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"Sentivo la mia terra vibrare di suoni: era il mio cuore"
(Il suonatore Jones / Fabrizio De André, Giuseppe Bentivoglio -- Produttori associati : 1971)

Consonanti ; Vocali
; Accento ; Il verbo "mangiare"
Nomi di animali ; Nomi
di luoghi e costruzioni caratteristici
Storie ; Detti ; Filastrocche
; Detti memorabili ; Teatro
; Versi
(Volpedo la domenica mattina / Giuseppe Pellizza da Volpedo)
Le valli che scendono, in diverse direzioni, dal primo tratto dell'Appennino Ligure, fra lo Scrivia e il Trebbia, sono chiamate le Quattro Province, perché amministrativamente divise fra le province di Alessandria (Piemonte), Pavia (Lombardia), Piacenza (Emilia-Romagna) e Genova (Liguria). Per la loro posizione hanno sempre costituito un crocevia di commerci e comunicazioni fra la pianura Padana ed il mar Ligure, conservando nel contempo una certa unità di tradizioni e cultura, tuttora espressa in modo particolare nella musica popolare (tradizione del piffero e della musa). Affine è anche la zona collinare dell'Oltrepò tortonese, pavese e piacentino.
I dialetti locali mostrano conseguentemente una miscela di caratteri lombardi, piemontesi, emiliani e liguri, con numerose sfumature ben percepibili. L'Oltrepò appartiene all'area dialettale pavese-piacentina, riconducibile secondo alcuni studiosi all'emiliano e secondo altri al lombardo; le influenze piemontesi sono più deboli: una transizione marcata verso il piemontese si osserva solo a ovest del fiume Scrivia. Una progressiva influenza del ligure ha inizio già dalle medie valli Stáffora e Curone (le vocali tendono a cambiare da /a/ in /o/) e cresce man mano che ci si inoltra per le montagne in direzione sud: le alte valli Trebbia e presumibilmente Borbera si differenziano più decisamente, rientrando nell'area linguistica ligure vera e propria: ad esempio, "aglio" si dice âi in tutto l'Oltrepò ma aggiu a Ottone, mentre al passo di Capanne di Cósola, zona di confine, è âiu; lo stesso confine passa probabilmente per Pei, Brallo e Marsaglia.
Nel raccogliere da varie fonti, in particolare i miei zii e mia madre, detti e storie tradizionali in dialetto, mi sono dovuto porre il problema di stabilire una trascrizione uniforme per l'intera area delle Quattro Province. Le pubblicazioni in dialetto, quali le raccolte di poeti locali e i dizionari, non adottano infatti ancora un sistema unico e coerente, trovandosi così a rendere gli stessi suoni in una grande varietà di modi. Applicando qualche conoscenza di fonologia, ho quindi intrapreso la definizione di un mio sistema di trascrizione. Nel far questo, mi sono reso conto della necessità di conciliare il rigore fonologico offerto dal riferimento dell'alfabeto fonetico internazionale (IPA) con gli usi non sempre logici invalsi nella grafia dell'italiano e di altri dialetti dell'Italia nord-occidentale. La pronuncia dovrebbe così risultare abbastanza intuitiva per un lettore italiano che abbia peraltro cura di esaminare i particolari del sistema adottato.
La pronuncia di {b, d, f, l, m, p, r, t, v} è la stessa dell'italiano; {r} è spesso uvulare, come avviene in francese, nella zona di Voghera e Tortona, mentre altrove è largamente diffusa la pronuncia alveolare.
{n} diventa velare per assimilazione davanti a velare e a laterale (ânca "anche", anlôt "ravioli"); in parole liguri è velare anche in posizione finale e talvolta intervocalica: in quest'ultimo caso è scritta {n-} secondo l'uso ligure e piemontese: lün-a "luna" (un'alternativa più elegante ma inusuale sarebbe {q}). {gn} è una nasale palatale come in italiano: guadagnà "guadagnare".
