineti con malattia di behçet mostrano una elevata produzione di anione
superossido, un incremento della funzione chemiotattica ed una eccessiva
produzione di enzimi lisosomiali indicando una iperattivazione di queste
stesse cellule. I keratinociti adiacenti alle regioni ulcerate delle
mucose sembrano inoltre esprimere antigeni di classe II. I linfociti
infiltranti le lesioni sono cellule T CD4+ Th-1, capaci cioè di produrre
IL-2, IFN-g, TNF-b ma
non IL-4, IL-5 ed IL-10. E’ stato dimostrato, in pazienti
con malattia di Behçet, in effetti un aumento dei livelli di IFN-g, nonché una produzione spontanea di tale citochina da
parte di cellule T in coltura. E’ stato inoltre osservato un incremento
nel siero dei pazienti con malattia in fase attiva di IL-1b,
nonché un aumento dei livelli sierici di IL-2R
soprattutto nei casi di localizzazione oculare grave. Analogamente è stato
dimostrato un aumento si produzione di IL-6 nel liquor dei pazienti con
Behçet ad impegno neurologico e di altre citochine come TNF-a
ed IL-8. In un recente studio sono stati
identificati elevati livelli di IL-10 indipendenti dall’attività di
malattia, mentre i livelli di IL-12 e della forma solubile del recettore
del TNF-a
(sTNFR75) sembrano correlati con la
malattia in forma attiva. Per tale motivo la molecola sTNFR75 potrebbe
essere utilizzata come marker di attività della malattia di behçet. Gli
elevati livelli di cellule CD56+, CD4+CD11b+, CD4+CD56+ e CD8+CD11b+
suggerisce una attivazione non specifica delle cellule T. In un
recente studio è stato riportato un incrementato numero di cellule Tgd (linfociti T con TCRgd) e cellule NK in circolo e nei siti di danno e
flogosi.
La funzione dei linfociti
nella malattia di behçet sembra alterata. Sono stati identificati
linfociti specifici per la proteina da shock termico Hsp60, che è altamente omologa alla Hsp65 batterica, soprattutto in pazienti con
manifestazioni oculari. Queste proteine sono capaci di indurre la comparsa
di uveite in modelli animali. E’ possibile ipotizzare che nella
malattia di Behçet un determinato antigene, verosimilmnente batterico, in
soggetti geneticamente predisposti, una volta captato, processato e
presentato dai macrofagi o dalle cellule di Langerhans della cute ai
linfociti T CD4+ sia in grado di attivare le cellule di tipo Th0 e di
indirizzare la differenziazione verso il profilo funzionale di tipo Th1.
Tale selezione si verifica a livello linfonodale ed è resa possibile dalla
presenza di IL-12 e di IFN-g
prodotti da macrofagi
e dalle cellule dendritiche al momento della presentazione antigenica. Il
TNF-b prodotto dai linfociti Th1, il TNF-a e l’IL-1 prodotti dai macrofagi sarebbero
responsabili dell’up-regulation delle molecole di adesione a livello delle
cellule endoteliali con conseguente afflusso di linfociti e granulociti a
livello delle lesioni. I ridotti livelli basali di TNF-b
potrebbero rendersi responsabili dell’inizio dei
processi immunopatogenetici; successivamente l’eventuale espansione dei
linfociti Th1 determinerebbe un incremento delle citochine da essi
prodotte tra cui anche il TNF-b. Un dato molto
importante è rappresentato dall’osservazione che nelle fasi più tardive
sono presenti i neutrofili a livello delle lesioni. Alcune citochine come
le chemochine (IL-8) possono richiamare tali cellule agendo da fattori
chemiotattici, ma soprattutto aumentando l’affinità di legame di alcune
molecole di adesione favorendo la migrazione transendoteliale dei
granulociti stessi. Per quanto concerne i meccanismi di lesione potrebbero
essere dovuti sia all’azione di alcune citochine (TNF ed IL-1) sia
all’azione citotossica diretta da parte dei linfociti T, sia agli enzimi
ed ai radicali dell’ossigeno liberati dai neutrofili.
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Fig. 2
Ipotetico modello patogenetico della malattia di Behçet
Manifestazioni Cliniche. I pazienti di solito non presentato sintomi sistemici ma solo manifestazioni localizzate. Occasionalmente la malattia può esordire con malessere, febbre disfagia e perdita di peso.
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Manifestazioni cliniche della sindrome di Behçet | |
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Localizzazione |
Manifestazione |
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Cute/mucose |
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| Articolazioni |
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| Sistema Nervoso |
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| Occhio |
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| Vasi |
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| App. Gastroenterico |
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| Altri |
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Qui di seguito sono riportate le principali manifestazioni della malattia di Behçet:
Ulcere orali ricorrenti: sono il segno di presentazione in molti ma non in tutti i pazienti. Le ulcere possono essere di tipo aftoso (minori o maggiori) o erpetiforme. Poiché queste ulcere sono molto comuni nella popolazione generale potrebbero essere poco considerate (anche dal medico). Le piccole ulcere di tipo aftoso sono riscontrate nel 67% del Behçet di tipo neurologico e nel 76% in quello di tipo oculare, mentre le grandi ulcere aftose (più gravi) sono riscontrate nel 40 e 64% dei tipo mucocutaneo ed artritico rispettivamente. Le ulcere di tipo erpetiforme sono riscontrate soprattutto nella forma a prevalente interessamento mucocutaneo (45%) della malattia di Behçet. Una caratteristica essenziale delle ulcere orali, ai fini diagnostici, è la tendenza a recidivare ad intervalli di settimane o mesi (intervallo variabile da paziente a paziente). Le lesioni orali sono pressoché indistinguibili sia sul piano clinico che sul piano istopatologico dalle comuni afte e pertanto non sono da sole indicative per al diagnosi. Le lesioni possono essere localizzate in qualsiasi zona del cavo orale, più spesso però interessano la mucosa del labbro, del frenulo e delle guance, mentre il palato è solo raramente colpito. Le afte minori, del diametro di qualche mm si presentano inizialmente come chiazzette eritematose , rotondeggianti od ovalari, intensamente dolenti. Dopo 1-2 giorni la porzione centrale della lesione si disepitelizza e si viene a formare una piccola abrasione che poi si approfondisce progressivamente fino a formare una vera e propria ulcerazione ricoperta da una patina giallastra. Spesso si apprezza un alone eritematoso che circonda l’ulcerazione centrale. La guarigione completa richiede circa 2 settimane e non porta in genere ad esiti cicatriziali. Più spesso gli elementi sono multipli , talvolta confluenti e tipicamente recidivanti. Le afte maggiori (1-3 cm Ø) sono più rare e possono localizzarsi in aree, come il palato, generalmente non colpite da afte minori. L’ulcerazione è più profonda, il dolore più intenso e gli esiti cicatriziali molto più frequenti. Le afte erpetiformi si caratterizzano per la comparsa contemporanea di numerose lesioni erosive, spesso raggruppate, da cui il nome erpetiforme molto dolenti. Talvolta, in occasione delle successive recidive della malattia i pazienti con malattia di behçet, possono presentare varietà cliniche diverse di afte.
