Landini

L'ALTRA CASA


di Maurizio Landini

 

Oltre le grandi finestre, la notte era un’inutile attesa dell’alba: scariche elettriche all’orizzonte illuminavano di tanto in tanto il cielo affollato da nubi minacciose. Ci sentivamo tutti prigionieri in una gabbia elettrificata, nell’infausta prospettiva di essere divorati da una bestia sconosciuta che ci puntava dal suo angolo buio.

Fuori, il giardino attorno alla Casa era la decalcomania per la pelle di un grosso tamburo: i nostri occhi vigili battevano sugli alberi, tra i cespugli, picchiavano con forza oltre la siepe ben curata, fino ad arrossarsi e bruciare. Andavano a fuoco le nostre speranze di uscire vivi da qui. Un incendio doloso che noi stessi avevamo scelto di appiccare, per esserne poi le vittime. Curioso, no?

La fine dei topi.

Piccoli criceti malinconici che ormai aspettavano soltanto di assaporare le fauci di una morte affamata di noi. Avevo imparato a conoscere le sue pause piene di silenzio, trascorse a fiutare la nostra paura. E il vuoto nero lasciato dalle zanne, sui corpi straziati dei nostri compagni di Gioco.

Ogni tanto dalla vegetazione buia si udiva un lamento raggelante che durava decine e decine di secondi/anni: e in quella "breve eternità" non potevamo che invecchiare a vista d’occhio.

Igor armato di mannaia spiava il bianco del soffitto: cercava un rumore qualsiasi, la traccia riconducibile ai movimenti di quella cosa sul tetto.

Sette dei dieci partecipanti al Gioco erano accatastati nella dispensa, dei cenci sporchi di sangue, carne e dentate; tre soltanto, me compreso, non avevano troppa fretta di unirsi a loro.

O almeno io e Igor: Olga sembrava voler perdere per sempre lo sguardo dentro la vecchia TV in bianco e nero.

Stavano trasmettendo noi.

Le telecamere ci riprendevano in un altro presente. Un altrove televisivo: qualcuno faceva ginnastica, qualcun altro vuotava un vasetto di Nutella; il povero Raul raccontava cazzate. Rideva.

Lì, non aveva la testa staccata a morsi.

Lì, non è qui.

Se quella era la diretta della nostra vita, in quale tempo reale stavamo (soprav)vivendo? Chi stava esistendo spensieratamente in quello schermo, al nostro posto?

Invidiavo il mio sosia e avevo un mal di testa critico. Acuminato. Ma non potevo certo permettermelo. Nessuna distrazione, amici miei. Qui chi è nominato lo senti dalle urla. Io non volevo essere il prossimo. E neanche il successivo.

Olga era irremovibile. Lo sguardo rapito da quella diretta televisiva: un sedano pallido vestito da aerobica. Igor ed io volevamo tanto aiutarla, ma era già perduta: dovevamo pensare alla nostra vita piuttosto: evitare di tramutarci in avanzi di pasto.

Ad un tratto la luce se ne andò nuovamente: "noi" sparimmo dalla TV, inghiottiti in un punto. Sapevo cosa sarebbe successo. Il mio cuore perse un giro. Qualcosa si mosse rapidamente nelle tenebre: una scheggia di vento gelido attraversò la cucina emettendo un verso vagamente simile a un ululato distorto che schiacciò il gemito inutile della povera Olga. Rumore di furiosa masticazione, tensione/rilassamento mascellare/mandibolare, ossa spezzate come matite.

Igor si abbatté sul mostro calando la sua mannaia: non so se ebbe il tempo di comprendere l’ingenuità del suo gesto disperato, prima che la cosa gli avesse aperto la calotta cranica come il coperchio di uno yogurt.

Io finii a cuccia sotto il tavolino, un cane bastonato: respiravo come per voler esaurire in un attimo tutta l’aria del mondo; afferravo con due mani il coltello da cucina fendendo l’aria a casaccio –una ginnastica spossante quanto vana. Non passò molto tempo che sentii il fiato della bestia (credevo forse di scamparla?) inondarmi con un tanfo di sangue cotto misto a sugo andato a male: un pugno sul naso -mille libbre di odore nauseabondo- mi sbatté a tappeto…

…Ripresi i sensi rischiando seriamente un infarto: china su di me la creatura mi fissava movendo la testa come un cagnolino curioso. Immagino studiasse un modo più originale per togliermi dal mondo. Forse non aveva molta fantasia e presto si sarebbe decisa a massacrarmi nella maniera abituale. Respiravo a fatica e il mio cuore ormai pompava a un ritmo inconcepibile: mi stavo ormai rassegnando all’imminenza di un arresto cardiaco pre-macellazione, quando alle spalle dell’essere apparve un uomo ben vestito: aveva l’aspetto di un cantante da night club, un soggetto evaso da un rotocalco dei favolosi anni sessanta.

Quella visione mi tranquillizzò un po’: ebbi così la forza di realizzare che mi trovavo disteso sul pavimento di una stanza -probabilmente mi trovavo ancora nella Casa- che non avevo mai visto: quattro facce truccate di intonaco biancastro sotto l’occhio luminoso di una lampada piatta che contribuiva ad annullare il tempo.

<<Questo è il mio spettacolo.>> disse l’uomo. Si accese un sigaro al gusto di menta che subito si prese l’aria circostante con la sua rete a strascico di fumo denso.

<<E’ solo mio.>> puntualizzò come un bambino che rivendica il possesso esclusivo dei suoi giocattoli.

<<Ho pagato molto per mantenervi in vita. La vostra vita televisiva, intendo. Del resto, ogni cosa ha un prezzo. La finzione non mi interessa: lascio volentieri quel surrogato ai telespettatori. Per me riservo sempre il meglio: questa è la realtà. >>

Trovavo la sua voce profonda stranamente rassicurante. Poteva convincermi di tutto con quel timbro di voce. Pure che la morte in fondo non era la cosa peggiore che potesse capitarmi…

<<Tu, sei l’unico sopravvissuto. Fin d’ora. Complimenti.>> I suoi occhi, infastiditi dal fumo si chiusero in due tagli. Interruppe il suo monologo e prese a passeggiare per la stanza vuota osservando le pareti come per ammirare una mostra di quadri invisibili. La bestia seguiva i suoi movimenti girando la testa in modo anomalo.

<<Vorresti che ti premiassi, vero? