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[Dr. Ferrante Angelo]
Definizione
Tabella 1
Distribuzione geografica della
malattia di Behçet.
La distribuzione della malattia di Behçet indica che le aree ad
alto rischio si trovano lungo una fascia che tra i 30°-45° di latitudine
Nord che corrisponde alla vecchia "via della seta". Tale fascia
si estende dal Giappone, all’estremo Oriente, ai paesi del bacino del Mediterraneo,
fino all’Europa.
Eziologia. La causa
della malattia di Behçet è ancora sconosciuta, ma una base
immunogenetica sembra essere ormai chiara. Da tempo è stata dimostrata
un’associazione significativa tra HLA-B51 e la malattia stessa (RR= 7.9
nella popolazione giapponese) (Ohno, S. et al. 1973; Ohno, S. et al. 1982).
Fig.
1 Rappresentazione schematica dei geni localizzati sul cromosoma
6
Alcuni studi sembrerebbero porre l’attenzione
su alcuni agenti infettivi come l’herpes simplex virus ed alcuni ceppi
di streptococco. Nel primo caso sembrerebbe che il virus abbia una ridotta
capacità di replicarsi in cellule mononucleate di pazienti con malattia
di Behçet; tra l’altro si è dimostrata un’elevata frequenza
di trascrizione di geni virali in cellule mononucleate di tali pazienti.
Nel secondo caso sembrerebbe evidente un coinvolgimento di alcuni ceppi
di streptococco ( Strep. sanguis, Strep. pyogenes, Strep. fecalis e
Strep. salivarius) e la malattia di Behçet; sembrerebbe in tal
caso coinvolta la proteina Hsp-65 come si evidenzia dall’aumento dei livelli
di IgA rivolti contro tale antigene in pazienti con malattia di Behçet.
Tutto ciò sembra comprovato dalla scoperta di un significativo aumento
di cellule T circolanti con recettore gd (Suzuki, Y. et al. 1992) e dal
fatto che peptidi derivati dalla proteina HSP-65 sono in grado di stimolare
in modo evidente cellule T gd di pazienti con malattia di Behçet.
Immunopatologia.
Danno
vascolare, iperfunzione dei neutrofili e risposte di dito autoimmunitario
sono caratteristiche tipiche dela malattia di behçet. Le biopsie
confermano la presenza di vasculite attorno vicino alle lesioni della malattia
di behçet, incluse le ulcere orali e genitali, l’eritema nodoso,
l’uveite posteriore, l’epididimite, l’enterite, e le lesioni del sistema
nervoso centrale. I grandi vasi sono colpiti da vasculite dei vasa vasorum.
Il danno vascolare si aggiunge ad uno stato di ipercoagulabilità
che è anche caratteristico dela malattia di behçet e che
potrebbe essere dovuta, almeno in parte, all’attivazione/disfunzione di
cellule endoteliali e piastrine. Le lesioni attive, incluse quelle che
sono indotte durante il pathergy test, sono infiltrate da neutrofili in
assenza di infezione. Una precoce infiltrazione di cellule linfomonocitiche
è usualmente riscontrata a livello delle ulcerazioni (lamina propria)
ed attorno ai piccoli vasi. Questi ultimi potrebbero mostrare proliferazione
endoteliale e talvolta obliterazione del lume. Sebbene le fasi iniziali
sono suggestive di una reazione di IV tipo (cellulo-mediata), questa è
seguita da un’infiltrazione di polimorfonucleati e da necrosi fibrinoide
dei piccoli vasi più simile da una reazione di III tipo (Artus).
I neutrofili di pazineti con malattia di behçet mostrano una elevata
produzione di anione superossido, un incremento della funzione chemiotattica
ed una eccessiva produzione di enzimi lisosomiali indicando una iperattivazione
di queste stesse cellule. I keratinociti adiacenti alle regioni ulcerate
delle mucose sembrano inoltre esprimere antigeni di classe II. I linfociti
infiltranti le lesioni sono cellule T CD4+ Th-1, capaci cioè di
produrre IL-2, IFN-g, TNF-b
ma non IL-4, IL-5 ed IL-10.
Fig.
2 Ipotetico modello patogenetico della malattia di Behçet
Manifestazioni Cliniche I pazienti di solito non presentato sintomi sistemici ma solo manifestazioni localizzate. Occasionalmente la malattia può esordire con malessere, febbre disfagia e perdita di peso. Tabella 2
Qui di seguito sono riportate le principali manifestazioni della malattia di Behçet:
Ulcere genitali ricorrenti: morfologicamente
vengono distinte nei tre tipi delle ulcere orali (aftose maggiori, minori
ed erpetiformi). Sono di soliti molto dolenti, tipicamente recidivanti
e spesso determinano esiti cicatriziali. Colpiscono le donne in misura
maggiore rispetto agli uomini. Le aree maggiormente colpite sono la vulva
e la vagina nella donna, il glande e lo scroto per quanto riguarda l’uomo,
ma non è raro osservare ulcerazioni in regione perianale o anche
a livello inguinale o addirittura sulla superficie interna delle cosce:
la presenza di cicatrici scrotali deve far sospettare la malattia di Behçet.