Ulcere genitali ricorrenti:
morfologicamente vengono distinte nei tre tipi delle ulcere orali (aftose maggiori, minori ed
erpetiformi). Sono di soliti molto dolenti,
tipicamente recidivanti e spesso determinano esiti cicatriziali.
Colpiscono le donne in misura maggiore rispetto agli uomini. Le aree
maggiormente colpite sono la vulva e la vagina nella donna, il glande e
lo scroto per quanto riguarda l’uomo, ma non è raro osservare
ulcerazioni in regione perianale o anche a livello inguinale o
addirittura sulla superficie interna delle cosce: la presenza di
cicatrici scrotali deve far sospettare la malattia di Behçet.
Altre lesioni cutanee: la manifestazioni
papulo-pustolose, più rare, si presentano pustole o papule a
localizzazione non follicolare che guariscono abbastanza rapidamente
senza lasciare esiti. Più spesso si tratta di pochi elementi localizzati
agli arti ed al volto. Lesioni analoghe sono anche espressione del
fenomeno della "patergia": molti pazienti possono sviluppare lesione
papulo-pustolose in seguito all’iniezione intradermica di soluzione
fisiologica o anche in seguito alla semplice puntura di un ago. Questo
fenomeno si riscontra nel 40-88% dei pazienti e più frequentemente in
quelli di origine turca o giapponese o in quelli che hanno la malattia
da parecchi anni. Sembra che la patergia sia più frequente usando aghi
di maggiore calibro. In alcuni pazienti si ha la comparsa di eritema
nodoso classico (nodosità dolenti e calde al tatto sulla superficie
anteriore delle gambe) che talvolta possono ulcerarsi. Più raramente i
pazienti con Behçet possono esprimere altre manifestazione
dermatologiche: porpora palpabile o simile, lesioni
ulcerativo-necrotiche simili a quelle del pioderma gangrenosum, eruzioni
papulo-pustolose a localizzazione follicolare che realizzano un quadro
acneiforme. Infine si possono annoverare manifestazioni cutanee che
conseguono alla terapia immunosoppressiva come le epidermofizie spesso
diffuse e localizzate anche a livello degli annessi (onicomicosi).
Lesioni Oculari: Sono tra le più serie manifestazioni della malattia di Behçet. Uveiti recidivanti con o senza ipopion, iridocicliti, lesioni vascolari retiniche ed atrofia ottica sono le più comuni manifestazioni. Altre caratteristiche sono congiuntiviti, coroiditi e cheeratiti. L’interessamento di entrambi gli occhi (90% dei casi) rappresenta la manifestazione della malattia di Behçet a prognosi più grave. Non è tanto l’irite con ipopion descritta da Hulusi Behçet nella sua triade, ma la vasculite retinica ad essere la manifestazione oculare più tipica, presente in tutti i pazienti dopo un certo periodo di attività della malattia, e la causa più importante di cecità. L’irite con ipopion, seppure patognomonica, non è in realtà frequente (20% dei casi) e spesso è di difficile rilevazione perché estremamente fugace. Più frequente è l’iridociclite essudativa recidivante ed evolvente verso una grave uveite diffusa cronica non granulomatosa, resistente agli steroidi e con prevalente interessamento posteriore (coroidite, corioretinite, papillite, vasculite retinica). Nei paesi del Mediterraneo, ed in particolare in Italia, non si osserva un’incidenza rilevante di uveite anteriore a prognosi benigna, come invece riportato dalle donne giapponesi. Nel 10% dei casi si può osservare soltanto una vasculite retinica progressiva senza segni di flogosi uveale concomitante. Utile pertanto risulta la fluorangiografia retinica nella diagnosi precoce perché evidenzia segni di vasculite e di sofferenza papillare ancora prima che l’interessamento neuro-retinico sia oftalmoscopicamente evidente fornendo elementi indispensabili per una corretta diagnosi ed indicazioni alla terapia immunosoppressiva. L’interessamento vasale (vasculite) sia come periflebite che come arterite occlusiva è responsabile di emorragie retiniche, edema maculare, aree focali di necrosi retinica, neuropatia ottica ischemica. L’edema maculare cronico evolve verso la degenerazione cistoide e nei casi estremi il foro maculare. Il coinvolgimento del nervo ottico di tipo infiammatorio ed ischemico condiziona la prognosi funzionale; l’atrofia ottica si riscontra in oltre il 40% dei casi dopo 5 anni dall’esordio della malattia oculare. In corso di neuro-Behçet è possibile inoltre riscontrare una papilla da stasi bilaterale quale epifenomeno di una condizione di pseudotumor cerebri. Con il progredire della vasculite retinica le arterie e le vene vanno incontro ad alterazioni sclerotiche fino alla loro completa ostruzione con conseguenti vasi disabitati ed atrofia ottica degli stadi terminali. Le complicanze oculari più frequenti, secondarie alla uveo-retinite ed alla vitreite sono il glaucoma secondario (20%), la cataratta complicata (26%), la proliferazione retinica fibrovascolare (18%) e le rotture e distacchi di retina (8%). Pur rimanendo seria, la prognosi dell’interessamento oculare è notevolmente migliorata con l’introduzione della terapia immunosoppressiva che ha permesso un controllo a lungo termine dell’attività della malattia oculare insieme ad un risparmio degli steroidi, se non la risoluzione della corticodipendenza. Se prima degli anni 70 il 50% dei pazienti diventava cieco entro 5 anni dalla comparsa della manifestazioni oculari, attualmente il 65% conserva una acutezza visiva uguale o superiore a 7/10 in almeno un occhio a 10 anni dalla loro insorgenza.
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Fig. 4
Hypopion
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| Segmento anteriore |
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| Retina |
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| Nervo Ottico |
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Manifestazioni
reumatologiche. Le manifestazioni reumatologiche più frequenti
della sindrome di Behçet sono le artralgie e l'artrite
periferica. Si ritiene che il 40% dei pazienti con malattia di
Behçet presenti prima o dopo artrite periferica. L’esordio dell’artrite
può essere acuto come quello dell’artrite settica o da microcristalli, ma
anche lento ed insidioso. Nella maggior parte dei casi si tratta di una
oligoartrite; talvolta sono coinvolte più articolazioni in
maniera simmetrica. Le articolazioni più frequentemente interessate sono
le ginocchia, le caviglie, i gomiti ed i polsi. Meno frequente è
l’interessamento delle piccole articolazioni delle mani e dei piedi.
Eccezionalmente sono interessate le scapolo-omerali, le coxo-femorali, le
sternoclaveari e l’articolazione atlanto-odontoidea. L’artrite del
ginocchio spesso si complica con la formazione di una cisti di Baker, la
cui rottura può essere responsabile di una sindrome postflebitica, che nei
pazienti con Behçet deve essere differenziata dalla tromboflebite stessa.
La durata dell’artrite raramente supera i 3 mesi e la guarigione avviene
con restitutio ad integrum. Talvolta però l’artrite può essere
erosiva e destruente. Analogamente alle altre manifestazioni cliniche
l’artrite assume spesso un decorso recidivante. La sacroileite e la
spondilite anchilosante costituiscono altre manifestazioni reumatologiche
descritte nei pazienti affetti da sindrome di behçet.