{ch, gh} sono, come in italiano, le velari {c, g} quando precedono {ê, e, i} e occorre evitare la confusione con le affricate palatali (ad es. citu "zitto", gir "giro"); la stessa grafia è adottata in fine di parola, come già avviene nella trascrizione standard dei dialetti lombardi: per cui poch "poco" e arvêgh "cespuglio" sono pronunciati con finale velare, ma vêg "vecchio" con finale palatale.
{ci, gi} davanti a {a, â, ä, o, ô, ö, u, ü} si pronunciano come affricate palatali, sempre in modo analogo all'italiano: ciamà "chiamare", mangià "mangiare", ecc.
{s} è pronunciata sempre sorda anche quando intervocalica, ad es. in pisarei "gnocchetti". La corrispondente sonora è resa con {z}, ad es. fâzö` "fagioli", mez "mese", zbaià "sbagliare", Zena "Génova".
{ç}, che ricorre solo in parole di origine italiana come çiensa "scienza" e nel ligure, è la fricativa palatale sorda, come nell'italiano sci. In {sci-} invece i suoni {s} e {ci} si pronunciano separati, come ad esempio in sciopà "scoppiare". {x}, che ricorre solo in parole liguri, è la fricativa palatale sonora, come nel francese jeu: nuxe "noce"; la trascrizione con {x}è usata tradizionalmente in Liguria e si trova anche in toponimi, ad esempio Araxi presso Borzonasca.
{ð}, che ricorre solo in val Trebbia, è la fricativa dentale sonora, simile all'inglese the: es. a Ottone ðögo "gioco", ðâ "già".
Il sistema delle vocali può essere riassunto nello schema seguente:
| chiuse |
ü |
i |
u | ||
| medie |
ö |
e |
a |
ë |
o |
| aperte |
ê |
â |
ô | ||
| anteriori arrotondate |
anteriori | centrali | posteriori | posteriori arrotondate |
{i, u} sono pronunciate in modo un po' meno chiuso che nell'italiano standard: ad esempio buca "bocca" si avvicina a boca. Come in italiano, in seconda posizione nei dittonghi assumono valore di semivocali: gâtei "gattino", gâtou "gattone".
{e, o} senza diacritici corrispondono a /e, o/ chiuse dell'italiano. Le corrispondenti aperte -- nettamente più aperte -- sono marcate con un circonflesso {&ê, ô}. Ad es. bêi "belli", bei "bene". Fuori dall'area di influenza ligure, /e/ ricorre quando non accentata, davanti a {n} e nei monosillabi terminanti per {e}, mentre /o/ è poco comune e limitata quasi esclusivamente al dittongo finale /-ou/).
{â} corrisponde alla comune /a/ dell'italiano. Si è scelto di marcarla con un circonflesso, in quanto ricorre soprattutto in posizione accentata, mentre in posizione non accentata è più comunemente sostituita da un suono più chiuso, intermedio fra una /a/ italiana e una e "muta" francese, che caratterizza la parlata di queste regioni (escluse le parti liguri, dove è sostituito da una normale /a/) ed è presente anche nel pavese e nell'emiliano; tale suono è reso in altre sedi con vari diacritici, ma qui, data la sua frequenza e la corrispondenza con {e, o} nello schema, si è scelto di trascriverlo semplicemente {a}. Tale suono ricorre in posizione non accentata, nonché davanti a {n} e nei monosillabi.
Le vocali anteriori arrotondate sono state trascritte con umlaut (dieresi) per analogia con alcune lingue europee: {ü} come nel tedesco Führer, {ö} come la sillaba finale del francese coiffeur.
{ë}, relativamente poco comune, assomiglia alla vocale dell'inglese cup; ha suono simile a {a}, dalla quale probabilmente in alcune località non è distinta.
L'accento cade di regola sulla penultima sillaba, e sull'ultima se questa finisce per consonante o dittongo; {ia} è di regola uno iato, per cui in Pavia l'accento cade sulla /i/. Nei casi diversi da tale regola, la vocale accentata viene marcata:
L'accento può essere marcato anche per distinguere parole di significato diverso con pronuncia uguale: é "è", e "e"; chí "qui", chi "chi"; mé "mio", me "come".