Altre lesioni cutanee: la manifestazioni
papulo-pustolose, più rare, si presentano pustole o
papule a localizzazione non follicolare che guariscono abbastanza rapidamente
senza lasciare esiti. Più spesso si tratta di pochi elementi localizzati
agli arti ed al volto. Lesioni analoghe sono anche espressione del fenomeno
della "patergia": molti pazienti possono sviluppare lesione papulo-pustolose
in seguito all’iniezione intradermica di soluzione fisiologica o anche
in seguito alla semplice puntura di un ago. Questo fenomeno si riscontra
nel 40-88% dei pazienti e più frequentemente in quelli di origine
turca o giapponese o in quelli che hanno la malattia da parecchi anni.
Sembra che la patergia sia più frequente usando aghi di maggiore
calibro. In alcuni pazienti si ha la comparsa di eritema nodoso classico
(nodosità dolenti e calde al tatto sulla superficie anteriore delle
gambe) che talvolta possono ulcerarsi. Più raramente i pazienti
con Behçet possono esprimere altre manifestazione dermatologiche:
porpora palpabile o simile, lesioni ulcerativo-necrotiche simili a quelle
del pioderma gangrenosum, eruzioni papulo-pustolose a localizzazione follicolare
che realizzano un quadro acneiforme. Infine si possono annoverare manifestazioni
cutanee che conseguono alla terapia immunosoppressiva come le epidermofizie
spesso diffuse e localizzate anche a livello degli annessi (onicomicosi).
Lesioni Oculari: Sono tra le più serie manifestazioni della malattia di Behçet. Uveiti recidivanti con o senza ipopion, iridocicliti, lesioni vascolari retiniche ed atrofia ottica sono le più comuni manifestazioni. Altre caratteristiche sono congiuntiviti, coroiditi e cheeratiti. L’interessamento di entrambi gli occhi (90% dei casi) rappresenta la manifestazione della malattia di Behçet a prognosi più grave. Non è tanto l’irite con ipopion descritta da Hulusi Behçet nella sua triade, ma la vasculite retinica ad essere la manifestazione oculare più tipica, presente in tutti i pazienti dopo un certo periodo di attività della malattia, e la causa più importante di cecità. L’irite con ipopion, seppure patognomonica, non è in realtà frequente (20% dei casi) e spesso è di difficile rilevazione perché estremamente fugace. Più frequente è l’iridociclite essudativa recidivante ed evolvente verso una grave uveite diffusa cronica non granulomatosa, resistente agli steroidi e con prevalente interessamento posteriore (coroidite, corioretinite, papillite, vasculite retinica). Nei paesi del Mediterraneo, ed in particolare in Italia, non si osserva un’incidenza rilevante di uveite anteriore a prognosi benigna, come invece riportato dalle donne giapponesi. Nel 10% dei casi si può osservare soltanto una vasculite retinica progressiva senza segni di flogosi uveale concomitante. Utile pertanto risulta la fluorangiografia retinica nella diagnosi precoce perché evidenzia segni di vasculite e di sofferenza papillare ancora prima che l’interessamento neuro-retinico sia oftalmoscopicamente evidente fornendo elementi indispensabili per una corretta diagnosi ed indicazioni alla terapia immunosoppressiva. L’interessamento vasale (vasculite) sia come periflebite che come arterite occlusiva è responsabile di emorragie retiniche, edema maculare, aree focali di necrosi retinica, neuropatia ottica ischemica. L’edema maculare cronico evolve verso la degenerazione cistoide e nei casi estremi il foro maculare. Il coinvolgimento del nervo ottico di tipo infiammatorio ed ischemico condiziona la prognosi funzionale; l’atrofia ottica si riscontra in oltre il 40% dei casi dopo 5 anni dall’esordio della malattia oculare. In corso di neuro-Behçet è possibile inoltre riscontrare una papilla da stasi bilaterale quale epifenomeno di una condizione di pseudotumor cerebri. Con il progredire della vasculite retinica le arterie e le vene vanno incontro ad alterazioni sclerotiche fino alla loro completa ostruzione con conseguenti vasi disabitati ed atrofia ottica degli stadi terminali. Le complicanze oculari più frequenti, secondarie alla uveo-retinite ed alla vitreite sono il glaucoma secondario (20%), la cataratta complicata (26%), la proliferazione retinica fibrovascolare (18%) e le rotture e distacchi di retina (8%). Pur rimanendo seria, la prognosi dell’interessamento oculare è notevolmente migliorata con l’introduzione della terapia immunosoppressiva che ha permesso un controllo a lungo termine dell’attività della malattia oculare insieme ad un risparmio degli steroidi, se non la risoluzione della corticodipendenza. Se prima degli anni 70 il 50% dei pazienti diventava cieco entro 5 anni dalla comparsa della manifestazioni oculari, attualmente il 65% conserva una acutezza visiva uguale o superiore a 7/10 in almeno un occhio a 10 anni dalla loro insorgenza. (cliccare
sull'immagine per vederla grande)
Fig. 4 Hypopion Tabella 2
Manifestazioni reumatologiche Le manifestazioni reumatologiche più frequenti
della sindrome di Behçet sono le artralgie e l'artrite
periferica. Si ritiene che il 40% dei pazienti con malattia di
Behçet presenti prima o dopo artrite periferica. L’esordio dell’artrite
può essere acuto come quello dell’artrite settica o da microcristalli,
ma anche lento ed insidioso. Nella maggior parte dei casi si tratta di
una oligoartrite; talvolta sono coinvolte più articolazioni
in maniera simmetrica. Le articolazioni più frequentemente interessate
sono le ginocchia, le caviglie, i gomiti ed i polsi. Meno frequente è
l’interessamento delle piccole articolazioni delle mani e dei piedi. Eccezionalmente
sono interessate le scapolo-omerali, le coxo-femorali, le sternoclaveari
e l’articolazione atlanto-odontoidea. L’artrite del ginocchio spesso si
complica con la formazione di una cisti di Baker, la cui rottura può
essere responsabile di una sindrome postflebitica, che nei pazienti con
Behçet deve essere differenziata dalla tromboflebite stessa. La
durata dell’artrite raramente supera i 3 mesi e la guarigione avviene con
restitutio
ad integrum. Talvolta però l’artrite può essere erosiva
e destruente. Analogamente alle altre manifestazioni cliniche l’artrite
assume spesso un decorso recidivante. La sacroileite e la spondilite anchilosante
costituiscono altre manifestazioni reumatologiche descritte nei pazienti
affetti da sindrome di behçet.
