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Dialetti delle Quattro Province e dell'Oltrepò

"Sentivo la mia terra vibrare di suoni: era il mio cuore"

(Il suonatore Jones / Fabrizio De André, Giuseppe Bentivoglio -- Produttori associati : 1971)

Volpedo la domenica mattina / Giuseppe Pellizza


ConsonantiVocali ; Accento ; Il verbo "mangiare"
Nomi di animaliNomi di luoghi e costruzioni caratteristici
StorieDettiFilastroccheDetti memorabili ; Teatro ; Versi

(Volpedo la domenica mattina / Giuseppe Pellizza da Volpedo)


Le valli che scendono, in diverse direzioni, dal primo tratto dell'Appennino Ligure, fra lo Scrivia e il Trebbia, sono chiamate le Quattro Province, perché amministrativamente divise fra le province di Alessandria (Piemonte), Pavia (Lombardia), Piacenza (Emilia-Romagna) e Genova (Liguria). Per la loro posizione hanno sempre costituito un crocevia di commerci e comunicazioni fra la pianura Padana ed il mar Ligure, conservando nel contempo una certa unità di tradizioni e cultura, tuttora espressa in modo particolare nella musica popolare (tradizione del piffero e della musa). Affine è anche la zona collinare dell'Oltrepò tortonese, pavese e piacentino.

I dialetti locali mostrano conseguentemente una miscela di caratteri lombardi, piemontesi, emiliani e liguri, con numerose sfumature ben percepibili. L'Oltrepò appartiene all'area dialettale pavese-piacentina, riconducibile secondo alcuni studiosi all'emiliano e secondo altri al lombardo; le influenze piemontesi sono più deboli: una transizione marcata verso il piemontese si osserva solo a ovest del fiume Scrivia. Una progressiva influenza del ligure ha inizio già dalle medie valli Stáffora e Curone (le vocali tendono a cambiare da /a/ in /o/) e cresce man mano che ci si inoltra per le montagne in direzione sud: le alte valli Trebbia e presumibilmente Borbera si differenziano più decisamente, rientrando nell'area linguistica ligure vera e propria: ad esempio, "aglio" si dice âi in tutto l'Oltrepò ma aggiu a Ottone, mentre al passo di Capanne di Cósola, zona di confine, è âiu; lo stesso confine passa probabilmente per Pei, Brallo e Marsaglia.

Nel raccogliere da varie fonti, in particolare i miei zii e mia madre, detti e storie tradizionali in dialetto, mi sono dovuto porre il problema di stabilire una trascrizione uniforme per l'intera area delle Quattro Province. Le pubblicazioni in dialetto, quali le raccolte di poeti locali e i dizionari, non adottano infatti ancora un sistema unico e coerente, trovandosi così a rendere gli stessi suoni in una grande varietà di modi. Applicando qualche conoscenza di fonologia, ho quindi intrapreso la definizione di un mio sistema di trascrizione. Nel far questo, mi sono reso conto della necessità di conciliare il rigore fonologico offerto dal riferimento dell'alfabeto fonetico internazionale (IPA) con gli usi non sempre logici invalsi nella grafia dell'italiano e di altri dialetti dell'Italia nord-occidentale. La pronuncia dovrebbe così risultare abbastanza intuitiva per un lettore italiano che abbia peraltro cura di esaminare i particolari del sistema adottato.


Consonanti

La pronuncia di {b, d, f, l, m, p, r, t, v} è la stessa dell'italiano; {r} è spesso uvulare, come avviene in francese, nella zona di Voghera e Tortona, mentre altrove è largamente diffusa la pronuncia alveolare.

{n} diventa velare per assimilazione davanti a velare e a laterale (ânca "anche", anlôt "ravioli"); in parole liguri è velare anche in posizione finale e talvolta intervocalica: in quest'ultimo caso è scritta {n-} secondo l'uso ligure e piemontese: lün-a "luna" (un'alternativa più elegante ma inusuale sarebbe {q}). {gn} è una nasale palatale come in italiano: guadagnà "guadagnare".

{ch, gh} sono, come in italiano, le velari {c, g} quando precedono {ê, e, i} e occorre evitare la confusione con le affricate palatali (ad es. citu "zitto", gir "giro"); la stessa grafia è adottata in fine di parola, come già avviene nella trascrizione standard dei dialetti lombardi: per cui poch "poco" e arvêgh "cespuglio" sono pronunciati con finale velare, ma vêg "vecchio" con finale palatale.

{ci, gi} davanti a {a, â, ä, o, ô, ö, u, ü} si pronunciano come affricate palatali, sempre in modo analogo all'italiano: ciamà "chiamare", mangià "mangiare", ecc.

{s} è pronunciata sempre sorda anche quando intervocalica, ad es. in pisarei "gnocchetti". La corrispondente sonora è resa con {z}, ad es. fâzö` "fagioli", mez "mese", zbaià "sbagliare", Zena "Génova".