Manifestazioni
neurologiche. Sono riscontrate nel 10-25% dei pazienti affetti da
tale malattia. L’interessamento neurologico (neuro-Behçet) è stato
considerato come segno negativo ai fini prognostici. Il quadro neurologico
non è inserito negli attuali criteri diagnostici elaborati dal gruppo
internazionale di studio della malattia di Behçet. Va tuttavia
sottolineato come il coinvolgimento neurologico possa da un lato essere
evocatore della malattia, facilitandone l’inquadramento diagnostico;
dall’altro possa essere determinante ai fini prognostici, per un corretto
approccio terapeutico. Schematicamente le sindromi da interessamento
neurologico sono state classificate in 3 gruppi (tab. 3); è opportuno
ricordare che è frequente la sovrapposizione di più alterazioni ed
anomalie nello stesso paziente. Meningo-encefalo-mielite: è
il quadro clinico di più frequente riscontro. La meningite, in
particolare, è una delle più tipiche manifestazioni (12-26 %); sembra
inoltre più frequente all’esordio. La meningite può manifestarsi come
sindrome meningea completa (vomito, rigidità ecc.); il più delle volte si
manifesta con attacchi di cefalea. In alcuni soggetti si instaura un
quadro di encefalite/encefalomielite disseminata con compromissione delle
strutture –tronco-encefaliche. Altre sedi frequenti di lesione sono la
capsula interna, i nuclei della base ed il cervelletto. A seconda delle
strutture interessate ne derivano diversi quadri clinici possibili:
sindrome piramidale (tetraplegia, emiplegia, raramente paraplegia),
sindrome cerebellare, turbe della deglutizione, sindrome
cocleo-vestibolare, convulsioni focali o generalizzate, sindromi
extrapiramidali, turbe sfinteriche, sindrome del tronco dell’encefalo,
paralisi dei nervi cranici (oculomotore, faciale, cocleo-vestibolare,
sindromi pseudo-bulbari con crisi di riso e pianto spastico, ed infine
sindromi psichiatriche (sindrome cerebrale organica non psicotica con
amnesia, alterazioni dell’umore in senso depressivo o maniacale, oppure un
quadro di psicosi che si esprime con ideazione disordinata e bizzarra
accompagnata da illusioni ed allucinazioni).
Angioite cerebrale: è il coinvolgimento
vasculitico dei vasi cerebrali. Numerosi sono i casi riportati in
letteratura di trombosi arteriosa e venosa. Le manifestazioni più
frequenti in tale circostanza sono la cefalea persistente, ed il
papilledema. In alcuni casi si riscontra anche ipertensione endocranica.
Tra glia latri sintomi clinici sono talvolta evidenti deficit a focolaio
(emiparesi/ipoestesia, paralisi del VII, monoparesi ecc.) ed alterazioni
dello stato di coscienza
Neuropatie
periferiche e craniche: l’interessamento del sistema nervoso
periferico nel neuro-Behçet è piuttosto raro (1.5%). Queste complicanze in
genere non compaiono come fatti isolati, ma spesso si trovano inserite in
un contesto di coinvvolgimento neurologico più esteso. Per lo più sono
rappresentate da una mononeurite multipla, con deficit puramente sensitivo
o di tipo misto, da una polineuropatia che può interessare glia arti
inferiori o tutti e 4 gli arti, o da una neuropatia cranica (paralisi del
faciale, paralisi del VII).
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| Meningo-encefalo-mielite |
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| Angioite cerebrale |
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| Neuropatie periferiche e craniche |
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Manifestazioni vascolari e cardiache. La vasculite di Behçet interessa vasi di ogni tipo, sia pure con predilezione per le vene, e di ogni calibro, sia per flogosi diretta della parete vascolare sia sotto forma di vasculite dei vasa vasorum. La vasculite della malattia di Behçet è caratterizzata da localizzazioni segmentarie, singole o più frequentemente multiple, sequenziali o compresenti in vario stadio di evoluzione, interessanti a tutto spessore la parete del vaso. A queste conseguenze della malattia, ben caratterizzate e riferibili a vasi di medio o di grosso calibro, viene dato il nome di Angio-Behçet. Complicanze vascolari diverse hanno differente distribuzione epidemiologica e patogenesi, diverse conseguenze fisiopatologiche e cliniche e richiedono diversa terapia. La loro incidenza varia secondo la popolazione studiata. La classificazione delle complicanze della malattia di Behçet si basa sul tipo ed il calibro del vaso e sul distretto corporeo interessato.
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| Complicanze venose | |
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Complicanza vascolare più comune; prevalenti gli arti inferiori; rara fonte di embolia |
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Ipertensione endocranica benigna, papilledema |
| Complicanze arteriose | |
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Localizzazione rara Claudicazione, pulseless disease Correlazione con S. Takayasu ?
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La più comune causa di morte per Malattia di Behçet; seconda causa di morte per emottisi irrefrenabile Deficit neurologici |
| Complicanze cardiache | |
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Rara, con o senza pleurite |
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Da endocardite,
aortite prossimale, aneurisma o da sindrome MAGIC
Simulanti un mixoma
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Trombosi, aneurisma |
Complicanze
venose. Sono assai più frequenti delle complicanze
arteriose ed insorgono nel decorso della malattia di Behçet in oltre la
metà dei pazienti. La tromboflebite superficiale è la complicanza venosa
più comune con prevalenza pari al 22-25%. Si localizza prevalentemente
agli arti inferiori ed evolve determinando circoli collaterali e noduli
sottocutanei a lungo persistenti con caratteristiche infiammatorie. Una
presentazione clinica analoga (pseudotromboflebite) possono avere la cisti
di Baker, un aneurisma dell'arteria poplitea oppure una miosite del
polpaccio. Le tromboflebiti superficiali si accompagnano in oltre il 20%
dei casi a trombosi venose profonde. Le trombosi venose profonde
interessano più frequentemente gli arti inferiori e/o la vena cava
inferiore. Maschi giovani, affetti da malattia di Behçet, se colpiti da
trombosi venose profonde hanno maggiore probabilità di essere affetti
anche da complicanze trombotiche alle arterie polmonari, che debbono
sempre essere sospettate e che non devono essere attribuite ad embolia
polmonare, condizione meno frequente. Infatti l'embolia polmonare è rara
nella malattia di Behçet e raramente conduce a morte, mentre l'arterite
della arterie polmonari determina la formazione di pseudoaneurismi la cui
rottura può essere facilitata dalla terapia anticoagulante con conseguenze
letali. Inoltre le trombosi venose profonde ricanalizzano frequentemente
per evoluzione spontanea o favorita da terapia con corticosteroidi con o
senza antiaggreganti. La trombosi della vena cava inferiore può tuttavia
indurre insufficienza renale per trombosi delle vene renali ovvero
sindrome di Budd Chiari (possibile eccezionalmente per trombosi isolata
delle vene sovraepatiche) con rischio di emorragia grave da varici
esofagee ed insufficienza epatica tardiva. Le trombosi della vena cava
superiore sono meno frequenti di quelle della inferiore, ma la malattia di
Behçet ne è la principale causa in giovani maschi nel bacino del
Mediterraneo. Nonostante il riscontro di anticorpi anti-fosfolipidi sembri
essere più frequente nella malattia di Behçet che nella popolazione
generale, tuttavia non è stata dimostrata una correlazione statisticamente
significativa tra la presenza nel siero di anticorpi anti-cardiolipina e
complicanze vascolari o neurologiche, salvo l'eritema nodoso. La trombosi
delle vene intracraniche si associa, in oltre il 60% dei pazienti, a
trombosi venose profonde in altra sede, raramente a meningo-encefalite.