Manifestazioni neurologiche Sono riscontrate nel 10-25% dei pazienti affetti
da tale malattia. L’interessamento neurologico (neuro-Behçet) è
stato considerato come segno negativo ai fini prognostici. Il quadro neurologico
non è inserito negli attuali criteri diagnostici elaborati dal gruppo
internazionale di studio della malattia di Behçet. Va tuttavia sottolineato
come il coinvolgimento neurologico possa da un lato essere evocatore della
malattia, facilitandone l’inquadramento diagnostico; dall’altro possa essere
determinante ai fini prognostici, per un corretto approccio terapeutico.
Schematicamente le sindromi da interessamento neurologico sono state classificate
in 3 gruppi (tab. 3); è opportuno ricordare che è frequente
la sovrapposizione di più alterazioni ed anomalie nello stesso paziente.
Meningo-encefalo-mielite:
è il quadro clinico di più frequente riscontro. La meningite,
in particolare, è una delle più tipiche manifestazioni (12-26
%); sembra inoltre più frequente all’esordio. La meningite può
manifestarsi come sindrome meningea completa (vomito, rigidità ecc.);
il più delle volte si manifesta con attacchi di cefalea. In alcuni
soggetti si instaura un quadro di encefalite/encefalomielite disseminata
con compromissione delle strutture –tronco-encefaliche. Altre sedi frequenti
di lesione sono la capsula interna, i nuclei della base ed il cervelletto.
A seconda delle strutture interessate ne derivano diversi quadri clinici
possibili: sindrome piramidale (tetraplegia, emiplegia, raramente paraplegia),
sindrome cerebellare, turbe della deglutizione, sindrome cocleo-vestibolare,
convulsioni focali o generalizzate, sindromi extrapiramidali, turbe sfinteriche,
sindrome del tronco dell’encefalo, paralisi dei nervi cranici (oculomotore,
faciale, cocleo-vestibolare, sindromi pseudo-bulbari con crisi di riso
e pianto spastico, ed infine sindromi psichiatriche (sindrome cerebrale
organica non psicotica con amnesia, alterazioni dell’umore in senso depressivo
o maniacale, oppure un quadro di psicosi che si esprime con ideazione disordinata
e bizzarra accompagnata da illusioni ed allucinazioni).
Tabella 3
Manifestazioni vascolari e cardiache La vasculite di Behçet interessa vasi di ogni tipo, sia pure con predilezione per le vene, e di ogni calibro, sia per flogosi diretta della parete vascolare sia sotto forma di vasculite dei vasa vasorum. La vasculite della malattia di Behçet è caratterizzata da localizzazioni segmentarie, singole o più frequentemente multiple, sequenziali o compresenti in vario stadio di evoluzione, interessanti a tutto spessore la parete del vaso. A queste conseguenze della malattia, ben caratterizzate e riferibili a vasi di medio o di grosso calibro, viene dato il nome di Angio-Behçet. Complicanze vascolari diverse hanno differente distribuzione epidemiologica e patogenesi, diverse conseguenze fisiopatologiche e cliniche e richiedono diversa terapia. La loro incidenza varia secondo la popolazione studiata. La classificazione delle complicanze della malattia di Behçet si basa sul tipo ed il calibro del vaso e sul distretto corporeo interessato. Tabella 4
Complicanze venose Sono assai più frequenti delle complicanze
arteriose ed insorgono nel decorso della malattia di Behçet in oltre
la metà dei pazienti. La tromboflebite superficiale è la
complicanza venosa più comune con prevalenza pari al 22-25%. Si
localizza prevalentemente agli arti inferiori ed evolve determinando circoli
collaterali e noduli sottocutanei a lungo persistenti con caratteristiche
infiammatorie. Una presentazione clinica analoga (pseudotromboflebite)
possono avere la cisti di Baker, un aneurisma dell'arteria poplitea oppure
una miosite del polpaccio. Le tromboflebiti superficiali si accompagnano
in oltre il 20% dei casi a trombosi venose profonde. Le trombosi venose
profonde interessano più frequentemente gli arti inferiori e/o la
vena cava inferiore. Maschi giovani, affetti da malattia di Behçet,
se colpiti da trombosi venose profonde hanno maggiore probabilità
di essere affetti anche da complicanze trombotiche alle arterie polmonari,
che debbono sempre essere sospettate e che non devono essere attribuite
ad embolia polmonare, condizione meno frequente. Infatti l'embolia polmonare
è rara nella malattia di Behçet e raramente conduce a morte,
mentre l'arterite della arterie polmonari determina la formazione di pseudoaneurismi
la cui rottura può essere facilitata dalla terapia anticoagulante
con conseguenze letali. Inoltre le trombosi venose profonde ricanalizzano
frequentemente per evoluzione spontanea o favorita da terapia con corticosteroidi
con o senza antiaggreganti. La trombosi della vena cava inferiore può
tuttavia indurre insufficienza renale per trombosi delle vene renali ovvero
sindrome di Budd Chiari (possibile eccezionalmente per trombosi isolata
delle vene sovraepatiche) con rischio di emorragia grave da varici esofagee
ed insufficienza epatica tardiva. Le trombosi della vena cava superiore
sono meno frequenti di quelle della inferiore, ma la malattia di Behçet
ne è la principale causa in giovani maschi nel bacino del Mediterraneo.