{ç}, che ricorre solo in parole di origine italiana come çiensa "scienza" e nel ligure, è la fricativa palatale sorda, come nell'italiano sci. In {sci-} invece i suoni {s} e {ci} si pronunciano separati, come ad esempio in sciopà "scoppiare". {x}, che ricorre solo in parole liguri, è la fricativa palatale sonora, come nel francese jeu: nuxe "noce"; la trascrizione con {x}è usata tradizionalmente in Liguria e si trova anche in toponimi, ad esempio Araxi presso Borzonasca.

{ð}, che ricorre solo in val Trebbia, è la fricativa dentale sonora, simile all'inglese the: es. a Ottone ðögo "gioco", ðâ "già".


Vocali

Il sistema delle vocali può essere riassunto nello schema seguente:

chiuse

ü

i

u
medie

ö

e

a

ë

o
aperte

ê

â

ô
anteriori
arrotondate
anteriori centrali posteriori posteriori
arrotondate

 

{i, u} sono pronunciate in modo un po' meno chiuso che nell'italiano standard: ad esempio buca "bocca" si avvicina a boca. Come in italiano, in seconda posizione nei dittonghi assumono valore di semivocali: gâtei "gattino", gâtou "gattone".

{e, o} senza diacritici corrispondono a /e, o/ chiuse dell'italiano. Le corrispondenti aperte -- nettamente più aperte -- sono marcate con un circonflesso {, ô}. Ad es. bêi "belli", bei "bene". Fuori dall'area di influenza ligure, /e/ ricorre quando non accentata, davanti a {n} e nei monosillabi terminanti per {e}, mentre /o/ è poco comune e limitata quasi esclusivamente al dittongo finale /-ou/).

{â} corrisponde alla comune /a/ dell'italiano. Si è scelto di marcarla con un circonflesso, in quanto ricorre soprattutto in posizione accentata, mentre in posizione non accentata è più comunemente sostituita da un suono più chiuso, intermedio fra una /a/ italiana e una e "muta" francese, che caratterizza la parlata di queste regioni (escluse le parti liguri, dove è sostituito da una normale /a/) ed è presente anche nel pavese e nell'emiliano; tale suono è reso in altre sedi con vari diacritici, ma qui, data la sua frequenza e la corrispondenza con {e, o} nello schema, si è scelto di trascriverlo semplicemente {a}. Tale suono ricorre in posizione non accentata, nonché davanti a {n} e nei monosillabi.

Le vocali anteriori arrotondate sono state trascritte con umlaut (dieresi) per analogia con alcune lingue europee: {ü} come nel tedesco Führer, {ö} come la sillaba finale del francese coiffeur.

{ë}, relativamente poco comune, assomiglia alla vocale dell'inglese cup; ha suono simile a {a}, dalla quale probabilmente in alcune località non è distinta.


Accento

L'accento cade di regola sulla penultima sillaba, e sull'ultima se questa finisce per consonante o dittongo; {ia} è di regola uno iato, per cui in Pavia l'accento cade sulla /i/. Nei casi diversi da tale regola, la vocale accentata viene marcata:

L'accento può essere marcato anche per distinguere parole di significato diverso con pronuncia uguale: é "è", e "e"; chí "qui", chi "chi"; "mio", me "come".

Nei dittonghi l'accento cade sempre sulla vocale più aperta.

Le sillabe accentate sono pronunciate particolarmente lunghe quando parole terminanti per consonante si trovano al termine della frase: ad esempio, in mêz e mêz "così così" è pronunciata molto lunga solo l'ultima parola.


Il verbo "mangiare"

    mi a mang

    ti ta mang

    lü u mángia

    le a mángia

    nüàtar a mángium

    vüàtar a mangí

    lüàtar i mángen

      "io mangio"

      "tu mangi"

      "egli mangia"

      "ella mangia"

      "noi mangiamo"

      "voi mangiate"

      "essi mangiano"

Come in altri dialetti e lingue, si osserva il fenomeno del raddoppiamento del pronome.
 

Sul fienile / Pellizza da Volpedo

(Sul fienile / Giuseppe Pellizza da Volpedo)


Nomi di animali

dialetto italiano inglese latino scientifico
gât gatto cat Felis catus
gâtaspüs puzzola polecat Mustela putorius
gât füghei faina stone marten Martes foina
bênura donnola weasel Mustela nivalis
tâs tasso badger Meles meles
vulp volpe fox Vulpes vulpes
crâva capra goat Capra hircus
scuiâtul [Voghera]
súrnia [Varzi]
scoiattolo squirrel Sciurus vulgaris
rât topo mouse Mussp., Rattus sp.
râtazgüratei pipistrello bat ord. Chiroptera
bêrta gazza magpie Pica pica
gâzanou ghiandaia jay Garrulus glandarius
crov cornacchia rook Corvus corone
mêral merlo blackbird Turdus merula


Nomi di luoghi e costruzioni caratteristici


Storie

Il prete astuto e il giovanotto ingenuo

Un ingenuo giovanotto di Montacuto [paese dell'alta val Curone] cercava moglie, e chiese al prete di consigliargli una brava ragazza per lui. "Ah, ho io la ragazza che fa per te!" rispose il prete: gli presentò una giovane di Musigliano [altro paese della valle], i due si conobbero e presto si sposarono.

