From Nobiltà number 6 – January/Febrary 1995
IL PROCESSO A LUIGI XVI RE DI FRANCIA E DI NAVARRA
Massimo Mallucci
La giustizia amministrata in nome del popolo dimostra il suo vero volto fin dall'inizio dell'era liberale, proprio con il processo al Re Luigi XVI. Eliminato Dio dalla società, viene bandito anche dai Tribunali e, con ciò, ogni riferimento al bene comune, visto come realizzazione dei superiori principi di verità e della Grazia Divina, che nella Società tradizionale, anche nell'applicazione della pena, realizzava la vera fraternità fra gli uomini, in quanto tutti figli del Divino Creatore e, come tali, tutti veramente eguali, sia pure nelle naturali diversità. Le Dottrine rivoluzionarie hanno infatti posto sullo stesso piano la verità e l'errore, il bene e il male, introducendo la cultura del relativismo etico, che tanto degrado morale, disperazione e morte ha causato nella società contemporanea. Giustamente "De Maetzu" afferma che la menzogna è figlia del liberalismo. "Secondo Kant e Hegel, per valutare un’azione non dobbiamo vedere se essa sia buona o cattiva, ma se la gente è libera o no. Ma la realtà è che dalla libertà della gente non consegue necessariamente che l’azione sia buona". I giudici rivoluzionari, non più vincolati ai principii di un superiore diritto, che permeava di sè anche la normativa statuale, ma ispirati da questo concetto di libertà assoluta dimostreranno, in effetti, come nell’amministrazione della giustizia prevalga l’ideologia. Essi individuano nell’imputato un nemico, dopo averne appurato la fede politica. La giustizia giacobina sarà più garantista nei confronti dei criminali, anche seguendo la logica liberale della "pena risarcitoria" che ci condurrà certamente verso la depenalizzazione del crimine, piuttosto che nei confronti degli avversari politici. In effetti può essere osservato da chiunque come le società liberali, a fronte di tanta tolleranza ad esempio nell’ambito morale, contrapporranno un rigore persecutorio, mai conosciuto prima, per punire le inadempienze del cittadino, inquadrato da una burocrazia tentacolare, nei confronti dello stato, proprio perchè osa porsi contro la fonte dell’ideologia della felicità, obbligatoria ed eguale per tutti. Se, dunque, l’oppositore all’ideologia predominante deve essere perseguito come il peggiore dei criminali, certamente "l’imputato Capeto" doveva essere condannato come il prototipo di una lunga serie di "nemici del popolo", simbolo pericoloso in quanto, come ben sapevano i giacobini, il vero popolo si riconosceva in lui, rifiutandosi di "capire" le ragioni del progresso. Questa predominante ideologica sarà una costante nella persecuzione attuata dalla "giustizia rivoluzionaria". Basti pensare che il difensore della Regina Maria Antonietta, avvocato Chauveau Lagarde, venne arrestato, dopo aver compiuto il proprio dovere, una volta concluso il processo, con questo capo d’imputazione: "È tempo che il difensore della Capeto porti la sua testa alla ghigliottina". Il processo al Re Luigi XVI si svolse, pertanto, secondo questa logica, contro ogni regola di giustizia e nel più completo disprezzo degli stessi "diritti dell’uomo" tanto enfatizzati. Saint Just si fa portavoce di queste tesi nel dibattito che si svolse alla Convenzione il 13 novembre 1792, ove afferma: "Il Re non deve essere giudicato come cittadino, ma come nemico. Le forme della procedura determinerebbero l'assoluzione del Re". Danton incalza: "Noi non vogliamo giudicare il Re, lo vogliamo ammazzare" (il verbo riportato corrisponde all'esatta traduzione della terminologia usata [le tuer] da questo individuo). Un'opera di ricostruzione di questo processo è stata svolta attraverso anni di minuziose ricerche da Paul e Pierette Girault de Coursac, che hanno dedicato la vita alla riabilitazione del Sovrano. Dobbiamo essere grati a questi studiosi che nel 1986 hanno