Determina ipertensione endocranica benigna con cefalea e papilledema,
associata a segni focali, e viene riconosciuta mediante angiografia
digitale a sottrazione con risonanza magnetica.
Complicanze
arteriose. Le complicanze arteriose della malattia di Behçet
sono assai più rare di quelle venose. In casistiche provenienti da vari
paesi la percentuale è variabile tra 2 e 6%, con punte massime pari al 18%
(Arabia Saudita). Data la prognosi infausta delle complicanze arteriose
dovute specialmente a rottura di pseudoaneurismi, non sorprende che esse
siano più frequenti in studi autoptici. Tra le complicanze arteriose
dell'angio-Behçet, una stenosi cronica di una grossa arteria, ad esordio
subdolo, è la eccezione. Essa può interessare l'arco aortico con un quadro
istologico di arterite granulomatosa ed un quadro clinico di asfigmia
periferica usualmente ben tollerata sovrapponibili a quanto si riscontra
nella malattia di Takayasu. Occasionalmente sono state segnalate arteriti
granulomatose a livello delle arterie epatiche o mesenteriche con
manifestazioni cliniche di difficile interpretazione diagnostica in
assenza di un adeguato indice di sospetto. Le complicanze arteriose più
comuni della malattia di Behçet sono dovute ad arterite necrotizzante, che
determina trombosi e/o aneurisma. La trombosi arteriosa determina
ostruzione solitamente in un tratto di arteria interessata da fenomeni
infiammatori; la stenosi è dovuta in parte al trombo, in parte ad una
condizione di arterite a tutto spessore. Le segnalazioni della letteratura
indicano che nel 40% dei casi i pazienti hanno lesioni stenosanti senza
aneurismi: nel 30% interessanti le arterie polmonari, nel 20%
rispettivamente la succlavia e la femorale, meno frequentemente le arterie
di medio calibro (specialmente i tronchi sopraortici e le arterie degli
arti). L'aneurisma arterioso, presente nel 60% dei pazienti con
arteriopatia di Behçet, è solitamente associato a trombosi del tratto
aneurismatico o in altri segmenti arteriosi; singolo o più frequentemente
multiplo, colpisce le arterie polmonari nel 30% dei casi ma è
sensibilmente più frequente a livello dell'aorta addominale (41%) pur
potendo interessare ogni vaso di grosso e medio calibro. L'arteriopatia di
Behçet colpisce nell'80% soggetti di sesso maschile tra i 20 ed i 40 anni
di età, che nel 90% dei casi sono portatori di tromboflebiti superficiali
o di flebotrombosi profonde; è raramente manifestazione di esordio della
malattia, insorgendo di solito 3-8 anni dopo la comparsa delle prime
manifestazioni di essa. Le lesioni arteriose dell'angio-Behçet possono
essere apparentemente favorite da malformazioni vascolari e da traumi
vascolari. Va particolarmente menzionato a questo proposito il rischio di
trombosi arteriosa e di aneurisma tardivo nella sede di puntura arteriosa
in occasione di arteriografie, che fa preferire quando possibile il
ricorso ad altri mezzi di indagine morfologica (RMN con gadolinio,
angio-RMN, TC dinamica con mezzo di contrasto, angiografia digitale a
sottrazione per via venosa). Le complicanze arteriose della malattia di
Behçet hanno conseguenze fisiopatologiche e cliniche diverse secondo il
distretto interessato.
Alterazioni
renali. Un piccolo numero di pazienti affetti da malattia
di Behçet presenta amiloidosi renale e glomerulonefriti; non è chiaro se
queste alterazioni possano essere considerate come manifestazioni primarie
della malattia. Alcuni soggetti presentano solo alterazioni urinarie (proteinuria ed ematuria) senza sintomi, mentre altri presentano un quadro
di glomerulonefrite proliferativa mesangiale all’esame bioptico.
Vasculite polmonare della malattia di Behçet. Una sintomatologia respiratoria è di solito considerata rara nella malattia di Behçet ma viene segnalata nel 18% di 482 pazienti in una casistica turca. I disturbi possono essere modesti ed attribuibili a patologia non interessante vasi di grosso o medio calibro. L'interessamento polmonare può essere infatti così classificato, escludendo le complicanze infettive:
ulcerazioni tracheo-bronchiali;
versamento pleurico (idrotorace o chilotorace da sindrome della vena cava superiore, pleurite);
lesioni parenchimali (polmoniti ricorrenti, fibrosi polmonare, broncopneumopatia ostruttiva);
Lesioni vascolari (angio-behçet):
embolia;
vasculite;
tromboflebite
arterite trombotica o non
aneurismi polmonari
stasi venosa bronchiale da sindrome della vena cava superiore
L'embolia polmonare
è una evenienza eccezionale. Manifestazioni cliniche ed esami strumentali
(scintigrafia polmonare) compatibili con una embolia debbono far sorgere
il sospetto di un'arterite polmonare e di aneurismi potenzialmente
sanguinanti persino nei casi apparentemente più ovvi, come una sindrome
della cava superiore complicata da trombo in atrio destro.
Le arteriti polmonari, usualmente complicate da
aneurismi, sono segnalate nel 1.1% di una casistica di oltre 2000
pazienti. La loro comparsa, quali manifestazioni di presentazione della
malattia di Behçet con emottisi, o febbre di natura da determinare è
assolutamente eccezionale. Le arteriti polmonari colpiscono, ancor più che
le altre forme di angio-Behçet, quasi esclusivamente il sesso maschile nel
III-IV decennio di vita, dopo una mediana di 7 anni dall'esordio di
malattia. Va ricordato che l'associazione di aneurisma polmonare a
tromboflebiti superficiali in giovani maschi senza evidenti fattori
coagulativi o anatomici predisponenti a patologia venosa degli arti
inferiori, è talmente elevata (22%), da imporre in ogni caso il sospetto
di sindrome di Hughes e Stovin (HSS). La sindrome, che è oggi considerata,
anche sulla base di riscontri istologici, una forma incompleta di malattia
di Behçet limitata ad aneurismi dell'arteria polmonare e tromboflebite,
può essere talvolta suggerita oltre che dalla presenza di febbricola,
anche da una ipersedimetria e da un certo grado di ippocratismo digitale.
Le caratteristiche istologiche delle arteriti polmonari non si discostano
sostanzialmente da quelle delle complicanze arteriose della malattia di
Behçet in altra sede: si tratta di un'arterite necrotizzante parcellare,
con intenso infiltrato misto di neutrofili, linfociti, plasmacellule con
variabile numero di istiociti ed eosinofili. L'infiltrato cellulare invade
la media e l'avventizia, distruggendo le fibre elastiche della media e le
fibre muscolari, inducendo proliferazione dei vasa-vasorum, occlusione di
essi e fibrosi, e portando ad aneurismi dissecanti sacculari, che si
aprono nei bronchi e determinano grosse emottisi letali nel 30-50% dei
pazienti. Possono essere colpiti vasi di ogni calibro. E' di solito una
emottisi, copiosa o modesta, al primo episodio o ripetuta che induce ad
approfondire la diagnosi in un paziente che presenta altri segni di
malattia di Behçet ma che solo in un terzo dei casi presenta altra
sintomatologia respiratoria: dispnea, tosse, dolore toracico. L'esame
obiettivo toracico è frequentemente nella norma, mostra talora i segni di
un addensamento. La vasculite polmonare è la maggiore causa di morte nella
malattia di Behçet per emottisi irrefrenabile da rottura di
aneurisma.