Nonostante il riscontro di anticorpi anti-fosfolipidi sembri essere più
frequente nella malattia di Behçet che nella popolazione generale,
tuttavia non è stata dimostrata una correlazione statisticamente
significativa tra la presenza nel siero di anticorpi anti-cardiolipina
e complicanze vascolari o neurologiche, salvo l'eritema nodoso. La trombosi
delle vene intracraniche si associa, in oltre il 60% dei pazienti, a trombosi
venose profonde in altra sede, raramente a meningo-encefalite. Determina
ipertensione endocranica benigna con cefalea e papilledema, associata a
segni focali, e viene riconosciuta mediante angiografia digitale a sottrazione
con risonanza magnetica.
Complicanze arteriose Le complicanze arteriose della malattia di Behçet
sono assai più rare di quelle venose. In casistiche provenienti
da vari paesi la percentuale è variabile tra 2 e 6%, con punte massime
pari al 18% (Arabia Saudita). Data la prognosi infausta delle complicanze
arteriose dovute specialmente a rottura di pseudoaneurismi, non sorprende
che esse siano più frequenti in studi autoptici. Tra le complicanze
arteriose dell'angio-Behçet, una stenosi cronica di una grossa arteria,
ad esordio subdolo, è la eccezione. Essa può interessare
l'arco aortico con un quadro istologico di arterite granulomatosa ed un
quadro clinico di asfigmia periferica usualmente ben tollerata sovrapponibili
a quanto si riscontra nella malattia di Takayasu. Occasionalmente sono
state segnalate arteriti granulomatose a livello delle arterie epatiche
o mesenteriche con manifestazioni cliniche di difficile interpretazione
diagnostica in assenza di un adeguato indice di sospetto. Le complicanze
arteriose più comuni della malattia di Behçet sono dovute
ad arterite necrotizzante, che determina trombosi e/o aneurisma. La trombosi
arteriosa determina ostruzione solitamente in un tratto di arteria interessata
da fenomeni infiammatori; la stenosi è dovuta in parte al trombo,
in parte ad una condizione di arterite a tutto spessore. Le segnalazioni
della letteratura indicano che nel 40% dei casi i pazienti hanno lesioni
stenosanti senza aneurismi: nel 30% interessanti le arterie polmonari,
nel 20% rispettivamente la succlavia e la femorale, meno frequentemente
le arterie di medio calibro (specialmente i tronchi sopraortici e le arterie
degli arti). L'aneurisma arterioso, presente nel 60% dei pazienti con arteriopatia
di Behçet, è solitamente associato a trombosi del tratto
aneurismatico o in altri segmenti arteriosi; singolo o più frequentemente
multiplo, colpisce le arterie polmonari nel 30% dei casi ma è sensibilmente
più frequente a livello dell'aorta addominale (41%) pur potendo
interessare ogni vaso di grosso e medio calibro. L'arteriopatia di Behçet
colpisce nell'80% soggetti di sesso maschile tra i 20 ed i 40 anni di età,
che nel 90% dei casi sono portatori di tromboflebiti superficiali o di
flebotrombosi profonde; è raramente manifestazione di esordio della
malattia, insorgendo di solito 3-8 anni dopo la comparsa delle prime manifestazioni
di essa. Le lesioni arteriose dell'angio-Behçet possono essere apparentemente
favorite da malformazioni vascolari e da traumi vascolari. Va particolarmente
menzionato a questo proposito il rischio di trombosi arteriosa e di aneurisma
tardivo nella sede di puntura arteriosa in occasione di arteriografie,
che fa preferire quando possibile il ricorso ad altri mezzi di indagine
morfologica (RMN con gadolinio, angio-RMN, TC dinamica con mezzo di contrasto,
angiografia digitale a sottrazione per via venosa). Le complicanze arteriose
della malattia di Behçet hanno conseguenze fisiopatologiche e cliniche
diverse secondo il distretto interessato.
Alterazioni renali Un piccolo numero di pazienti affetti da malattia
di Behçet presenta amiloidosi renale e glomerulonefriti; non è
chiaro se queste alterazioni possano essere considerate come manifestazioni
primarie della malattia. Alcuni soggetti presentano solo alterazioni urinarie
(proteinuria ed ematuria) senza sintomi, mentre altri presentano un quadro
di glomerulonefrite proliferativa mesangiale all’esame bioptico.
Vasculite polmonare della malattia di Behçet Una sintomatologia respiratoria è di solito considerata rara nella malattia di Behçet ma viene segnalata nel 18% di 482 pazienti in una casistica turca. I disturbi possono essere modesti ed attribuibili a patologia non interessante vasi di grosso o medio calibro. L'interessamento polmonare può essere infatti così classificato, escludendo le complicanze infettive:
Complicanze cardiache L'interessamento cardiaco non è raro nella
malattia di Behçet, anche se passa spesso inosservato, essendo le
gravi complicanze cardiologiche assai più rare. Esse insorgono di
solito in pazienti che presentano altre manifestazioni di angio-Behçet.
La pericardite, considerata da alcuni la complicanza cardiaca più
frequente della malattia di Behçet, è di solito sfumata e
latente, salvo nell'ambito della sindrome della vena cava superiore; se
essudativa può accompagnarsi a versamenti pleurici. Un emopericardio
è stato segnalato per rottura di un aneurisma del seno di Valsalva.
L'endocardite può determinare prolasso dei lembi valvolari, o lesioni
valvolari maggiori con insufficienza aortica, mitralica o di ambedue le
valvole. L'insufficienza valvolare è maggiormente localizzata alla
valvola aortica . In realtà tale complicanza è spesso connessa
con aortite prossimale, talora in pazienti HLA-B27+, in alcuni dei casi
con franco aneurisma dell'arco aortico. In un caso di associazione di malattia
di Behçet e policondrite (sindrome MAGIC: Mouth And Genital ulcer
with Inflammed Cartilage) il paziente ha avuto una grave insufficienza
aortica, corretta più volte con protesi per ripetuta deiscenza dell'apparato
di impianto. In altri casi l'endocardite della malattia di Behçet
è caratterizzata da trombi intracavitari. Il trombo può essere
localizzato in atrio sinistro e suggerisce un mixoma atriale, ma è
usualmente in atrio destro o ventricolo destro, ed è in tal caso
associato a trombosi ed aneurismi multipli dell'arteria polmonare. Una
fibrosi endocardica è stata segnalata occasionalmente e decorre
solitamente in modo asintomatico. Le complicanze miocardiche si presentano
sotto forma di miocardite e di cardiopatia ischemica. La miocardite è
assai rara e si presenta di solito con cardiomegalia e segni poco specifici.
Un importante deficit contrattile non è comune: la frazione di eiezione
del ventricolo sinistro è risultata normale in due casistiche di
pazienti non selezionati. Tuttavia alcuni autori hanno descritto alcuni
pazienti con cardiomiopatia congestizia ad esito progressivamente letale
nonostante terapia. Deficit della conduzione sono stati descritti solo
occasionalmente in pazienti con aneurisma del seno di Valsalva. La cardiopatia
ischemica è una complicanza non eccezionale della malattia di Behçet.
Uno studio condotto su 36 pazienti affetti da malattia senza problemi cardiologici
apparenti né fattori di rischio cardiologico ha evidenziato una
ischemia miocardica silente, avvalorata da alterazioni significative all'ECG
Holter e dalla scintigrafia di perfusione miocardica con 201Tallio, nel
25% dei soggetti, con evidenza nella metà di essi, di discinesia
della parete ventricolare sinistra. In una casistica autoptica di 170 pazienti
deceduti con malattia di Behçet, la prevalenza degli infarti ed
ischemie miocardiche è stata pari al 3.5%. La coronaropatia esordisce
solitamente con il quadro dell'infarto miocardico acuto per occlusione
trombotica o pseudoaneurismatica della discendente anteriore sinistra.
Un infarto miocardico acuto è stato segnalato come possibile modo
di presentazione della malattia di Behçet, ma altre manifestazioni
di angio-Behçet erano presenti nel 77% dei portatori di ischemia
miocardica silente e non mancavano in nessuno dei restanti pazienti con
infarto miocardico acuto, uno dei quali ha sviluppato pseudoaneurisma dell'arteria
femorale nella sede di introduzione del catetere angiografico. Da ciò
deriva la raccomandazione di evitare anticoagulanti, iniziando tempestivamente
terapia corticosteroidea ed immunosoppressiva che assicura di solito una
buona prognosi e permette il successo di una eventuale coronaroplastica.
La malattia di behçet in età pediatrica Parecchi autori hanno descritto questa forma di
vasculite in pazienti pediatrici. Sono stati riportati addirittura casi
neonatali, spesso con madri portatrici di afte orali e/o ulcerazioni genitali
presenti durante la gravidanza. Recentemente è stato riportato un
caso di behçet neonatale transitorio caratterizzato da una grave
manifestazione vasculitica. In Giappone, l’1.5% di tutti i casi di behçet
si estrinsecano in età pediatrica; tali casi presentano qualche
differenza clinica dai classici casi dell’età adulta. Le aftosi
orali per esempio sono meno gfrequenti nei bambini (55% dei casi) che negli
adulti; mentre l’uveite è più frequente come prima manifestazione
di malattia (31% dei casi). Durante il corso della malattia, le ulcerazioni
orali e genitali si presentano con una frequenza leggermente inferiore
nei soggetti in età pediatrica. Le flebiti non rappresentano di
solito manifestazioini tipiche del behcet pediatrico, mentre artriti ed
uveiti sono sicuramente più frequenti i questa età.
In Turchia è stata riportata una più bassa frequenza di manifestazioni
vascolari, neurologiche ed oculari nel behcet pediatrico. Come nei soggetti
adulti, le lesioni oculari dei bambini con behcet rappresentano un serio
problema a causa della loro tendenza ed esiatre in cecità completa.