pubblicato i risultati di queste loro indagini, che si sono svolte attraverso difficoltà di ogni genere, per far conoscere la verità, emersa dall'esame dei documenti ufficiali dell'epoca, di quelli della Casa Reale, dell'Assemblea Nazionale, della Convenzione. In effetti, dagli stessi verbali del processo, emerge chiaramente che le prove, per far dichiarare il Re colpevole di "tradimento", sono state tutte costruite dalla Convenzione e che il Sovrano nulla sapeva delle trame di alcuni aristocratici volte a far intervenire in Francia le potenze straniere. Lo stesso Robespierre così si esprimeva il 3 dicembre, sempre intervenendo alla Convenzione: "il Re è già giudicato, non dobbiamo applicargli le regole normali di procedura". Del resto è proprio costui ad introdurre il nuovo concetto di diritto rivoluzionario affermando: "bisogna condannare il Re a morte sul campo, in forza del diritto d'insurrezione....". Il sistema usato nel processo al Re ci anticipa tragicamente i metodi adottati dagli stati totalitari moderni, frutto e conseguenza di quegli orrori. La condanna del Re fu determinata, infatti, da una serie di arbitrii, di violenze e di odiose imposizioni. Innanzitutto il modo in cui si svolse la votazione sulla sorte del sovrano appare in contrasto con le più elementari norme di civiltà. Fu imposto il voto per chiamata nominale, alla tribuna e per dichiarazione espressa. Fu poi decisa addirittura la pubblicazione di liste, contenenti le singole dichiarazioni di voto, riferite ai rispettivi membri della Convenzione che le avevano pronunciate. Questo metodo offende la libertà di espressione e la stessa segretezza del voto, se pensiamo inoltre che rivoluzionari armati minacciavano nella stessa assemblea i deputati, prima che questi esprimessero il proprio pensiero ed il proprio voto. E' lo stesso Carnot che ci conferma, nelle sue memorie, tali metodi: "Luigi XVI sarebbe stato salvato se la Convenzione non avesse deliberato sotto la minaccia dei pugnali". Come se non bastassero le minacce, gli stessi voti furono falsificati ed i risultati alterati. In una assemblea trasformata in un Tribunale di piazza assetato di sangue. Fu fatto entrare e votare uno scrittore rivoluzionario belga, tale Robert, introdottosi in Francia per dar man forte ai suoi tristi compagni, ma non ancora cittadino francese. Quattro deputati supplenti votarono contemporaneamente ai deputati titolari. Cinque votanti non risultavano essere deputati ed erano quindi privi di qualunque diritto al voto. Vi è, infine, il fatto sconvolgente di tre membri della Convenzione che, per non essere costretti a votare la morte del proprio Sovrano, sollevarono delle questioni pregiudiziali sulla validità della costituzione dell'assemblea in Tribunale, e si dichiararono incompetenti come giudici. Furono trascinati in aula e, sotto la minaccia dei pugnali, votarono per la morte del Re. Il problema sulla legittimità del giudizio che la Convenzione avrebbe emesso era stato sollevato dal deputato Condorcet. Se è vero, infatti, che la Convenzione era stata costituita per decidere la sorte del Re e per elaborare una nuova costituzione, è anche vero che fu la stessa Convenzione a formalizzare l'atto di accusa nei confronti di Luigi XVI. Una commissione, detta "Dei 24", era stata appositamente istituita con lo scopo di esaminare tutti i documenti trovati alle Tuileries e provare il "tradimento del Re". La relazione svolta dal Presidente Valazé, pur evidenziando il ritrovamento di lettere intercorse tra il Sovrano e vari emigrati, fin dall'inizio della rivoluzione, non riesce a dimostrare l'esistenza di alcuna intesa con i nemici della Francia. Queste circostanze sono ancora più vere, se pensiamo che lo stesso deputato girondino Barbaroux, non ritenendo sufficiente tale relazione per motivare il capo d'imputazione, chiese nuove prove. Fu allora che venne trovato "improvvisamente" un "armadio di ferro", mai esistito per la verità, dal quale spuntarono fuori documenti autografi attribuiti al Re, dallo stesso peraltro disconosciuti e sui quali fu impedita qualunque perizia calligrafica. Se dunque la Convenzione aveva poi formalizzato il capo d'accusa, come poteva rivestire, nello stesso tempo, il ruolo di accusatore e di Giudice, se non violando tutti quei principii di imparzialità, che dovrebbero essere propri di chi amministra la giustizia? Condorcet sostenne questa tesi e, una volta conclusosi il processo, la proposta di un appello al popolo, in modo da investire le assemblee primarie dei dipartimenti di una sorta di giudizio di secondo grado sulla sorte del Re. Fu poi ovviamente accusato di essere un nemico della Repubblica ed evitò la ghigliottina avvelenandosi in carcere, dopo essere stato arrestato. Saint Just si poneva, indubbiamente, minori problemi di diritto, dichiarando all'assemblea: "non si può fare un processo ad un essere che, in quanto Re, è una mostruosa eccezione alla legge naturale, quindi va semplicemente riconosciuto colpevole". Proprio a causa di queste due posizioni contrapposte, ove con la seconda si voleva addirittura eliminare il processo, si scelse di far svolgere il giudizio avanti alla Convenzione, da ritenere costituita in Tribunale, in quanto rappresentante la volontà della nazione. Tra l'altro tale indicazione non pare credibile, se pensiamo che l'assemblea fu eletta da una minima parte della popolazione, in quanto l'80% dei francesi non poté esprimere il voto. La discussione, pertanto, procedette, nonostante le eccezioni sollevate, e si vollero formalizzare nei confronti del Re tre accuse principali, basate più sulle interpretazioni politiche che sulle prove, veramente insussistenti. Si accusò il Re di aver fatto acquartierare a Versailles il reggimento di Fiandra, che avrebbe poi represso, per suo ordine, la sommossa popolare del 5 e 6 ottobre 1792. Nella realtà era stata invece la municipalità di Parigi a chiedere l'intervento dell'esercito, per riportare l'ordine in città ed il Re era del tutto estraneo a disposizioni che potessero aver determinato repressione e violenza. Il Re venne inoltre incolpato di aver inviato denaro agli emigrati controrivoluzionari. Sulla base di una lettera esibita alla Convenzione, sottoscritta da una persona che non fu mai rintracciata e che, quindi, non poté testimoniare sulla veridicità o meno del contenuto. Sulla base di un semplice sospetto Robespierre attribuisce a tale documento la prova della collusione di Luigi XVI con i nemici della Francia. L'argomento, infine, della fuga a Varennes, presentato come atto di tradimento, viene immediatamente spiegato dal Sovrano come effettivamente fu: la scelta di un volontario esilio, piuttosto che provocare un sanguinoso conflitto tra francesi. Il Re voleva effettivamente evitare qualunque spargimento di sangue a causa sua, e ciò è provato dal fatto che rifiutò, proprio dopo essere stato fermato a Varennes, l' aiuto dei reggimenti di "Choiseul" e di "Damas" che subito avevano offerto il proprio aiuto alla famiglia reale per forzare il blocco e per scortarla per il seguito del viaggio. Il ritorno a Parigi fu quindi, una scelta precisa del Re, che preferì le umiliazioni che seguirono piuttosto che usare la forza contro il suo popolo, che pure gli era stata offerta dalle truppe. Nonostante il clima in cui si svolse il dibattito, i risultati delle votazioni non furono tanto unanimi, a riprova che in molti ambienti politici francesi si guardava ancora al Re quale unico punto di riferimento, al di sopra delle fazioni, per la pacificazione nazionale, capace di ricondurre la rivoluzione nell'ambito delle riforme, entro schemi costituzionali e nel rispetto della legalità. Le votazioni si svolsero dunque su alcuni quesiti, piuttosto articolati. Il primo chiedeva ai