Le complicanze aortiche della malattia di Behçet sono la seconda causa di
morte, dopo la rottura di aneurismi dell'arteria polmonare. Sono più
frequentemente aneurismatiche, localizzate all'aorta addominale assai più
frequentemente che a quella toracica. Le complicanze da aortite sono
eccezionalmente legate a stenosi, più facilmente a stenosi all'origine di
diramazioni (coronarie, tronchi sopraortici, arterie degli arti,
mesenteriche, spinali, renale) o a compressione di tronchi venosi. Le
complicanze più frequenti e gravi provengono da dissecazione o rottura.
Talora un aneurisma prossimale dell'arco aortico, apparentemente più
frequente in soggetti HLA-B27+, può determinare grave insufficienza
aortica e richiedere un intervento di sostituzione valvolare.
Le arteriti periferiche
della malattia di Behçet rappresentano circa il 45% delle complicanze
arteriose della malattia stessa. L'arteriopatia di Behçet dei tronchi
sopraortici colpisce in ordine di frequenza le succlavie, le carotidi
extracraniche, l'anonima, e la vertebrale (in proporzione 20:10:2:1).
L'arterite della succlavia è più frequentemente stenosante; solo in rari
casi si tratta di una arterite granulomatosa simile alla malattia di
Takayasu. L'interessamento carotideo extracranico si manifesta di solito
con un aneurisma progressivo sacculare con manifestazioni stenotiche pure
o associate ad aneurisma nel 40% dei casi. E' stato segnalato un caso di
sindrome del tronco encefalico causata da dissecazione dell'arteria
vertebrale extracranica per arterite di Behçet. Le arteriopatie degli arti
sono solitamente stenosanti agli arti superiori, aneurismatiche a quelli
inferiori. Aneurismi trombosati o stenosi dell'arteria brachiale o radiale
possono determinare gangrena acrale o semplice necrosi subungueale;
aneurismi della femorale, poplitea, tibiale posteriore possono determinare
fenomeni ischemici e gangrena, ma più frequentemente tumefazioni e dolori
suggerenti una tromboflebite, oppure una vera trombosi venosa da
compressione poplitea. Le arteriti mesenteriche sono spesso causa di
angina abdominis o addome acuto per occlusione della mesenterica
superiore, sede di aneurismi che possono interessare anche il tronco
celiaco. Una ostruzione dell'arteria renale o dei suoi rami (mono o
bilaterale) è piuttosto raro potendo essere responsabile di ipertensione
ed insufficienza renale. La più comune causa della rara insufficienza
renale della malattia di Behçet è comunque legata a glomerulonefrite
proliferativa o mesangiale. La arteriopatia del SNC è causa solo di una
piccola percentuale dei casi di neuropatia encefalica o spinale nella
malattia di Behçet.
Complicanze
cardiache. L'interessamento cardiaco non è raro nella malattia
di Behçet, anche se passa spesso inosservato, essendo le gravi complicanze
cardiologiche assai più rare. Esse insorgono di solito in pazienti che
presentano altre manifestazioni di angio-Behçet. La pericardite,
considerata da alcuni la complicanza cardiaca più frequente della malattia
di Behçet, è di solito sfumata e latente, salvo nell'ambito della sindrome
della vena cava superiore; se essudativa può accompagnarsi a versamenti
pleurici. Un emopericardio è stato segnalato per rottura di un aneurisma
del seno di Valsalva. L'endocardite può determinare prolasso dei lembi
valvolari, o lesioni valvolari maggiori con insufficienza aortica,
mitralica o di ambedue le valvole. L'insufficienza valvolare è
maggiormente localizzata alla valvola aortica . In realtà tale complicanza
è spesso connessa con aortite prossimale, talora in pazienti HLA-B27+, in
alcuni dei casi con franco aneurisma dell'arco aortico. In un caso di
associazione di malattia di Behçet e policondrite (sindrome MAGIC: Mouth
And Genital ulcer with Inflammed Cartilage) il paziente ha avuto una grave
insufficienza aortica, corretta più volte con protesi per ripetuta
deiscenza dell'apparato di impianto. In altri casi l'endocardite della
malattia di Behçet è caratterizzata da trombi intracavitari. Il trombo può
essere localizzato in atrio sinistro e suggerisce un mixoma atriale, ma è
usualmente in atrio destro o ventricolo destro, ed è in tal caso associato
a trombosi ed aneurismi multipli dell'arteria polmonare. Una fibrosi
endocardica è stata segnalata occasionalmente e decorre solitamente in
modo asintomatico. Le complicanze miocardiche si presentano sotto forma di
miocardite e di cardiopatia ischemica. La miocardite è assai rara e si
presenta di solito con cardiomegalia e segni poco specifici. Un importante
deficit contrattile non è comune: la frazione di eiezione del ventricolo
sinistro è risultata normale in due casistiche di pazienti non
selezionati. Tuttavia alcuni autori hanno descritto alcuni pazienti con
cardiomiopatia congestizia ad esito progressivamente letale nonostante
terapia. Deficit della conduzione sono stati descritti solo
occasionalmente in pazienti con aneurisma del seno di Valsalva. La
cardiopatia ischemica è una complicanza non eccezionale della malattia di
Behçet. Uno studio condotto su 36 pazienti affetti da malattia senza
problemi cardiologici apparenti né fattori di rischio cardiologico ha
evidenziato una ischemia miocardica silente, avvalorata da alterazioni
significative all'ECG Holter e dalla scintigrafia di perfusione miocardica
con 201Tallio, nel 25% dei soggetti, con evidenza nella metà di essi, di
discinesia della parete ventricolare sinistra. In una casistica autoptica
di 170 pazienti deceduti con malattia di Behçet, la prevalenza degli
infarti ed ischemie miocardiche è stata pari al 3.5%. La coronaropatia
esordisce solitamente con il quadro dell'infarto miocardico acuto per
occlusione trombotica o pseudoaneurismatica della discendente anteriore
sinistra. Un infarto miocardico acuto è stato segnalato come possibile
modo di presentazione della malattia di Behçet, ma altre manifestazioni di
angio-Behçet erano presenti nel 77% dei portatori di ischemia miocardica
silente e non mancavano in nessuno dei restanti pazienti con infarto
miocardico acuto, uno dei quali ha sviluppato pseudoaneurisma dell'arteria
femorale nella sede di introduzione del catetere angiografico. Da ciò
deriva la raccomandazione di evitare anticoagulanti, iniziando
tempestivamente terapia corticosteroidea ed immunosoppressiva che assicura
di solito una buona prognosi e permette il successo di una eventuale
coronaroplastica.