Ma solo tre mesi dopo il matrimonio, la giovane partorì! Il giovanotto allora andò dal prete per protestare: era quella la brava ragazza che gli aveva consigliato?! Il prete, non sapendo come cavarsela, indicando un libro di chiesa in latino si informò:
"E t' bon da leze?"
"No..."
"E alura leza chi: "Ôm ad Muntêigu, dôna ad Müsiâu, dôpu tri mez i fâu" "
[Sei capace di leggere? - No... - Allora leggi qui: "Uomo di Montacuto, donna di Musigliano, dopo tre mesi li fanno."]

Si notino le forme liguri Muntêigu piuttosto che Muntacü`, fâu piuttosto che fan, ecc.

Il giovanotto in un primo momento ne fu colpito: in effetti, se era scritto sui libri sacri... Ma, ripensandoci, più tardi tornò alla carica: "Padre, sarà scritto dove vuole, ma insomma io lo so bene, che le donne ci mettono nove mesi per fare dei figli!..." E il prete allora: "Uhm, hai detto che non sai leggere, vero? Ecco guarda, leggi qui:"

"Setémbar, setembrei, ar mez ch' u s' câva ar vei: i sou tri;
utúbar, cucúbar, ar mez ch' u sa scrâva i rúvar: i sou sez;
ar mez ch' a suma, ar mez ch' anduma, ar mez pasà: i sou növ...
sa vöt ch' a gh' câcia a fâ, na dôna?!"
[Settembre, settembrino, il mese in cui si stappa il vino: sono tre;
ottobre, coccobre, il mese in cui si sfrondano le querce: sono sei;
il mese in cui siamo, il mese prossimo, il mese scorso: sono nove...
quanto credi che impieghi per arrivare a partorire, una donna?!]

"...Eh giâ, u gh' â râzou... gh' eru mía stâ sura!"
"Ah, par cul lì preòcupat nô: a gh' sou stâ sura mi!..."
[Eh già, ha ragione: non c'ero stato sopra (a pensare)! - Ah, per quello non ti preoccupare: ci sono stato sopra io!...]

 

Le rimesse dell'emigrante

Lo stesso arguto prete di cui sopra, don Emilio, parroco di Montacuto negli anni Cinquanta, raccontava anche quest'altra storia. Un uomo del paese, emigrato come molti altri in America per trovare lavoro, spediva al paese del denaro indicando di usarlo per comprare lussuosi arredi sacri per la sua chiesa; ma il parroco riteneva meglio adoperarlo per usi più prosaici. Quando morì, l'uomo fu riportato a Montacuto per essere seppellito nel paese natale. Durante la cerimonia funebre il sacerdote, aspergendo il feretro d'incenso con l'apposito calice, tra una frase liturgica in latino e l'altra avrebbe mormorato:

O pôver cuiou,
ti t'a s'crëd ch'u sia d'ôr
e inveci l'é ad lutou...

    Oh povero scemo,
    credi che sia d'oro,
    e invece è di ottone...

Si noti la forma errata popolare lutou per utou, per il diffuso fenomeno di accorpamento dell'articolo.

 

Il pollo per il veterinario

Lo zio Dario era veterinario a Volpedo. Ogni tanto gli toccava visitare gli animali dei paesi dell'alta val Curone, per raggiungere i quali doveva compiere un viaggio all'epoca di diverse ore: qualcuno del paese allora lo ospitava per il pranzo.

Una volta, essendo in visita a Muncravò [Montecapraro], avrebbe dovuto essere ospite a casa del parroco. Su istruzione del parroco, la perpetua preparò un gran bel pollo, e si accinse quindi a servirlo in tavola. Ma sul più bello si fermò sgomenta...
"Cosa c'è?"
"Signor parroco... l' é venerdí!"
Nell'eccitazione dell'avvenimento, tutti si erano dimenticati che essendo venerdì, giorno del digiuno, non era consentito mangiare carne. La situazione era imbarazzante, poiché d'altra parte rinunciare alla portata avrebbe significato mancare di rispetto all'ospite.

Riflettendo rapidamente, il parroco si risolse a una soluzione, e si mise a benedire il pollo con il segno della croce e le formule latine. Mentre tutti lo guardavano interrogativi, concluse sentenziando:
"Mangè: l' é merlüs! [Mangiate: è merluzzo!]"