membri della Convenzione di esprimersi sulla colpevolezza o meno del Re. Su 749 deputati, 691 votarono in modo affermativo, 31 riuscirono ad assentarsi; 27 si astennero. La proposta riguardante il giudizio di ratifica da parte del popolo fu respinta da 424 deputati contro 287, 28 assenti e 12 astenuti. Sulla esecuzione immediata della pena di morte i carnefici prevalsero "di misura", si potrebbe dire per un solo voto. Infatti su 749 votanti 387 si dichiararono favorevoli, 334 votarono per una pena detentiva o comunque per la morte "sub condicione", 28 furono gli astenuti, ma dei 387 che votarono per la morte del Re, 26 erano contrari all'immediata esecuzione della sentenza. Ecco perché fu imposta un'ultima votazione esplicita sulla sospensione della pena: i favorevoli furono 310, i contrari 380, gli assenti e gli astenuti 59. Tra i votanti a favore della morte del Re deve, con tristezza, annoverarsi Luigi Filippo, già duca d'Orleans, cugino di Luigi XVI, il cui atteggiamento suscitò disgusto persino tra i deputati della "montagna", nelle cui fila era stato eletto deputato alla Convenzione. Il rifiuto di ricorrere "in appello" al giudizio del popolo dimostra come, proprio il popolo, sia stato visto da questi "democratici", come un'entità astratta ed in modo del tutto teorico, per giustificare semplicemente il loro potere. A comunicare la "sentenza" di morte al Re fu lo stesso ministro Garat. Da quel momento inizia il supplizio del Sovrano, vissuto con serenità e cristiano eroismo, tanto da farlo definire "martire" da papa Pio VI nella locuzione Concistoriale del 17 giugno 1793. Il sostituto procuratore della Comune di Parigi tale Herbert, certamente non imputabile di fede monarchica, ha così descritto l'atteggiamento di Luigi XVI: "volli essere tra coloro che dovevano presenziare alla lettura della sentenza di morte di Luigi. Il Re ascoltò con raro sangue freddo la lettura della sentenza. Quando fu terminata, domandò della sua famiglia e di un confessore... nei suoi sguardi e nelle sue maniere c'era qualcosa di visibilmente soprannaturale. Mi ritirai per trattenere le lacrime e mi confidai con un collega e gli dissi: «amico mio, i sacerdoti membri della Convenzione, votando la morte nonostante il divieto derivante dalla santità del loro carattere sacerdotale, hanno formato la maggioranza. Ebbene, che siano anche dei preti costituzionali a condurlo al patibolo: i preti liberali hanno da soli abbastanza ferocia per adempiere un simile impiego.»" Furono proprio due preti municipali a condurre il Re al patibolo. Lo fecero con freddo sadismo, convinti di compiere un sacrificio dovuto al dio del progresso per il bene dell'umanità, ove il regno dell'uomo aveva ormai sostituito la regalità di Nostro Signore. Dal testamento spirituale, lasciatoci dal Re, traspare il grande insegnamento che Luigi XVI ha voluto trasmettere ai posteri, basato sulla carità, sulla clemenza e sul perdono. Perdonare i nemici è, in effetti, un atto eroico secondo il messaggio di San Paolo: "...fratelli non rendete a nessuno male per male. Non vi vendicate, ma lasciate agire la collera di Dio, perché è scritto: «a me la vendetta, sono io che restituirò»"....

Testamento di re Luigi XVI
"Nel nome della Santissima Trinità, Padre, Figliuolo, e Spirito Santo. Oggi 25 Dicembre 1792. Io Luigi XVI di nome, Re di Francia, chiuso da più di quattro mesi colla mia Famiglia nel Tempio a Parigi da coloro ch'eran miei sudditi, privo di ogni comunicazione qualunque, e dagli undici in qua del corrente fino colla mia stessa Famiglia, implicato di più in un processo, di cui è impossibile prevederne l'uscita a motivo delle passioni degli Uomini, e di cui non si trova né pretesto, né mezzi di alcuna legge esistente, non avendo che Dio per testimonio dè miei pensieri, a cui possa rivolgermi: Io dichiaro qui in sua presenza le mie ultime volontà, e sentimenti.
Lascio la mia Anima a Dio mio Creatore, pregandolo ad accoglierla nella sua misericordia, di non giudicarla secondo i suoi meriti, ma da quelli bensì del nostro Signor Gesù Cristo che si è offerto in sacrifizio a Dio suo Padre per noi altri Uomini, benché ne fossimo indegni, ed io più di tutti.
Muojo nell'unione della nostra Santa Madre la Chiesa Cattolica, Apostolica, e Romana, che ha la sua Podestà per una successione non mai interrotta dopo S. Pietro, a cui Gesù Cristo l'ha confidata.
Credo fermamente e confesso quanto è contenuto nel Simbolo, i Comandamenti di Dio, e della Chiesa, i Sacramenti, e i Misterj come la Chiesa Cattolica gli insegna, e gli ha sempre insegnati. Non ho mai preteso di farmi Giudice nelle differenti maniere di spiegare i dogmi, che dividon la Chiesa di Gesù Cristo, ma sonomi riportato, e mi riporterò sempre se Dio mi dà vita alla decisioni che i Superiori Ecclesiastici uniti alla Santa Chiesa Cattolica danno, e daranno conformemente alla Disciplina della Chiesa costante da Gesù Cristo in poi.
Compiango di tutto cuore i nostri fratelli, che potessero essere in errore, ma non pretendo però giudicarli, e non gli amo tutti per questo di meno in Gesù Cristo, secondo che la Carità Cristiana ci insegna. Prego Dio a perdonarmi tutti i miei peccati: ho cercato scrupolosamente a conoscerli, a detestarli, e ad umiliarmi in sua presenza. Non potendo servirmi del ministero di un Sacerdote Cattolico, prego Dio di ricevere la confessione che gli ho fatta, e soprattutto il pentimento profondo che ho di aver messo il mio nome (benché ciò fosse contro mia voglia) ad atti che possan esser contrarj alla disciplina, ed alla credenza della Chiesa Cattolica, alla quale sono sempre rimasto sinceramente unito di cuore. Prego Dio di ricevere la ferma risoluzione in cui sono, se mi dà vita, di servirmi tosto che il possa del Ministero di un Prete Cattolico per accusarmi di tutti i miei peccati, e ricevere il Sagramento della Penitenza.
Prego tutti coloro che potessi aver offesi per inavvertenza (poiché non mi ricordo di aver mai fatto scientemente offesa a veruno) o quelli a cui potessi aver dato cattivi esempj, o scandali di perdonarmi il male che credono possa loro aver fatto. Prego tutti coloro che han carità di unire le loro colle mie preghiere per ottenere da Dio il perdono dè miei peccati.
Perdono con tutto il mio cuore a coloro che si son fatti miei nimici, senza ch'io n'abbia loro dato motivo, e prego Dio di perdonare ad essi, come pure a coloro che per un falso zelo, o per un zelo malinteso mi hanno fatto assai male.
Raccomando a Dio mia Moglie, e i miei Figli, la mia Sorella, le mie Zie, e i miei Fratelli, e tutti coloro che mi sono uniti per vincolo di sangue, o per qualunque altro modo possa ciò essere. Prego Dio particolarmente a volgere un occhio di misericordia sopra la mia Moglie, i miei Figli, e mia Sorella che soffrono da lungo tempo con me, di sostenerli colla sua grazia se venissero a perdermi, e fino a tanto che resteranno in questo modo peribile.
Raccomando i miei Figli a mia Moglie. Non ho mai dubitato della sua materna tenerezza per essi; le raccomando sopra tutto di farli buoni Cristiani, ed onest'Uomini, di non far loro riguardar le grandezze di questo mondo (se saran condannati a provarle) che come beni pericolosi, e transitorj, e di voltare i sguardi verso la sola Gloria solida, e durevole dell'Eternità: prego mia Sorella a voler continuare la sua tenerezza à miei Figli, e di tener loro luogo di Madre se mai avessero la disgrazia di perder la propria.