La malattia di behçet in età
pediatrica. Parecchi autori hanno descritto questa forma di
vasculite in pazienti pediatrici. Sono stati riportati addirittura casi
neonatali, spesso con madri portatrici di afte orali e/o ulcerazioni
genitali presenti durante la gravidanza. Recentemente è stato riportato un
caso di behçet neonatale transitorio caratterizzato da una grave
manifestazione vasculitica. In Giappone, l’1.5% di tutti i casi di behçet
si estrinsecano in età pediatrica; tali casi presentano qualche differenza
clinica dai classici casi dell’età adulta. Le aftosi orali per esempio
sono meno gfrequenti nei bambini (55% dei casi) che negli adulti; mentre
l’uveite è più frequente come prima manifestazione di malattia (31% dei
casi). Durante il corso della malattia, le ulcerazioni orali e genitali si
presentano con una frequenza leggermente inferiore nei soggetti in età
pediatrica. Le flebiti non rappresentano di solito manifestazioini tipiche
del behcet pediatrico, mentre artriti ed uveiti sono sicuramente più
frequenti i questa età. In Turchia è stata riportata una più bassa
frequenza di manifestazioni vascolari, neurologiche ed oculari nel behcet
pediatrico. Come nei soggetti adulti, le lesioni oculari dei bambini con
behcet rappresentano un serio problema a causa della loro tendenza ed
esiatre in cecità completa.
La malattia di behçet in
gravidanza. Uno studio condotto su donne con malattia di behçet
in gravidanza (59 gravidanze in 54 donne) ha rivelato che il 47% di
queste ultime non presenta alcun cambiamento nell’attività di malattia, il
34% va incontro ad una significativa esacerbazione delle manifestazioni
cliniche e solo il 26% ad un migliorameto della sintomatologia clinica. In
un recente lavoro comunque si è dimostrato che la malattia non veniva
influenzata significativamente dalla gravidanza e che l’andamento della
gravidanza in corso di malattia di behcet è generalmente molto
soddisfacente; la frequenza di aborti spontanei, malformazioni congenite e
morte perinatale in neonati di madri con malattia di behçet non varia
significativamente rispetto ai bambini nati da madri sane.
Diagnosi. Non vi sono finora criteri definitivi per la diagnosi della malattia di Behçet ed i vari schemi suggeriti si basano sull’associazione tra due, tre, o quattro caratteristiche cliniche. In relazione a ciò vengono usati i termini di "malattia di Behçet completa" ed "incompleta". E’ possibile suddividere la malattia di Behçet in 4 disordini in base a caratteristiche cliniche e probabilmente ad una base immunogenetica:
Malattia Mucocutanea: presenza di ulcere orali e genitali con o senza altra manifestazioni cutanee; in questi casi vi è l’associazione con gli antigeni HLA-B12, e/o DR2.
Tipo Artritico: coinvolgimento articolare combinato con tutte o alcune delle manifestazioni mucocutanee; associazione con gli antigeni HLA-B12, e/o DR2.
Tipo Neurologico (neuro-Behçet): coinvolgimento del sistema nervoso associato spesso con alcune caratteristiche cliniche del tipo mucocutaneo e/o artritico; associazione con gli antigeni HLA-DR7, o DRw52 (MT2).
Tipo oculare: coinvolti gli occhi con alcune delle caratteristiche dei tipi precedenti; associazione con gli antigeni HLA-B51, e/o DR7.
La trombosi dei vasi sanguigni può essere riscontrata in qualunque dei tipi su descritti. L’antigene HLA-B51 anche se significativamente associato alla malattia non è diagnostico di essa. Il pathergy test è stato usato come test diagnostico in Medio oriente, in Giappone ed in Italia. La presenza di immunocomplessi può favorire la diagnosi. La valutazione di proteine di fase acuta, tra cui C9 possono consentire la valutazione della fase di attività della malattia
|
Criteri proposti dal Gruppo Internazionale di studio sulla malattia di Behçet | |
| Ulcere orali ricorrenti | Aftose minori, aftosi maggiori, erpetiformi che recidivano almeno 3 volte in 1 anno |
|
+ 2 delle seguenti | |
| Ulcere genitali ricorrenti | Ulcere o esiti cicatriziali |
| Lesioni oculari | Uveite anteriore, uveite posteriore, o cellule nel corpo vitreo all’esame con lampada a fessura; vasculite retinica osservata da un oculista |
| Lesioni cutanee | Eritema nodoso, pseudofollicolite, lesioni papulo-pustolose, o noduli acneiformi in pazienti postadolescenti non in trattamento steroideo |
| Patergy test positivo | Lettura effettuata da un medico dopo 24-48 h |
La trombosi dei vasi sanguigni può essere
riscontrata in qualunque dei tipi su descritti. L’antigene HLA-B51 anche
se significativamente associato alla malattia non è diagnostico di essa.
Il pathergy test è stato usato come test diagnostico in Medio oriente, in
Giappone ed in Italia. La presenza di immunocomplessi può favorire la
diagnosi. La valutazione di proteine di fase acuta, tra cui C9 possono
consentire la valutazione della fase di attività della
malattia.
Terapia.
La gestione di un paziente
con malattia di Behçet può essere difficoltosa, in quanto spesso richiede
la piena collaborazione tra differenti specialisti. La scelta del
trattamento dipende dalle manifestazioni cliniche del paziente. Viene
data una certa priorità alle manifestazioni gastroenteriche, neurologiche
ed al coinvolgimento dei grandi vasi che richiedono spesso alte dosi di
corticosteroidi, immunosoppressori o entrambi ed in alcuni casi
l’intervento chirurgico. Il trattamento delle lesioni oculari necessita di
una attenta valutazione soprattutto in relazione al fatto che se non
trattate queste ultime possono condurre alla cecità.
Elenco dei
farmaci utilizzati nella malattia di Behçet
(da Sakane, T., et al. Behçet’s
Disease. NEJM 1999;
341:1284-1291)
Farmaci
immunosoppressori. L’azatioprina è
spesso usata insieme al prednisolone (2-3 mg/kg al giorno) in quanto
consente di ridurre il dosaggio dello steroide e potrebbe avere effetti
positivi nell’evoluzione della malattia. In Giappone ed in Turchia è stata
utilizzata anche la colchicina, in quanto capace di inibire la motilità
dei neutrofili, con una dose di 0.5 mg due volte al giorno. Diversi studi
hanno portato nel 1990 a raggiungere un accordo sull’uso della
ciclosporina e sull’ottimizzazione di tale uso nella malattia di Behçet.
Da tali studi è emerso che la dose ottimale di ciclosporina è di 5
mg/Kg/die associata o meno a 25 mg/die di prednisone. Tale schema ha
dimostrato una ottima efficacia a livello oculare sulla vasculite e
sull’edema maculare cistoide, buona sulla vitreite e sulla flogosi
anteriore; buona anche l’efficacia extraoculare, scarsa a livello del
sistema nervoso. Nel 1993 Ben Ezra rispondendo ad un ulteriore quesito,
cioè quando e come va sospesa la terapia, ha codificato a pieno l’uso del
farmaco: la ciclosporina A si usa in soluzione orale o in capsule alla
dose di 5 mg/Kg/die assunta in due somministrazioni in latte o succo di
frutta. L’effetto inizia circa due settimane dopo ed è massimo in un mese.