 

Il vescovo sulla slitta

Il vescovo di Tortona visitava i paesi dell'alta val Curone per amministrare la cresima. Dopo avere celebrato il sacramento a Montecapraro, aveva partecipato ad un pranzo con ricchezza di carne e di vino; ed ora doveva trasferirsi a Lunassi, scendendo verso il ponte sul Curone per una stretta stradina, accompagnato dai parroci della zona. A questo scopo, venne allestita una leza, ossia una di quelle slitte utilizzate solitamente per trasportare la legna tagliata nei boschi, alla quale furono attaccati due muli. Sopra la slitta, su alcune balle di paglia, fu fatto sedere il vescovo, protetto dal freddo autunnale con una coperta. Si trattava di una personalità importante: un tipo rubicondo e fresco, dalle mani delicate, bêl rus, bêl frësch, ch' u smiâva un gugnen regiau [bello rubizzo, dalla pelle fresca, che sembrava un maiale reggiano].

Il prete di Lunassi, rivolgendosi a Notu, il conducente della slitta, conoscendo il tipo gli raccomandò:
"Bestèmia nô, neh! [Non bestemmiare, eh!]"
Ma quegli obiettò: "Se nu bestêmio, i müi nu van [Se non bestemmio, i muli non vanno]".
Il sacerdote risoluto insistette: "Ti t' dev nô bestêmià [Tu, non devi bestemmiare]".
"Nô, nô, i nu van: mi nu u fâsu... ch'u guida lu! [No, no, non vanno: io non lo faccio... piuttosto guidi lei!]"
"No, no: ti te dev guidà [No, no: tu devi guidare]."
"...N'asidente pösu dil? [...Un accidente almeno posso dirlo?]"
Il prete concedette: "Sì, n' asidente t' pö dil [Sì, un accidente puoi dirlo]."
E così, mentre il vistoso convoglio, formato dalla leza e da tutti i preti che la accompagnavano, si avviava sulla fanghiglia della strada, Notu bacchettava i muli gridando:
"Va là... va là... N'asidente... N'asidente a ti e a chi te pôrti! [Va là... Un accidente a te e a chi porti!]"
All'udire queste parole, i preti inorridirono... Fortunatamente il monsignore non capiva il dialetto!


Detti

 

Sânta Lucia
ar pâs d'una furmia,
Pascuëta
'n' urëta.

    "Santa Lucia
    il passo d'una formica,
    Pasquetta
    un'oretta."

A proposito del ritmo di crescita delle ore di luce con il procedere dell'anno. Santa Lucia prima della riforma del calendario cadeva intorno al solstizio d'inverno; "Pasquetta" è il giorno dell'Epifania.

 

Cuand che u sù u turna indré
a gh'oma l'âcua ai pé.

    Quando il sole torna indietro
    abbiamo l'acqua ai piedi.

Durante i temporali, le apparenti schiarite sono spesso di breve durata.

 

Cuand u tempurâl u vena da San Bâstiau
u n' piöva né incö` né dmau,
cuand u vena da zü da Pô
péia e vâl e mètal in cô.

    Quando il temporale viene da San Sebastiano
    non piove né oggi né domani,
    quando viene dalle bassure del Po
    prendi il vaglio e mettilo in cima.

Detto della zona di Volpedo: le nuvole che preludono a pioggia non sono quelle provenienti dall'alta valle, ma quelle provenienti dalla pianura. Il vaglio, sorta di piatto usato per eliminare la pula dai ceci sfruttando la brezza dell'aria aperta, non poteva essere utilizzato in caso di brutto tempo.

 

A Castarnöv
in cuâtar i mángen un öv
e n' in vansa ancú 'na ciâpa
ch' i la vân a vend in piâsa.

    "A Castelnuovo
    in quattro mangiano un uovo
    e ne avanzano ancora un pezzo
    che vanno a vendere in piazza."

Sulla presunta avarizia degli abitanti di Castelnuovo Scrivia.

 

Cuiou!
Par fâ ar brôd bou,
u gh' uâr di bêi capou!

    "Cretino!
    Per fare il brodo buono
    ci vogliono dei bei capponi!"

 

Díu na scampa da u lamp e da u trou,   
e dra râsa di Bidou!
"Dio ci scampi dai lampi e dai tuoni
e dalla razza dei Bidone!"

Contro la famiglia Bidone di Volpedo; variante di un detto diffuso in altre località fino alla Liguria.

 

U vâr püsé un mât a câ sua
che sêt sâvi a câ d'i àtar.

    "Vale di più un matto a casa propria
    che sette savi a casa degli altri."

"Giocare in casa" è sempre vantaggioso. 

  

A prima zö`bia d'avrí
a verdüra a vena grosa cme un barí.   
Il primo giovedì d'aprile
la verdura cresce grossa come un barile.

"Giovedì" ha il senso di "settimana". Detto di San Sebastiano Curone.

 

Pü e côrp u s' früsta
pü l' âmma a s' giüsta.   
"Più il corpo si deteriora
più l'anima guarisce."

Pü e corp u dvênta früstu
pü e pâternostro u dvênta giüstu.   
"Più il corpo si deteriora
più il "Padre nostro" diventa giusto.

Invecchiando, la gente si fa più incline alla religione. Versioni rispettivamente del tortonese e di Garbagna.

 

Temp e cü
u fâ cme ch' u vö lü.   
"Tempo e culo
fanno come vogliono loro."