Prego mia Moglie a voler perdonarmi tutti i mali che soffre in grazia mia, e i dispiaceri che potrei averle recati nel corso della nostra unione, com'Ella può esser sicura che nulla ho contro di Lei, dov'ella credesse aver qualche cosa a rimproverarsi.
Raccomando vivissimamente à miei Figli dopo quel che devono a Dio che deve andare innanzi di tutto, di essere uniti sempre fra loro, sommessi, ed ubbidienti alla lor Madre, e grati a tutte le cure, e travagli, ch'ella si prende per essi, e per mia memoria. Li prego a riguardar mia Sorella come un'altra lor Madre.
Raccomando a mio Figlio, se avesse mai la disgrazia di esser Re, di pensare che deve tutto se stesso alla felicità dè suoi concittadini, che deve dimenticarsi d'ogni risentimento, d'ogni odio, e segnatamente di quanto ha rapporto alle disgrazie, ed ai dispiaceri che provo, che non potrà fare giammai il bene dei Popoli, fuorché regnando secondo le leggi; ma al tempo stesso che un Re non può far rispettarle, né fare il ben che vorrebbe se non è rivestito dell'autorità necessaria, e che altrimenti legato nelle sue operazioni, e non ispirando alcun rispetto farà più di danno, che di vantaggio.
Raccomando a mio Figlio di aver cura di tutte le Persone che m'erano attaccate quanto le circostanze in cui si troverà gli permetteranno di fare: di pensare ch'è un debito sacrosanto da me contratto verso i Figli, o i Genitori di quelli che son periti in grazia mia, e poscia di coloro che in grazia mia si trovano in uno stato infelice.
So che tra quelli che m'erano attaccati ve ne son molti, che non si sono condotti a mio riguardo, come doveano, e che mi hanno fino mostrata dell'ingratitudine; ma io perdono loro (spesso in momento di agitazione, e di effervescenza non si è padron di se stessi) e prego mio Figlio se ne ha l'occasione a non ricordarsi della loro disgrazia.
Vorrei poter qui attestare la mia riconoscenza a coloro, che mi hanno mostrato un vero attaccamento senza alcun interesse; se da un canto sono stato commosso sensibilmente alla slealtà, e sconoscenza di alcuni, a cui mai non avea dimostrato che bontà, ed essi personalmente, o ai loro parenti, o amici, sono stato dall'alto consolatissimo in vedere l'attaccamento, e l'interesse gratuito da molte persone mostratomi; li prego tutti a gradire i miei ringraziamenti. Nella situazione in cui tuttavia sono le cose temerei comprometterli se mai parlassi più chiaro; ma raccomando specialmente a mio Figlio di indagar le occasioni per poter riconoscerli.
Crederei calunniare ciò non ostante i sentimenti della Nazione se non raccomandassi apertamente a mio Figlio MM. de Chamilly e Huë che il vero loro attaccamento alla mia persona avea portato a richiudersi meco in questo tristo soggiorno, e che hanno creduto di divenire le vittime disgraziate. Gli raccomando ancora Cléry, delle attenzioni del quale ho avuto tutto il motivo di lodarmi dacché trovasi meco, essendo quegli che è restato con me sin alla fine: Prego i Signori della Comune di consegnargli i miei panni, i miei libri, il mio oriuolo, la mia borsa e gli altri piccoli effetti depositati ai Consiglio della Comune.
Perdono ancora volontierissimo a coloro che mi hanno fatta la sentinella i cattivi trattamenti, e malattie con cui han creduto dover usar meco. Ho ritrovato alcune anime sensibili, e compassionevoli; possano esse godere nel loro animo di quella tranquillità che il loro modo di pensare deve ad essi accordare.
Prego i Signori di Melesherbes, Tronchet, e de Séze a qui tutti ricevere i miei ringraziamenti, e l'espressione della mia sensibilità per tutte le cure, e fastidj che si son dati per me.
Finisco con dichiarare innanzi a Dio, e pronto a comparire alla sua presenza, ch'io non mi rimprovero alcun dei delitti che mi si sono opposti.
Dalla Torre del Tempio, li venticinque dicembre dell'anno mille settecento novanta due.
Luigi"