Dopo un anno di terapia piena e senza recidive si inizia a scalare il
farmaco di 0.5 mg/Kg ogni 4-6 settimane; secondo altri autori è utile uno
step più lungo (tre mesi) al livello di 3 mg/Kg/die. Si raggiunge così la
dose minima efficace che è diversa da soggetto a soggetto: se durante il
calo si hanno recidive si può tornare alla dose immediatamente precedente
o associare basse dosi di prednisone. L’associazione della ciclosporina
con cortisone è utile per via locale nelle recidive oculari modeste e per
via generale nelle recidive extraoculari. Inoltre risparmia molti effetti
collaterali e spesso risolve una corticodipendenza.
Ciclofosfamide. può essere utilizzata sia come
trattamento continuativo per os (2 mg/Kg/die), sia in boli settimanali
(500 mg/bolo) o mensili (1-1.5 g); nei giorni in cui viene praticato il
bolo si deve aumentare l'apporto idrico per ridurre il rischio di cistite
emorragica.
Ciclosporina. Dal punto
di vista strutturale la ciclosporina è un oligopeptide neutro, a
conformazione ciclica di 1203 kd, altamente lipofilo composto di 11
residui aminoacidici. Gli aminoacidi in posizione 11, 1, 2 e 3
costituiscono il sito attivo della molecola dal punto di vista biologico.
La ciclosporina diffonde passivamente attraverso la membrana cellulare e
successivamente si lega ad un recettore citosolico identificato nel 1984
da Handschumacher e coll. In cellule linfocitarie definito ciclofillina
per la sua alta affinità per il farmaco. La ciclofillina, come l’”FK-506
binding protein” è una proteina di 17 kd appartenente alla famiglia dele
immunofilline presente in tutte le cellule eucariotiche. Tale molecola
costituisce lo 0.1-0.4% delle proteine citosoliche e presenta un elevato
grado di conservazione da punto di vista filogenetico. La presenza della
ciclofillina in diversi tipi cellulari ed in tutte le specie studiate
suggerisce che essa sia provvista di funzioni biologiche ben definite.
Tali molecole infatti rivestono una grande importanza nei processi di
“folding” delle proteine. Il complesso ciclofillina-ciclosporina si lega a
due proteine ad attività enzimatica la calmodulina e la calcineurina;
questa ultima è una serin-treonin- fosfatasi calmodulina-calcio dipendente
costituita da una unità catalitica ad attività fosfatasica ed una unità
regolatoria. I complesso ciclofillina-ciclosporina, legandosi alla
calcineurina è in grado di inibirne l’attività fosfatasica. Tale evento
biochimico si rende responsabile, con un meccanismo complesso della
inibizione della sintesi della IL-2, evento che rappresenta l’azione
biologica fondamentale della ciclosporina. Come è noto la trascrizione
della IL-2 è finemente regolata a livello genico. Dei numerosi fattori
transattivanti che agiscono a livello della regione promotore del gene
dell’IL-2 sembra particolarmente importante il “Nuclear Factor of
Activated T Cells” NF-AT, in quanto specificatamente coinvolto nei
meccanismi di azione della ciclosporina. L’ulteriore caratterizzazione del
NF-AT ha dimostrato che tale fattore è costituito da due componenti, una
subunità nucleare (NF-ATn) ed una subunità citosolica (NF-ATc). E’
evidente che il fattore NF-ATc trasloca nel nucleo con un meccanismo
calcio-dipendente. In realtà il sistema appare ancora più complesso in
quanto i NF-AT sono rappresentati da due proteine dipendenti
rispettivamente dalla PKC e dal calcio. Nella cellula attivata il NF-ATn
si lega ai prodotti dei protooncogeni fos e jun a formare il complesso
NF-ATn-fos-jun-DNA. Il meccanismo di azione della ciclosporina a livello
molecolare consiste quindi nella inibizione dell’attività fosfatasica
della calcineurina sull’NF-AT cui fa seguito la mancata traslocazione di
tale fattore di trascrizione dal citosol al nucleo con conseguente blocco
dei meccanismi di attivazione della regione promotore del gene della
IL-2.
Farmaci
immunomodulatori. Recenti studi mettono in
rilievo l’utilità dell’interferone-a nel trattamento delle lesioni
oculari. Di solito sono previste 3000000 U per via sottocutanea 3 volte la
settimana. La durata del trattamento non è chiara, spesso sono necessari
almeno 6 mesi di terapia. Occorrono, comunque ulteriori studi per
confermare l’utilità dell’interferone in altre manifestazioni di questa
malattia, anche se recenti trials documentano una reale efficacia e
mostrano che tale molecola riduce il dosaggio di steroide
necessario.
Anche
la talidomide è stata utilizzata nella terapia del behçet (ulcere orali e
genitali). In uno studio non controllato, 59 pazienti con severe ulcere
orali e/o genitali hanno ricevuto 200 mg/die per un mese con risoluzione
delle ulcerazioni nell’81% dei casi trattati. Questa molecola può essere
considerata un farmaco immunomodulatorio. Possiede un’azione sulle cellule
fagocitiche ed endoteliali, ma non sui linfociti T, e sembra capace di
modulare la produzione di citochine (TNF-a) e
l’adesione delle cellule infiammatorie all’endotelio, interferendo con due
fasi fondamentali della risposta immunoflogistica. Tuttavia, per un uso
più sicuro e certo di questo farmaco sono necessari ulteriori studi con
trials controllati.
Trattamento delle lesioni muco-cutanee
Terapia topica. Se possibile, è utile il trattamento topico delle lesione mucocutanee prima di passare alla somministrazione dei farmaci per via sistemica. Il trattamento locale si basa sull'applicazione di gel o pomate di lidocaina 1 o 2.5% o di triamcinolone allo 0.1%. Le ulcere orali e genitali spesso rispondono bene all’applicazione topica con steroidi o tetracicline o entrambi. Anche le uveiti possono essere trattate inizialmente con l’applicazione locale di steroidi e midriatici. Occorre comunque in stadi più avanzati iniziare lo steroide per via sistemica: prednisone 30-60 mg/giorno. Tale dose verrà progressivamente ridotta fino a raggiungere la dose minima efficace di circa 10 mg/giorno. Vi è di solito una pronta risposta al corticosteroide, anche se un piccolo numero di pazienti potrebbe essere resistente. Azelastina idrocloruro o Ftalazinone che funzionano come H1-antagonisti e possiedono proprietà antialergiche sono disponibili in forma di spray e potrebbero essere utilizzate per le ulcere. Occasionalmente è possibile utilizzare l’inoculazione intralesionale degli steroidi.
Terapia sistemica.Colchicina 1.5 mg/die o, in forme ulcerative
recidivanti, azatioptrina 2.5 mg/Kg/die. Il Rebamipide (Acido propanoico
di clorobenzilamina diidro-ossichinolina) è un agente anti-ulcera. E’
stato utilizzato con successo nbel trattamento delle afte orali ad un
dosaggio di 300 mg/die. In alternativa per severe ulcere orali e/o
genitati possono essere utilizzati talidomide (100-400 mg/die) o dapsone
(100 mg/die).