Nei dittonghi l'accento cade sempre sulla vocale più aperta.
Le sillabe accentate sono pronunciate particolarmente lunghe quando parole terminanti per consonante si trovano al termine della frase: ad esempio, in mêz e mêz "così così" è pronunciata molto lunga solo l'ultima parola.
|
mi a mang ti ta mang lü u mángia le a mángia nüàtar a mángium vüàtar a mangí lüàtar i mángen |
"io mangio" "tu mangi" "egli mangia" "ella mangia" "noi mangiamo" "voi mangiate" "essi mangiano" |
Come in altri dialetti e lingue, si osserva il fenomeno
del raddoppiamento del pronome.

(Sul fienile / Giuseppe Pellizza da Volpedo)
| dialetto | italiano | inglese | latino scientifico |
| gât | gatto | cat | Felis catus |
| gâtaspüs | puzzola | polecat | Mustela putorius |
| gât füghei | faina | stone marten | Martes foina |
| bênura | donnola | weasel | Mustela nivalis |
| tâs | tasso | badger | Meles meles |
| vulp | volpe | fox | Vulpes vulpes |
| crâva | capra | goat | Capra hircus |
| scuiâtul [Voghera] súrnia [Varzi] |
scoiattolo | squirrel | Sciurus vulgaris |
| rât | topo | mouse | Mussp., Rattus sp. |
| râtazgüratei | pipistrello | bat | ord. Chiroptera |
| bêrta | gazza | magpie | Pica pica |
| gâzanou | ghiandaia | jay | Garrulus glandarius |
| crov | cornacchia | rook | Corvus corone |
| mêral | merlo | blackbird | Turdus merula |
Un ingenuo giovanotto di Montacuto [paese dell'alta val Curone] cercava moglie, e chiese al prete di consigliargli una brava ragazza per lui. "Ah, ho io la ragazza che fa per te!" rispose il prete: gli presentò una giovane di Musigliano [altro paese della valle], i due si conobbero e presto si sposarono.
Ma solo tre mesi dopo il matrimonio, la giovane partorì! Il giovanotto
allora andò dal prete per protestare: era quella la brava ragazza
che gli aveva consigliato?! Il prete, non sapendo come cavarsela, indicando
un libro di chiesa in latino si informò:
"E t' bon da leze?"
"No..."
"E alura leza chi: "Ôm ad Muntêigu, dôna ad
Müsiâu, dôpu tri mez i fâu" "
[Sei capace di leggere? - No... - Allora leggi qui: "Uomo di Montacuto,
donna di Musigliano, dopo tre mesi li fanno."]
Si notino le forme liguri Muntêigu piuttosto che Muntacü`, fâu piuttosto che fan, ecc.
Il giovanotto in un primo momento ne fu colpito: in effetti, se era scritto sui libri sacri... Ma, ripensandoci, più tardi tornò alla carica: "Padre, sarà scritto dove vuole, ma insomma io lo so bene, che le donne ci mettono nove mesi per fare dei figli!..." E il prete allora: "Uhm, hai detto che non sai leggere, vero? Ecco guarda, leggi qui:"
"Setémbar, setembrei, ar mez ch' u s' câva ar vei:
i sou tri;
utúbar, cucúbar, ar mez ch' u sa scrâva i rúvar:
i sou sez;
ar mez ch' a suma, ar mez ch' anduma, ar mez pasà: i sou növ...
sa vöt ch' a gh' câcia a fâ, na dôna?!"
[Settembre, settembrino, il mese in cui si stappa il vino: sono tre;
ottobre, coccobre, il mese in cui si sfrondano le querce: sono sei;
il mese in cui siamo, il mese prossimo, il mese scorso: sono nove...
quanto credi che impieghi per arrivare a partorire, una donna?!]
"...Eh giâ, u gh' â râzou... gh' eru mía
stâ sura!"