Al tempo meteorologico, come all'intestino, non si può comandare. Detto tortonese.

 

Se t'ciâp... / Sêt ciâp...   
tri cüi e mêz!       
Se ti prendo... / Sette chiappe...
tre culi e mezzo!

Scherzosa minaccia con un gioco di parole, diffuso anche in altre zone padane.

 

A bêla de Turiggia
tüti la vön, niçün u la piggia.   
"La bella di Torriglia
tutti la vogliono, nessuno la prende."

Versione genovese di un detto diffuso.

 

Chi é ch' u zbàlia ar prim butou,   
u zbàlia tüta ra butunera.
"Chi sbaglia il primo bottone,
sbaglia tutta la bottoniera."

Se qualcosa si imposta male, se ne pagano le conseguenze fino alla fine. 

 

Rugar a u surí,
castegn a l'inverní.     
"Roverelle a solatio,
castagni a settentrione."

Le due specie xerofila e sciafila più comuni nei boschi della collina e bassa montagna.

 

Uflé, uflé, uflé,
ognidöi u sô misté.     
"Offellaio, offellaio, offellaio,
a ognuno il proprio mestiere."

Offellaio è un pasticcere che produce offelle, biscotti ovali tipici in particolare di Parona in Lomellina; di questo detto esiste anche una versione milanese.


Filastrocche

-- A vâm a Vughera?
-- A fâ, a fâ?
-- A mangià i grafiou.
-- Cuiou, cuiou!

    "-- Andiamo a Voghera?...
    -- A fare che, a fare che?
    -- A mangiare i graffioni [ciliege].
    > -- Stupido, stupido!"

Onomatopeico per il canto dell'usignolo.

 

Me papà,
me mamà
i m'an fât
un vestinei
curt curt curt:
a móstar
töt
i ciâp i ciâp i ciâp i ciâp!

    Mio papà,
    mia mamma
    mi hanno fatto
    un vestitino
    corto corto corto:
    fa vedere
    tutte
    le chiappe le chiappe le chiappe le chiappe!

Onomatopeico per il canto del fringuello/usignolo?.

 

Trâta, trâtöra,
la mâma l'é andâta a scöra,
ar papà l'é andât al bôsc,
l'â purtà a câ na mëca e un ôs
e una râma ad sanguinei
par bât ar cü ai sô fiulei.

    Trata, tratora,
    la mamma è andata a scuola,
    il papà è andato al bosco,
    ha portato a casa un pane e un osso
    e un ramo di Cornus sanguinea
    per picchiare il sedere del suo bambino.

Il primo verso è onomatopeico per il dondolare di una culla di legno.

 

A madâma Tric e Trâc
la lavura a fâ i calsët:
s'â lavura pianei
â guadâgna un suldei,
s'â lavura un pô pü fôrt
â guadâgna un sôd.

      La signora Tric Trac
      lavora per fare i calzini:
      se lavora lentamente
      guadagna un soldino,
      se lavora un po' più velocemente
      guadagna un soldo.

 

Trenta, cuâranta,
la pecora la canta,
la canta ins'al murou,
vâ a ciamà al sô padrou;
sô padrou l'é a l'uspidâl,
vâ a ciamà la padrona;
la padrona l'é in giardei
a fâ balà al cagnulei:
cagnulei "bâu bâu"
e la gâtta "gnau gnau"
e l'üzlei "cip cip",
cantaruma mi e ti.

    Trenta, quaranta,
    la pecora canta,
    canta sopra il gelso,
    vai a chiamare il suo padrone;
    il suo padrone è all'ospedale,
    vai a chiamare la padrona;
    la padrona è in giardino
    a far ballare il cagnolino:
    cagnolino "bau bau"
    e la gatta "miau miau"
    e l'uccellino "cip cip",
    canteremo io e te.

 

Trenta, quaranta,
tutto 'l mondo canta,
canta lo gallo,
risponde la gallina,
madama Tumasina
s'affaccia alla finestra
con tre corone in testa,
con tre corone in man
sulla porta di Milan,
sulla porta di Tortona
ch'a pistâva l'êrba bona,
êrba bona ben pistà,
cuàtar dôn int'una strâ:
iöna a cüza, l'âtra a tàia,
l'âtra fâ i caplei ad pàia,
la pü bêla fâ l'amur,
fâ l'amur cu u siur dutur,
siur dutur l'â fât la süpa,
la sô sêrva la mangia tüta.

    ...
    [in italiano] 
     
     
     
     
     
     
     
    ... 
    che pestava l'erba buona,
    erba buona ben pestata,
    quattro donne su una strada:
    una cuce, l'altra taglia,
    l'altra fa i cappellini di paglia,
    la più bella fa l'amore,
    fa l'amore con il signor dottore,
    il signor dottore ha fatto la zuppa,
    la sua serva la mangia tutta.


Detti memorabili

 

"A m' lâv ra fâcia, una bâla e l'âtra...: u gh' uâr ancura dez minüt."
"Ti lâvti tüt i dü asêma, che a t' rispârmi cencu minüt!"

"Mi lavo la faccia, una balla e l'altra...: ci vogliono ancora dieci minuti."
"Tu lavatele tutte e due insieme, che così risparmi cinque minuti!"

Lo zio Dario.

 

"Cul fiö` lí l'é insí pülid, ch'u s'pudares, u s'cavares föra i büghé, e u s' dares na bêla arzintâda!"

"Quel ragazzo lì è così pulito che, se potesse, si tirerebbe fuori le viscere e ci si darebbe una bella lucidata!"

Tita e Tatà, sorelle nubili di Castelnuovo Scrivia, a proposito del nipote Pippo.

 

"L'é rivà chí int' ra cöna, e l'é andà via vestí da spuz."

"E' arrivato qui nella culla, ed è andato via vestito da sposo."

Le stesse sul nipote Cesare, che visse a lungo con loro durante la giovinezza.

 

"Metí ra buca in piga par i anlôt!"

"Mettete la bocca in piega per i ravioli!"

Le stesse ai nipoti, il giorno in cui avevano preparato i ghiotti ravioli per pranzo.

 


Teatro

Dialogo fra i genitori del pittore Giuseppe Pellizza da Volpedo, Pietro Pellizza e Maddalena Cantù. Dalle rappresentazioni allestite nel 2001 a Volpedo in occasione del centenario della realizzazione del celebre quadro "Il quarto stato".

Madre: "U vö fâ e pitur..."
Padre: "Sé ch'u vö fâ?..."
M: "E pitur. I l' diza töti in paiz. U gh'â u dou..."
P: "Eh, u dou... Mi a gh'ö d' mistè ch'u lavura int'i camp."
M: "Ma lü l'é delicà."
P: "Eh, delicà, delicà... Mi a a sô età..."
M (interrompendolo): "Lü l'é inteligent. U vö andà a Milau..."
P: "A Milau a fâ che rôba?"
M: "A impârà a fâ e pitur."
P: "Ancura a scöla?!"
M: "Se chël chì l'é u so distei, u gh'uâr dâgh na mau, u gh'uâr iütâl..."
P (dopo una lunga pausa): "E vâ bei: s'u gh'â d'andà, ch'u vâga... Con töta a fâm ch'u gh'é 'n gir, u vö fâ e pitur; e chi é ch'al mantena?... Nüàtar u gh'uâr che a lavuroma töta a vita... U pudiva stà bei... L'é töta rôba so... Mé ch' u viva un pitur?!"
M: "Vendenda i cuâder... Lü l'é brâv, u farà pôca fadiga. Ma u gh'uâr du temp... U gh' bzôgna ch'a fâm töti di sacrifësi! Mi a n' vöi nô ch' u s' diza 'n gir che par culpa nôstra e fiö l'â nô pudü` fâ sé ch'u vriva; d' culpa a n' in vöi nô, mi. Lü l'é fât parëgia: u vö fâ e pitur... Ch'u l' fâga: a staroma a vëga."
P: "Ma a gent in paiz sé ch'la dirà... Ch'a l' manténom a fâ e plandrou..."
M: "Ma sa vöt ch' i capësa... E pö, ch' i diza sé ch' i vöran: e fiö l'é u nòstar, toca a nüàtar decid... [Si alza] Lü u farà e pitur, donca dômsa da fâ."
"Vuol fare il pittore..."
"Che cosa vuol fare?..."
"Il pittore. Lo dicono tutti in paese. Ha il dono..."
"Eh, il dono... Io per mestiere gli passo il lavorare nei campi."
"Ma lui è una persona delicata."
"Eh, delicato, delicato... Io alla sua età..."
"Lui è intelligente. Vuole andare a Milano..."
"A Milano a far che?"
"A imparare a dipingere."
"Ancora a scuola?!"
"Se questo è il suo destino, bisogna dargli una mano, bisogna aiutarlo..."
"E va bene: se deve andare, che vada... Con tutta la fame che c'è in giro, vuol fare il pittore; e chi lo mantiene?... Noi bisogna che lavoriamo tutta la vita... Poteva stare bene... E' tutta roba sua... Come vive un pittore?!"
"Vendendo i quadri... Lui è bravo, farà poca fatica. Ma ci vuole del tempo... Bisogna che facciamo tutti dei sacrifici! Io non voglio che si dica in giro che per colpa nostra il ragazzo non ha potuto fare quello che voleva; di colpa non ne voglio, io. Lui è fatto così: vuol fare il pittore... Che lo faccia: staremo a vedere."
"Ma la gente in paese che cosa dirà... Che lo manteniamo a fare il fannullone..."
"Ma che cosa vuoi che capiscano... E poi, dicano quello che vogliono: il figlio è nostro, tocca a noi decidere... Lui farà il pittore, quindi diamoci da fare."