La malattia di behçet in gravidanza Uno studio condotto su donne con malattia di behçet
in gravidanza (59 gravidanze in 54 donne) ha rivelato che il 47%
di queste ultime non presenta alcun cambiamento nell’attività di
malattia, il 34% va incontro ad una significativa esacerbazione delle manifestazioni
cliniche e solo il 26% ad un migliorameto della sintomatologia clinica.
In un recente lavoro comunque si è dimostrato che la malattia non
veniva influenzata significativamente dalla gravidanza e che l’andamento
della gravidanza in corso di malattia di behcet è generalmente molto
soddisfacente; la frequenza di aborti spontanei, malformazioni congenite
e morte perinatale in neonati di madri con malattia di behçet non
varia significativamente rispetto ai bambini nati da madri sane.
Diagnosi Non vi sono finora criteri definitivi per la diagnosi della malattia di Behçet ed i vari schemi suggeriti si basano sull’associazione tra due, tre, o quattro caratteristiche cliniche. In relazione a ciò vengono usati i termini di "malattia di Behçet completa" ed "incompleta". E’ possibile suddividere la malattia di Behçet in 4 disordini in base a caratteristiche cliniche e probabilmente ad una base immunogenetica:
Tabella 5
La trombosi dei vasi sanguigni può essere
riscontrata in qualunque dei tipi su descritti. L’antigene HLA-B51 anche
se significativamente associato alla malattia non è diagnostico
di essa. Il pathergy test è stato usato come test diagnostico in
Medio oriente, in Giappone ed in Italia. La presenza di immunocomplessi
può favorire la diagnosi. La valutazione di proteine di fase acuta,
tra cui C9 possono consentire la valutazione della fase di attività
della malattia.
Terapia La gestione di un paziente
con malattia di Behçet può essere difficoltosa, in quanto
spesso richiede la piena collaborazione tra differenti specialisti. La
scelta del trattamento dipende dalle manifestazioni cliniche del paziente.
Viene data una certa priorità alle manifestazioni gastroenteriche,
neurologiche ed al coinvolgimento dei grandi vasi che richiedono spesso
alte dosi di corticosteroidi, immunosoppressori o entrambi ed in alcuni
casi l’intervento chirurgico. Il trattamento delle lesioni oculari necessita
di una attenta valutazione soprattutto in relazione al fatto che se non
trattate queste ultime possono condurre alla cecità.
Elenco
dei farmaci utilizzati nella malattia di Behçet
Farmaci immunosoppressori L’azatioprina è
spesso usata insieme al prednisolone (2-3 mg/kg al giorno) in quanto consente
di ridurre il dosaggio dello steroide e potrebbe avere effetti positivi
nell’evoluzione della malattia. In Giappone ed in Turchia è stata
utilizzata anche la colchicina, in quanto capace di inibire la motilità
dei neutrofili, con una dose di 0.5 mg due volte al giorno. Diversi studi
hanno portato nel 1990 a raggiungere un accordo sull’uso della ciclosporina
e sull’ottimizzazione di tale uso nella malattia di Behçet. Da tali
studi è emerso che la dose ottimale di ciclosporina è di
5 mg/Kg/die associata o meno a 25 mg/die di prednisone. Tale schema ha
dimostrato una ottima efficacia a livello oculare sulla vasculite e sull’edema
maculare cistoide, buona sulla vitreite e sulla flogosi anteriore; buona
anche l’efficacia extraoculare, scarsa a livello del sistema nervoso. Nel
1993 Ben Ezra rispondendo ad un ulteriore quesito, cioè quando e
come va sospesa la terapia, ha codificato a pieno l’uso del farmaco: la
ciclosporina A si usa in soluzione orale o in capsule alla dose di 5 mg/Kg/die
assunta in due somministrazioni in latte o succo di frutta. L’effetto inizia
circa due settimane dopo ed è massimo in un mese. Dopo un anno di
terapia piena e senza recidive si inizia a scalare il farmaco di 0.5 mg/Kg
ogni 4-6 settimane; secondo altri autori è utile uno step più
lungo (tre mesi) al livello di 3 mg/Kg/die. Si raggiunge così la
dose minima efficace che è diversa da soggetto a soggetto: se durante
il calo si hanno recidive si può tornare alla dose immediatamente
precedente o associare basse dosi di prednisone. L’associazione della ciclosporina
con cortisone è utile per via locale nelle recidive oculari modeste
e per via generale nelle recidive extraoculari. Inoltre risparmia molti
effetti collaterali e spesso risolve una corticodipendenza.
Ciclosporina. Dal
punto di vista strutturale la ciclosporina è un oligopeptide neutro,
a conformazione ciclica di 1203 kd, altamente lipofilo composto di 11 residui
aminoacidici. Gli aminoacidi in posizione 11, 1, 2 e 3 costituiscono il
sito attivo della molecola dal punto di vista biologico. La ciclosporina
diffonde passivamente attraverso la membrana cellulare e successivamente
si lega ad un recettore citosolico identificato nel 1984 da Handschumacher
e coll. In cellule linfocitarie definito ciclofillina per la sua alta affinità
per il farmaco. La ciclofillina, come l’”FK-506 binding protein” è
una proteina di 17 kd appartenente alla famiglia dele immunofilline presente
in tutte le cellule eucariotiche. Tale molecola costituisce lo 0.1-0.4%
delle proteine citosoliche e presenta un elevato grado di conservazione
da punto di vista filogenetico. La presenza della ciclofillina in diversi
tipi cellulari ed in tutte le specie studiate suggerisce che essa sia provvista
di funzioni biologiche ben definite. Tali molecole infatti rivestono una
grande importanza nei processi di “folding” delle proteine. Il complesso
ciclofillina-ciclosporina si lega a due proteine ad attività enzimatica
la calmodulina e la calcineurina; questa ultima è una serin-treonin-
fosfatasi calmodulina-calcio dipendente costituita da una unità
catalitica ad attività fosfatasica ed una unità regolatoria.
I complesso ciclofillina-ciclosporina, legandosi alla calcineurina è
in grado di inibirne l’attività fosfatasica. Tale evento biochimico
si rende responsabile, con un meccanismo complesso della inibizione della
sintesi della IL-2, evento che rappresenta l’azione biologica fondamentale
della ciclosporina. Come è noto la trascrizione della IL-2 è
finemente regolata a livello genico. Dei numerosi fattori transattivanti
che agiscono a livello della regione promotore del gene dell’IL-2 sembra
particolarmente importante il “Nuclear Factor of Activated T Cells” NF-AT,
in quanto specificatamente coinvolto nei meccanismi di azione della ciclosporina.
L’ulteriore caratterizzazione del NF-AT ha dimostrato che tale fattore
è costituito da due componenti, una subunità nucleare (NF-ATn)
ed una subunità citosolica (NF-ATc). E’ evidente che il fattore
NF-ATc trasloca nel nucleo con un meccanismo calcio-dipendente. In realtà
il sistema appare ancora più complesso in quanto i NF-AT sono rappresentati
da due proteine dipendenti rispettivamente dalla PKC e dal calcio. Nella
cellula attivata il NF-ATn si lega ai prodotti dei protooncogeni fos e
jun a formare il complesso NF-ATn-fos-jun-DNA. Il meccanismo di azione
della ciclosporina a livello molecolare consiste quindi nella inibizione
dell’attività fosfatasica della calcineurina sull’NF-AT cui fa seguito
la mancata traslocazione di tale fattore di trascrizione dal citosol al
nucleo con conseguente blocco dei meccanismi di attivazione della regione
promotore del gene della IL-2.
Farmaci immunomodulatori Recenti studi mettono
in rilievo l’utilità dell’interferone-a nel trattamento delle lesioni
oculari. Di solito sono previste 3000000 U per via sottocutanea 3 volte
la settimana. La durata del trattamento non è chiara, spesso sono
necessari almeno 6 mesi di terapia. Occorrono, comunque ulteriori studi
per confermare l’utilità dell’interferone in altre manifestazioni
di questa malattia, anche se recenti trials documentano una reale efficacia
e mostrano che tale molecola riduce il dosaggio di steroide necessario.
Trattamento delle lesioni muco-cutanee Terapia topica. Se possibile, è utile il trattamento topico delle lesione mucocutanee prima di passare alla somministrazione dei farmaci per via sistemica. Il trattamento locale si basa sull'applicazione di gel o pomate di lidocaina 1 o 2.5% o di triamcinolone allo 0.1%. Le ulcere orali e genitali spesso rispondono bene all’applicazione topica con steroidi o tetracicline o entrambi. Anche le uveiti possono essere trattate inizialmente con l’applicazione locale di steroidi e midriatici. Occorre comunque in stadi più avanzati iniziare lo steroide per via sistemica: prednisone 30-60 mg/giorno. Tale dose verrà progressivamente ridotta fino a raggiungere la dose minima efficace di circa 10 mg/giorno. Vi è di solito una pronta risposta al corticosteroide, anche se un piccolo numero di pazienti potrebbe essere resistente. Azelastina idrocloruro o Ftalazinone che funzionano come H1-antagonisti e possiedono proprietà antialergiche sono disponibili in forma di spray e potrebbero essere utilizzate per le ulcere. Occasionalmente è possibile utilizzare l’inoculazione intralesionale degli steroidi. Terapia sistemica.Colchicina
1.5 mg/die o, in forme ulcerative recidivanti, azatioptrina 2.5 mg/Kg/die.
Il Rebamipide (Acido propanoico di clorobenzilamina diidro-ossichinolina)
è un agente anti-ulcera. E’ stato utilizzato con successo nbel trattamento
delle afte orali ad un dosaggio di 300 mg/die. In alternativa per severe
ulcere orali e/o genitati possono essere utilizzati talidomide (100-400
mg/die) o dapsone (100 mg/die).
Trattamento delle lesioni oculari Anche con uno specifico trattamento circa il 25%
dei pazienti può divenire cieco. Una età di esordio precoce
ed il sesso maschile rappresentano fattori di rischio significativi per
la comparsa di gravi lesioni oculari. Gli obiettivi terapeutici sono di
ridurre sia la severità che la frequenza degli attacchi oculari.