"Ah, par cul lì preòcupat nô: a gh' sou stâ
sura mi!..."
[Eh già, ha ragione: non c'ero stato sopra (a pensare)! - Ah,
per quello non ti preoccupare: ci sono stato sopra io!...]
Lo stesso arguto prete di cui sopra, don Emilio, parroco di Montacuto negli anni Cinquanta, raccontava anche quest'altra storia. Un uomo del paese, emigrato come molti altri in America per trovare lavoro, spediva al paese del denaro indicando di usarlo per comprare lussuosi arredi sacri per la sua chiesa; ma il parroco riteneva meglio adoperarlo per usi più prosaici. Quando morì, l'uomo fu riportato a Montacuto per essere seppellito nel paese natale. Durante la cerimonia funebre il sacerdote, aspergendo il feretro d'incenso con l'apposito calice, tra una frase liturgica in latino e l'altra avrebbe mormorato:
| O pôver cuiou, ti t'a s'crëd ch'u sia d'ôr e inveci l'é ad lutou... |
Oh povero scemo, |
Si noti la forma errata popolare lutou per utou, per il diffuso fenomeno di accorpamento dell'articolo.
Lo zio Dario era veterinario a Volpedo. Ogni tanto gli toccava visitare gli animali dei paesi dell'alta val Curone, per raggiungere i quali doveva compiere un viaggio all'epoca di diverse ore: qualcuno del paese allora lo ospitava per il pranzo.
Una volta, essendo in visita a Muncravò [Montecapraro],
avrebbe dovuto essere ospite a casa del parroco. Su istruzione del parroco,
la perpetua preparò un gran bel pollo, e si accinse quindi a servirlo
in tavola. Ma sul più bello si fermò sgomenta...
"Cosa c'è?"
"Signor parroco... l' é venerdí!"
Nell'eccitazione dell'avvenimento, tutti si erano dimenticati che essendo
venerdì, giorno del digiuno, non era consentito mangiare carne.
La situazione era imbarazzante, poiché d'altra parte rinunciare
alla portata avrebbe significato mancare di rispetto all'ospite.
Riflettendo rapidamente, il parroco si risolse a una soluzione, e si
mise a benedire il pollo con il segno della croce e le formule latine.
Mentre tutti lo guardavano interrogativi, concluse sentenziando:
"Mangè: l' é merlüs! [Mangiate: è
merluzzo!]"
Il vescovo di Tortona visitava i paesi dell'alta val Curone per amministrare la cresima. Dopo avere celebrato il sacramento a Montecapraro, aveva partecipato ad un pranzo con ricchezza di carne e di vino; ed ora doveva trasferirsi a Lunassi, scendendo verso il ponte sul Curone per una stretta stradina, accompagnato dai parroci della zona. A questo scopo, venne allestita una leza, ossia una di quelle slitte utilizzate solitamente per trasportare la legna tagliata nei boschi, alla quale furono attaccati due muli. Sopra la slitta, su alcune balle di paglia, fu fatto sedere il vescovo, protetto dal freddo autunnale con una coperta. Si trattava di una personalità importante: un tipo rubicondo e fresco, dalle mani delicate, bêl rus, bêl frësch, ch' u smiâva un gugnen regiau [bello rubizzo, dalla pelle fresca, che sembrava un maiale reggiano].
Il prete di Lunassi, rivolgendosi a Notu, il conducente della
slitta, conoscendo il tipo gli raccomandò:
"Bestèmia nô, neh! [Non bestemmiare, eh!]"
Ma quegli obiettò: "Se nu bestêmio, i müi nu
van [Se non bestemmio, i muli non vanno]".
Il sacerdote risoluto insistette: "Ti t' dev nô bestêmià
[Tu, non devi bestemmiare]".
"Nô, nô, i nu van: mi nu u fâsu... ch'u guida
lu! [No, no, non vanno: io non lo faccio... piuttosto guidi lei!]"
"No, no: ti te dev guidà [No, no: tu devi guidare]."
"...N'asidente pösu dil? [...Un accidente almeno posso
dirlo?]"