Versi

Ecosofía / Claudio Gnoli, Pippo Bruni (1997)

Sulle lezioni di etica ambientale del prof. Luciano Valle

    A mi u m' piâz prôpi un bêl pô
    cuand ch' a s' trövma tüti asêma
    'nt' un bêl sit ad Lumbardia:
    gh' e dra gent ch' a ven da via
    e ti t' sent tüt i parlà
    d' sâ e da dlâ, da la campâgna,
    d' i muntâgn, d' i vâl, d' i lâgh,
    dal Tizei, d' l' Âdda e d' Pavía.

    Des tüt citu, par piazí:
    cucêv zü,
    ch'u smia prôpi da viagià
    cuand ch' u pârla e prufesú:
    lü u s' la cünta prôpi bêla,
    cuel ch' i dziva i nòstar vêg
    ch' i sarísen, bêi me spêg,
    i filòzofi d' na vôta:
    Aristòtele e Platou
    e i sapient môri ed indiou,
    e pö u sâlta tant me gnent
    ai modêrni americou...
    ma chi a suma a l' acadêmia!
    Al mé fiö` ch' u fâ 'l dutur
    u gh' â nô tüta sta çiensa!

    Che pö u gh' é la sô murâl
    sia nel bene che nel mâl:
    ghe vö pôch prôpi a capí
    ch' se ti t' ciâp da chí e da lí
    e ta rôb sôd e têra,
    êrba e lêgna tüt i di,
    ti t' as crëd da ves un fürb
    ma t' é un ciula e un belinou
    e ta pö dâ via i cuiou,
    parch' u di ch' t' é tüt distrüt
    par la zmânia d' ciapà sü
    ti t' a t' tröv
    sul me un cou
    int' la têra ruvinà,
    pena d' sâs e arvêgh brüzà.

    Sou discurs bêi e sapient
    ch' i duvrís persuâd la gent:
    ma se pö t' a t' vârd in gir
    cuand ch' ta turna a lavurà
    ti t' a vëd ch' l' é tüt divêrs
    e t' sé pü cs' é ch' u gh' uâr fâ.

    A me piace proprio parecchio
    quando ci troviamo tutti insieme
    in un bel posto di Lombardia:
    c'è della gente che viene da lontano,
    e senti tutti gli accenti
    di qua e di là, della campagna,
    delle montagne, delle valli, dei laghi,
    del Ticino, dell'Adda e di Pavia.

    Adesso zitti tutti, per favore,
    sedetevi,
    che sembra proprio di viaggiare
    quando parla il professore:
    lui ce ne racconta delle belle,
    quello che dicevano i nostri vecchi,
    che poi sarebbero, belli come specchi,
    i filosofi di un tempo:
    Aristotele e Platone
    e i sapienti arabi e indiani,
    e poi salta come se niente fosse
    ai moderni americani...
    ma qui sembra di essere all'accademia!
    Mio figlio, che è dottore
    non è altrettanto colto!

    E dopotutto anche questo ha una morale
    sia nel bene che nel male:
    ci vuol proprio poco a capire
    che se arraffi di qua e di là
    e rubi denaro e terreni,
    erba e legna tutti i momenti,
    tu credi di essere furbo
    ma sei un cretino e un imbecille
    e puoi dar via le balle,
    perché il giorno che hai distrutto tutto
    per la brama di avere
    ti ritrovi
    solo come un cane
    in mezzo alla terra rovinata
    piena di sassi e cespugli bruciati.

    Sono discorsi belli e saggi
    che dovrebbero persuadere le persone:
    ma se poi ti guardi attorno
    quando ritorni a lavorare
    ti accorgi che è tutto diverso
    e non sai più che si debba fare.

 
A cumba / Fabrizio De André, Ivano Fossati
|| Anime salve. 7 -- BMG Ricordi : 1996

Dialogo tra il padre di una ragazza e un suo pretendente;
trascrizione del genovese differente da quella adottata nel libretto originale

«Gh'aivu na bêlla cumba ch'a l'é xöa föa de ca,
gianca cum'a neie ch'a deslengue a Cian d'a Sa
(Duv'a l'é, duv'a l'é?!),
che l'an vurçüa vêdde cegà l'ae a stu cazà
speita cume l'âigua ch'a derüa zü p'ou rià...»
(Nu ghe n'é, nu ghe n'é nu ghe n'é!...)

«Cau ou me zuenottu, ve pôrta miga na smangiaxun?...
Che se cuçì fise purieçi anàvene 'n gattixun...»
(Nu ghe n'é, nu ghe n'é nu ghe n'é!...)

«Vegnu d'a Ca du Rattu, ch'ou magun ou zliga i pê,
vegnu c'ou cö marôttu de na paçun che nu ghe n'é.»

«Chi de cumbe d'atri nu n'é vegnüe, nu se n'é posè,
chi gh'é na cumba gianca ch'a nu l'é a vostra, ch'a l'é a mê.»
(Nu ghe n'é, atre nu ghe n'é!...)

A l'é xöà, a l'é xöà a cumba gianca,
de nötte a l'é xöà au Cian d'a Sa,
a truvian, a truvian a cumba gianca,
de mazu a truvian au Cian d'ou Pan.