Trattamento delle lesioni
oculari. Anche con uno specifico trattamento circa il 25%
dei pazienti può divenire cieco. Una età di esordio precoce ed il sesso
maschile rappresentano fattori di rischio significativi per la comparsa di
gravi lesioni oculari. Gli obiettivi terapeutici sono di ridurre sia la
severità che la frequenza degli attacchi oculari. Gli agenti midriatici ed
i corticosteroidi utilizzati per via topica sono utili per gli attacchi di
uveite anteriore. La colchicina può essere prescritta al fine di prevenire
l’uveite anteriore e quella posteriore a causa del suo elevato grado di
efficacia. Attacchi acuti di uveite posteriore possono essere trattati con
iniezioni locali di corticosteroidi. Inoltre la terapia steroidea orale
ha, da sola, un effetto palliativo sugli attacchi oculari e talora non
migliora la prognosi del danno oculare potendo condurre a trombosi
retinica secondaria e cataratta. Agenti citotossici come l’azatioprina, il
clorambucil, la ciclofosfamide prevengono gli attacchi oculari in circa il
50-70% dei pazienti. In un singolo studio la frequenza di risposte
parziali o complete era del 50% ai corticosteroidi, del 66% alla
colchicina e del 71% alla azatipprina. L’azatioprina ed il clorambucil
sembrano capaci, a differenza die corticosteroidi di migliorare la
prognosi visiva a lungo termine. La ciclosporina è efficace nel 70-80% dei
pazienti con lesioni oculari che sono stati resistenti alle terapie con
steroidi, azatioprina, colchicina e clorambucil. L’uso della ciclosporina
nela terapia dela malattia di behçet deve essere il più precoce possibile
iniziando il trattamento, generalmente da dosi di 3-5 mg/Kg/die e
riducendo gradualmente fino ad identificare la dose minima efficace.
Occorre ricordare che l’eventuale sospensione del farmaco deve essere
attuata molto gradualmente al fine di evitare fenomeni di “rebound” e
soltanto quando vi siano dati a favore della reale quiescenza della
malattia. Nella pratica clinica la maggior parte dei pazienti deve
continuare la terapia con ciclosporina per periodi di tempo molto lunghi.
Inoltre alcuni soggetti con grave compromissione oculare devono proseguire
il trattamento con ciclosporina a dosi elevate (5 mg/Kg/die). In
quest’ultimo caso occorre seguire ancora più attentamente il paziente per
la possibile insorgenza di effetti collaterali legati all’uso prolungato
ad alte dosi del farmaco. Il danno renale, l’ipertensione e l’iperglicemia
rappresentano i princuipali effetti collaterali del trattamento con
ciclosporina. I livelli sierici del farmaco dovrebbero essere valutati
periodicamente in maniera da aggiustare il dosaggio. Sebbene la
ciclosporina sia solo raramente neurotossica, può causare sintomi
neurologici indistinguibili da quelli di una lesione cerebrale nel 20-30%
dei pazienti con malattia di behçet. In alcuni pazienti i sintomi
neurologici indotti dalla ciclosporina potrebbero indurre a disabilità
permanenti. Tra l’altro questo farmaco è controindicato in pazienti con
sintomi neurologici ed i pazienti con lesioni neurologiche subcliniche
identificate alla RMN. Un altro agente immunosoppressivo, il
tacrolimus (FK-506) riduce l’attività della calcineurina dei linfociti T e
sopprime l’attività dell’uveite e di molte manifestazioni sistemiche della
malattia. Alcuni studi hanno mostrato che il tacrolimus può essere
efficace in casi che si sono dimostrati resistenti al trattamento con
ciclosporina. La dose raccomandata di tacrolimus è 0.05-0.15 mg/Kg/die
Recenti trials di
interferone-a hanno mostrato risultati incoraggianti. In uno studio il 95%
dei pazienti con coinvolgimento oculare ha mostrato una risposta alla
terapia con questo farmaco immunomodulatore. L’interferone-a2a è molto più
efficace per i sintomi oculari: remissione completa del 67% dei pazienti
entro quattro mesi.
Trattamento
dell’artrite.
I FANS e la colchicina (0.5-1 mg/die) sono efficaci
in molti casi di artrite in pazienti con malattia di behçet. In un recente
trial clinico randomizzato la terapia profilattica con penicillina
benzatina (1200000 U ogni 3 settimane) associata a colchicina (1.5 mg/die)
ha indotto una significativa riduzione degli episodi di artrite ed ha
prolungato la durata del periodo di guarigione rispetto alla sola
colchicina. In alternativa può essere utilizzata la sulfasalazina (1-3 g/die). Basse dosi di corticosteroidi (5-20
mg/die) ed azatioprina (100 mg/die) possono essere utilizzati in casi di artrite resistente alla
colchicina, ai FANS ed alla sulfasalazina. Recenti trials dimostrano una
buona efficacia dell’interferone-a2b (5000000 U tre volte a settimana per
un periodo di 6 settimane). Nelle monoartriti persistenti può essere utile
la somministrazione intraarticolare di triamcinolone acetonide.
Trattamento delle lesioni
gastroenteriche. I provvedimenti farmacologici utilizzati nelle
malattie infiammatorie dell’intestino si sono spesso dimostrati efficaci
anche nella malattia di Behçet. La sulfasalazina ed i corticosteroidi
rappresentano in effetti i farmaci principali in questo contesto. La dose
di corticosteroidi dipende dalla severità delle lesioni gastroenteriche.
Nelle forme intestinali acute fondamentale è il digiuno. L’approccio
chirurgico è riservato alla forme caratterizzate da perforazioni ed
emorragie intestinali. Procedure chirurgiche invasive comportano spesso lo
sviluppo fenomeni infiltrativi infiammatori nei tessuti sottoposti a
chirurgia con possibili esiti fibrotici ed aderenze. Per prevenire tali
complicanze è necessario somministrare dosi intermedie di steroidi ai
pazienti che dovranno essere sottoposti ad intervento
chirurgico.
Trattamento del coivolgimento
neurologico. Elevate dosi di corticosteroidi possono essere
somministrate durante la fase acuta del coinvolgimento neurologico. Boli
di metilprednisolone (1 g/die) per 3 giorni e ciclofosfamide (2.5
mg/kg/die) sono utili soprattutto in tali casi. Alcuni autori hanno
somministrato anche clorambicil (0.1 mg/kg/die) con buoni risultati. La
meningite acuta asettica e la meningoencefalite rispondono molto bene al
trattamento con corticosteroidi; al contrario la malattia cronica
progressiva del SNC è spesso resistente a tutte le terapie finora
disponibili.
Coinvolgimento dei
grandi vasi. L’arterite viene trattata con una combinazione di steroidi ed
agenti citotossici (ciclofosfamide 2-2.5 mg/kg/die per os oppure boli
mensili di 1 g). Nelle trombosi venose profonde sono utili anche gli
anticoagulanti e gli agenti antipiastrinici, in associazione con dosi
intermedie di steroidi. Gli anticoagulanti dovrebbero essere dati con
estrema cautela in pazienti con malattia dei vasi polmonari a causa del
rischio di emottisi fatali. Il trattamento chirurgico va considerato nei
pazienti con malattia dei grandi vasi refrattaria.