Il prete concedette: "Sì, n' asidente t' pö dil
[Sì, un accidente puoi dirlo]."
E così, mentre il vistoso convoglio, formato dalla leza e
da tutti i preti che la accompagnavano, si avviava sulla fanghiglia della
strada, Notu bacchettava i muli gridando:
"Va là... va là... N'asidente... N'asidente a ti
e a chi te pôrti! [Va là... Un accidente a te e a chi
porti!]"
All'udire queste parole, i preti inorridirono... Fortunatamente il monsignore
non capiva il dialetto!
| Sânta Lucia ar pâs d'una furmia, Pascuëta 'n' urëta. |
"Santa Lucia |
A proposito del ritmo di crescita delle ore di luce con il procedere dell'anno. Santa Lucia prima della riforma del calendario cadeva intorno al solstizio d'inverno; "Pasquetta" è il giorno dell'Epifania.
| Cuand che u sù u turna indré a gh'oma l'âcua ai pé. |
Quando il sole torna indietro |
Durante i temporali, le apparenti schiarite sono spesso di breve durata.
| Cuand u tempurâl u vena da San Bâstiau u n' piöva né incö` né dmau, cuand u vena da zü da Pô péia e vâl e mètal in cô. |
Quando il temporale viene da San Sebastiano |
Detto della zona di Volpedo: le nuvole che preludono a pioggia non sono quelle provenienti dall'alta valle, ma quelle provenienti dalla pianura. Il vaglio, sorta di piatto usato per eliminare la pula dai ceci sfruttando la brezza dell'aria aperta, non poteva essere utilizzato in caso di brutto tempo.
| A Castarnöv in cuâtar i mángen un öv e n' in vansa ancú 'na ciâpa ch' i la vân a vend in piâsa. |
"A Castelnuovo |
Sulla presunta avarizia degli abitanti di Castelnuovo Scrivia.
| Cuiou! Par fâ ar brôd bou, u gh' uâr di bêi capou! |
"Cretino! |
| Díu na scampa da u lamp e da u trou, e dra râsa di Bidou! |
"Dio ci scampi dai lampi e dai tuoni e dalla razza dei Bidone!" |
Contro la famiglia Bidone di Volpedo; variante di un detto diffuso in altre località fino alla Liguria.
| U vâr püsé un mât a câ sua che sêt sâvi a câ d'i àtar. |
"Vale di più un matto a casa propria |
"Giocare in casa" è sempre vantaggioso.
| A prima zö`bia d'avrí a verdüra a vena grosa cme un barí. |
Il primo giovedì d'aprile la verdura cresce grossa come un barile. |
"Giovedì" ha il senso di "settimana". Detto di San Sebastiano Curone.
| Pü e côrp u s' früsta pü l' âmma a s' giüsta. |
"Più il corpo si deteriora più l'anima guarisce." |
| Pü e corp u dvênta früstu pü e pâternostro u dvênta giüstu. |
"Più il corpo si deteriora più il "Padre nostro" diventa giusto. |
Invecchiando, la gente si fa più incline alla religione. Versioni rispettivamente del tortonese e di Garbagna.
| Temp e cü u fâ cme ch' u vö lü. |
"Tempo e culo fanno come vogliono loro." |
Al tempo meteorologico, come all'intestino, non si può comandare. Detto tortonese.
| Se t'ciâp... / Sêt ciâp... tri cüi e mêz! |
Se ti prendo... / Sette chiappe... tre culi e mezzo! |
Scherzosa minaccia con un gioco di parole, diffuso anche in altre zone padane.
| A bêla de Turiggia tüti la vön, niçün u la piggia. |
"La bella di Torriglia tutti la vogliono, nessuno la prende." |
Versione genovese di un detto diffuso.
| Chi é ch' u zbàlia ar prim butou, u zbàlia tüta ra butunera. |
"Chi sbaglia il primo bottone, sbaglia tutta la bottoniera." |
Se qualcosa si imposta male, se ne pagano le conseguenze fino alla fine.
| Rugar a u surí, castegn a l'inverní. |
"Roverelle a solatio, castagni a settentrione." |
Le due specie xerofila e sciafila più comuni nei boschi della collina e bassa montagna.
| Uflé, uflé, uflé, ognidöi u sô misté. |
"Offellaio, offellaio, offellaio, a ognuno il proprio mestiere." |
Offellaio è un pasticcere che produce offelle, biscotti ovali tipici in particolare di Parona in Lomellina; di questo detto esiste anche una versione milanese.
| -- A vâm a Vughera? -- A fâ, a fâ? -- A mangià i grafiou. -- Cuiou, cuiou! |
"-- Andiamo a Voghera?... |
Onomatopeico per il canto dell'usignolo.
| Me papà, me mamà i m'an fât un vestinei curt curt curt: a móstar töt i ciâp i ciâp i ciâp i ciâp! |
Mio papà, |
Onomatopeico per il canto del fringuello/usignolo?.
| Trâta, trâtöra, la mâma l'é andâta a scöra, ar papà l'é andât al bôsc, l'â purtà a câ na mëca e un ôs e una râma ad sanguinei par bât ar cü ai sô fiulei. |
Trata, tratora, |
Il primo verso è onomatopeico per il dondolare di una culla di legno.
| A madâma Tric e Trâc la lavura a fâ i calsët: s'â lavura pianei â guadâgna un suldei, s'â lavura un pô pü fôrt â guadâgna un sôd. |
La signora Tric Trac |
| Trenta, cuâranta, la pecora la canta, la canta ins'al murou, vâ a ciamà al sô padrou; sô padrou l'é a l'uspidâl, vâ a ciamà la padrona; la padrona l'é in giardei a fâ balà al cagnulei: cagnulei "bâu bâu" e la gâtta "gnau gnau" e l'üzlei "cip cip", cantaruma mi e ti. |
Trenta, quaranta, |
| Trenta, quaranta, tutto 'l mondo canta, canta lo gallo, risponde la gallina, madama Tumasina s'affaccia alla finestra con tre corone in testa, con tre corone in man sulla porta di Milan, sulla porta di Tortona ch'a pistâva l'êrba bona, êrba bona ben pistà, cuàtar dôn int'una strâ: iöna a cüza, l'âtra a tàia, l'âtra fâ i caplei ad pàia, la pü bêla fâ l'amur, fâ l'amur cu u siur dutur, siur dutur l'â fât la süpa, la sô sêrva la mangia tüta. |
... |
"A m' lâv ra fâcia, una bâla e l'âtra...:
u gh' uâr ancura dez minüt."
"Ti lâvti tüt i dü asêma, che a t' rispârmi
cencu minüt!"
"Mi lavo la faccia, una balla e l'altra...: ci vogliono ancora
dieci minuti."
"Tu lavatele tutte e due insieme, che così risparmi cinque
minuti!"
Lo zio Dario.
"Cul fiö` lí l'é insí pülid, ch'u s'pudares, u s'cavares föra i büghé, e u s' dares na bêla arzintâda!"
"Quel ragazzo lì è così pulito che, se potesse, si tirerebbe fuori le viscere e ci si darebbe una bella lucidata!"
Tita e Tatà, sorelle nubili di Castelnuovo Scrivia, a proposito del nipote Pippo.
"L'é rivà chí int' ra cöna, e l'é andà via vestí da spuz."
"E' arrivato qui nella culla, ed è andato via vestito da sposo."
Le stesse sul nipote Cesare, che visse a lungo con loro durante la giovinezza.
"Metí ra buca in piga par i anlôt!"
"Mettete la bocca in piega per i ravioli!"
Le stesse ai nipoti, il giorno in cui avevano preparato i ghiotti ravioli per pranzo.