«Vui nu vurieçi dàmela sta cumba da maià,
gianca cum'a neie ch'a deslengue nt'ou rià?»
(Duv'a l'é, duv'a duv'a l'é?!)

«Miè che sta cumba bêlla a stâ de lungu a barbacíu:
che nu m'a pôsse vêdde a scricchì nte n'atru níu...»
(Nu ghe n'é, nu ghe n'é nu ghe n'é!...)

«A tegniò a dindanase sutt'a n'angiôu de meigranà
cu a cüa ch'ou l'â d'a sêa a man lingêa d'ou bambaxià.»
(Duv'a l'é, duv'a duv'a l'é?!)

«Zuenu ch'aêi ben parlôu nte sta seian-a de frevà,
sêi che sta cumba a mazu a xöà d'a mê nt'a vostra ca.»
(Nu ghe n'é, âtre nu ghe n'é!...)

A l'é xöà, a l'é xöà a cumba gianca,
de nötte a l'é xöà au Cian d'a Sa;
a truvian, a truvian a cumba gianca,
de mazu a truvian au Cian d'ou Pan.

Duv'a l'é, duv'a l'é ch'a ne s'ascunde?
Se maià, se maià au Cian d'ou Pan;
cum'a l'é, cum'a l'é? L'é cum'a neie
ch'a ven zü deslenguà da ou rià.

A l'é xöà, a l'é xöà a cumba gianca,
de mazu a truvian au Cian d'a Sa;
a truvian, a truvian a cumba gianca,
se maià, se maià au Cian d'ou Pan.

...Cumba cumbetta, beccu de sêa,
sêrva a striggiun ch'ou màiu 'n giandun,
Martin ou va a pê cun l'aze deré,
fögu de lêgne, ànime in sé...

«Avevo una bella colomba che è volata fuori casa,
bianca come la neve che si scioglie a Pian del Sale
(Dov'è, dov'è?!)
che l'hanno vista piegare le ali verso questo casale
veloce come l'acqua che precipita dal rio...»
(Non ce n'è, non ce n'è non ce n'è!...)

«Caro il mio giovanotto, non vi porta mica un qualche prurito?...
Che se così fosse potreste andarvene in giro per amorazzi...»
(Non ce n'è, non ce n'è non ce n'è!...)

«Vengo dalla Casa del Topo, che l'angoscia slega i piedi,
vengo con il cuore malato di una passione che non ha uguali.»

«Qui di colombe d'altri non ne sono venute, non se ne sono posate,
qui c'è una colomba bianca che non è la vostra, che è la mia.»
(Non ce n'è, altre non ce n'è!...)

È volata, è volata la colomba bianca,
di notte è volata a Pian del Sale,
la troveranno, la troveranno la colomba bianca,
di maggio la troveranno a Pian del Pane.

«Voi non vorreste darmela questa colomba da maritare,
bianca come la neve che si scioglie nel rio?»
(Dov'è, dove dov'è?!)

«Guardate che questa bella colomba è abituata a cantare in allegria:
che io non la debba mai vedere stentare in un altro nido...»
(Non ce n'è, non ce n'è non ce n'è!...)

«La terrò a dondolarsi sotto una pergola di melograni
con la cura che ha della seta la mano leggera del bambagiaio.»
(Dov'è, dove dov'è?!)

«Giovane che avete ben parlato in questa sera di febbraio,
sappiate che questa colomba a maggio volerà dalla mia nella vostra casa.»
(Non ce n'è, altre non ce n'è!...)

È volata, è volata la colomba bianca,
di notte è volata a Pian del Sale;
la troveranno, la troveranno la colomba bianca,
di maggio la troveranno a Pian del Pane.

Dov'è, dov'è che ci si nasconde?
Si sposerà, si sposerà a Pian del Pane;
com'è, com'è? È come la neve
che viene giù sciolta dal rio.

È volata, è volata la colomba bianca,
di maggio la troveranno a Pian del Sale;
la troveranno, la troveranno la colomba bianca,
si sposerà, si sposerà a Pian del Pane.

...Colomba colombina, becco di seta,
serva a strofinare per terra col marito a zonzo,
Martino va a piedi con l'asino dietro,
fuoco di legna, anime in cielo...

Canzonetta nuova sopra la gioventù innamorata che si congiunge in matrimonio senza conoscere i doveri dell'uomo / famiglia Cereghino (Fontanabuona)
\\ "La furlancia". 11 -- Folkclub Ethnosuoni (Casale Monferrato : 2000?)

 


Dialetti delle Quattro Province e dell'Oltrepò / Claudio Gnoli ; Daniele Vitali : collaborazione linguistica ; Claudia Bruni, Francesca Bruni, Neri Bruni, Pippo Bruni, Fausto Callegari, Maria Rosa Croce, Claudio Dirotti, Maddalena Lugano, Angelo Montefinale, Delmo Prati : fonti -- Yahoo!-GeoCities <http://www.geocities.com/Athens/Agora/7070/dialetto.htm> (2001.12 - 2002.10 -)

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