Gli agenti midriatici ed i corticosteroidi utilizzati per via topica sono
utili per gli attacchi di uveite anteriore. La colchicina può essere
prescritta al fine di prevenire l’uveite anteriore e quella posteriore
a causa del suo elevato grado di efficacia. Attacchi acuti di uveite posteriore
possono essere trattati con iniezioni locali di corticosteroidi. Inoltre
la terapia steroidea orale ha, da sola, un effetto palliativo sugli attacchi
oculari e talora non migliora la prognosi del danno oculare potendo condurre
a trombosi retinica secondaria e cataratta. Agenti citotossici come l’azatioprina,
il clorambucil, la ciclofosfamide prevengono gli attacchi oculari in circa
il 50-70% dei pazienti. In un singolo studio la frequenza di risposte
parziali o complete era del 50% ai corticosteroidi, del 66% alla colchicina
e del 71% alla azatipprina. L’azatioprina ed il clorambucil sembrano capaci,
a differenza die corticosteroidi di migliorare la prognosi visiva a lungo
termine. La ciclosporina è efficace nel 70-80% dei pazienti con
lesioni oculari che sono stati resistenti alle terapie con steroidi, azatioprina,
colchicina e clorambucil. L’uso della ciclosporina nela terapia dela malattia
di behçet deve essere il più precoce possibile iniziando
il trattamento, generalmente da dosi di 3-5 mg/Kg/die e riducendo gradualmente
fino ad identificare la dose minima efficace. Occorre ricordare che l’eventuale
sospensione del farmaco deve essere attuata molto gradualmente al fine
di evitare fenomeni di “rebound” e soltanto quando vi siano dati a favore
della reale quiescenza della malattia. Nella pratica clinica la maggior
parte dei pazienti deve continuare la terapia con ciclosporina per periodi
di tempo molto lunghi. Inoltre alcuni soggetti con grave compromissione
oculare devono proseguire il trattamento con ciclosporina a dosi elevate
(5 mg/Kg/die). In quest’ultimo caso occorre seguire ancora più attentamente
il paziente per la possibile insorgenza di effetti collaterali legati all’uso
prolungato ad alte dosi del farmaco. Il danno renale, l’ipertensione e
l’iperglicemia rappresentano i princuipali effetti collaterali del trattamento
con ciclosporina. I livelli sierici del farmaco dovrebbero essere valutati
periodicamente in maniera da aggiustare il dosaggio. Sebbene la ciclosporina
sia solo raramente neurotossica, può causare sintomi neurologici
indistinguibili da quelli di una lesione cerebrale nel 20-30% dei pazienti
con malattia di behçet. In alcuni pazienti i sintomi neurologici
indotti dalla ciclosporina potrebbero indurre a disabilità permanenti.
Tra l’altro questo farmaco è controindicato in pazienti con sintomi
neurologici ed i pazienti con lesioni neurologiche subcliniche identificate
alla RMN. Un altro agente immunosoppressivo, il tacrolimus (FK-506)
riduce l’attività della calcineurina dei linfociti T e sopprime
l’attività dell’uveite e di molte manifestazioni sistemiche della
malattia. Alcuni studi hanno mostrato che il tacrolimus può essere
efficace in casi che si sono dimostrati resistenti al trattamento con ciclosporina.
La dose raccomandata di tacrolimus è 0.05-0.15 mg/Kg/die
Trattamento dell’artrite I FANS e la colchicina (0.5-1 mg/die) sono efficaci
in molti casi di artrite in pazienti con malattia di behçet. In
un recente trial clinico randomizzato la terapia profilattica con
penicillina benzatina (1200000 U ogni 3 settimane) associata a colchicina
(1.5 mg/die) ha indotto una significativa riduzione degli episodi di artrite
ed ha prolungato la durata del periodo di guarigione rispetto alla sola
colchicina. In alternativa può essere utilizzata la sulfasalazina
(1-3 g/die). Basse dosi di corticosteroidi (5-20 mg/die) ed azatioprina
(100 mg/die) possono essere utilizzati in casi di artrite resistente alla
colchicina, ai FANS ed alla sulfasalazina. Recenti trials dimostrano una
buona efficacia dell’interferone-a2b (5000000 U tre volte a settimana per
un periodo di 6 settimane). Nelle monoartriti persistenti può essere
utile la somministrazione intraarticolare di triamcinolone acetonide.
Trattamento delle lesioni gastroenteriche I provvedimenti farmacologici utilizzati nelle
malattie infiammatorie dell’intestino si sono spesso dimostrati efficaci
anche nella malattia di Behçet. La sulfasalazina ed i corticosteroidi
rappresentano in effetti i farmaci principali in questo contesto. La dose
di corticosteroidi dipende dalla severità delle lesioni gastroenteriche.
Nelle forme intestinali acute fondamentale è il digiuno. L’approccio
chirurgico è riservato alla forme caratterizzate da perforazioni
ed emorragie intestinali. Procedure chirurgiche invasive comportano spesso
lo sviluppo fenomeni infiltrativi infiammatori nei tessuti sottoposti a
chirurgia con possibili esiti fibrotici ed aderenze. Per prevenire tali
complicanze è necessario somministrare dosi intermedie di steroidi
ai pazienti che dovranno essere sottoposti ad intervento chirurgico.
Trattamento del coivolgimento neurologico Elevate dosi di corticosteroidi possono essere
somministrate durante la fase acuta del coinvolgimento neurologico. Boli
di metilprednisolone (1 g/die) per 3 giorni e ciclofosfamide (2.5 mg/kg/die)
sono utili soprattutto in tali casi. Alcuni autori hanno somministrato
anche clorambicil (0.1 mg/kg/die) con buoni risultati. La meningite acuta
asettica e la meningoencefalite rispondono molto bene al trattamento con
corticosteroidi; al contrario la malattia cronica progressiva del SNC è
spesso resistente a tutte le terapie finora disponibili.
Fig. 5 Algoritmo terapeutico della malattia di Behçet
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