Dialogo fra i genitori del pittore Giuseppe Pellizza da Volpedo, Pietro Pellizza e Maddalena Cantù. Dalle rappresentazioni allestite nel 2001 a Volpedo in occasione del centenario della realizzazione del celebre quadro "Il quarto stato".
| Madre: "U vö fâ e pitur..." Padre: "Sé ch'u vö fâ?..." M: "E pitur. I l' diza töti in paiz. U gh'â u dou..." P: "Eh, u dou... Mi a gh'ö d' mistè ch'u lavura int'i camp." M: "Ma lü l'é delicà." P: "Eh, delicà, delicà... Mi a a sô età..." M (interrompendolo): "Lü l'é inteligent. U vö andà a Milau..." P: "A Milau a fâ che rôba?" M: "A impârà a fâ e pitur." P: "Ancura a scöla?!" M: "Se chël chì l'é u so distei, u gh'uâr dâgh na mau, u gh'uâr iütâl..." P (dopo una lunga pausa): "E vâ bei: s'u gh'â d'andà, ch'u vâga... Con töta a fâm ch'u gh'é 'n gir, u vö fâ e pitur; e chi é ch'al mantena?... Nüàtar u gh'uâr che a lavuroma töta a vita... U pudiva stà bei... L'é töta rôba so... Mé ch' u viva un pitur?!" M: "Vendenda i cuâder... Lü l'é brâv, u farà pôca fadiga. Ma u gh'uâr du temp... U gh' bzôgna ch'a fâm töti di sacrifësi! Mi a n' vöi nô ch' u s' diza 'n gir che par culpa nôstra e fiö l'â nô pudü` fâ sé ch'u vriva; d' culpa a n' in vöi nô, mi. Lü l'é fât parëgia: u vö fâ e pitur... Ch'u l' fâga: a staroma a vëga." P: "Ma a gent in paiz sé ch'la dirà... Ch'a l' manténom a fâ e plandrou..." M: "Ma sa vöt ch' i capësa... E pö, ch' i diza sé ch' i vöran: e fiö l'é u nòstar, toca a nüàtar decid... [Si alza] Lü u farà e pitur, donca dômsa da fâ." |
"Vuol fare il pittore..." "Che cosa vuol fare?..." "Il pittore. Lo dicono tutti in paese. Ha il dono..." "Eh, il dono... Io per mestiere gli passo il lavorare nei campi." "Ma lui è una persona delicata." "Eh, delicato, delicato... Io alla sua età..." "Lui è intelligente. Vuole andare a Milano..." "A Milano a far che?" "A imparare a dipingere." "Ancora a scuola?!" "Se questo è il suo destino, bisogna dargli una mano, bisogna aiutarlo..." "E va bene: se deve andare, che vada... Con tutta la fame che c'è in giro, vuol fare il pittore; e chi lo mantiene?... Noi bisogna che lavoriamo tutta la vita... Poteva stare bene... E' tutta roba sua... Come vive un pittore?!" "Vendendo i quadri... Lui è bravo, farà poca fatica. Ma ci vuole del tempo... Bisogna che facciamo tutti dei sacrifici! Io non voglio che si dica in giro che per colpa nostra il ragazzo non ha potuto fare quello che voleva; di colpa non ne voglio, io. Lui è fatto così: vuol fare il pittore... Che lo faccia: staremo a vedere." "Ma la gente in paese che cosa dirà... Che lo manteniamo a fare il fannullone..." "Ma che cosa vuoi che capiscano... E poi, dicano quello che vogliono: il figlio è nostro, tocca a noi decidere... Lui farà il pittore, quindi diamoci da fare." |
Ecosofía / Claudio Gnoli, Pippo Bruni (1997)
Sulle lezioni di etica ambientale del prof. Luciano
Valle
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A mi u m' piâz prôpi un bêl pô |
A me piace proprio parecchio |
A cumba / Fabrizio De André, Ivano Fossati
|| Anime salve. 7 -- BMG Ricordi : 1996
Dialogo tra il padre di una ragazza e un suo pretendente;
trascrizione del genovese differente da quella adottata nel libretto originale
| «Gh'aivu na bêlla cumba ch'a l'é xöa föa
de ca, gianca cum'a neie ch'a deslengue a Cian d'a Sa (Duv'a l'é, duv'a l'é?!), che l'an vurçüa vêdde cegà l'ae a stu cazà speita cume l'âigua ch'a derüa zü p'ou rià...» (Nu ghe n'é, nu ghe n'é nu ghe n'é!...) «Cau ou me zuenottu, ve pôrta miga na smangiaxun?... «Vegnu d'a Ca du Rattu, ch'ou magun ou zliga i pê, «Chi de cumbe d'atri nu n'é vegnüe, nu se n'é
posè, A l'é xöà, a l'é xöà a cumba
gianca, «Vui nu vurieçi dàmela sta cumba da maià, «Miè che sta cumba bêlla a stâ de lungu
a barbacíu: «A tegniò a dindanase sutt'a n'angiôu de meigranà «Zuenu ch'aêi ben parlôu nte sta seian-a de frevà, A l'é xöà, a l'é xöà a cumba
gianca, Duv'a l'é, duv'a l'é ch'a ne s'ascunde? A l'é xöà, a l'é xöà a cumba
gianca, ...Cumba cumbetta, beccu de sêa, |
«Avevo una bella colomba che è volata fuori casa, bianca come la neve che si scioglie a Pian del Sale (Dov'è, dov'è?!) che l'hanno vista piegare le ali verso questo casale veloce come l'acqua che precipita dal rio...» (Non ce n'è, non ce n'è non ce n'è!...) «Caro il mio giovanotto, non vi porta mica un qualche prurito?... «Vengo dalla Casa del Topo, che l'angoscia slega i piedi, «Qui di colombe d'altri non ne sono venute, non se ne sono posate, È volata, è volata la colomba bianca, «Voi non vorreste darmela questa colomba da maritare, «Guardate che questa bella colomba è abituata a cantare
in allegria: «La terrò a dondolarsi sotto una pergola di melograni «Giovane che avete ben parlato in questa sera di febbraio, È volata, è volata la colomba bianca, Dov'è, dov'è che ci si nasconde? È volata, è volata la colomba bianca, ...Colomba colombina, becco di seta, |
Canzonetta nuova sopra la gioventù innamorata che
si congiunge in matrimonio senza conoscere i doveri dell'uomo / famiglia
Cereghino (Fontanabuona)
\\ "La furlancia". 11 -- Folkclub Ethnosuoni (Casale Monferrato
: 2000?)
Gente cariççima fêiv' atensiun
che mi vö cantu sta vêgia cansun,
e mi v'a cantu ch'a vegn' a prupisiu
a sêrve e zueni ch'i n'an de giüdisiu,
a sêrve e dône e ai mezi cristian
che píggian maiu e no san cose i fan.
Primma de tüttu bezögna pensà
chi piggia maiu se va a tribulà,
e disgrassie sun prunte següe:
bezögna vêine de cötte e de crüe;
poi vegne dì u fa naçe i figgiö`,
tütti i fastidi ch'i fan patí a u cö`
e gh'é a nötte ch'i cianza e ch'i cria
e se furme na müxica 'nfinia...
E l'me l'a ditu l'Andrea Cereghin:
chi [nö vö fastidi n'a a restà ?] fantin,
fa cume i prêvi ch'en privilegè,
che se cunsèrvan a verginitè:
i prè i s'a píggian na bêlla servetta
e s'a mantégnan bêlla antichetta;
ma i prè an stüdiou e i san cose i fan:
da sêrti fastidi ne stan da luntan!
Dialetti delle Quattro Province e dell'Oltrepò / Claudio Gnoli ; Daniele Vitali : collaborazione linguistica ; Claudia Bruni, Francesca Bruni, Neri Bruni, Pippo Bruni, Fausto Callegari, Maria Rosa Croce, Claudio Dirotti, Maddalena Lugano, Angelo Montefinale, Delmo Prati : fonti -- Yahoo!-GeoCities <http://www.geocities.com/Athens/Agora/7070/dialetto.htm> (2001.12 - 2002.10 -)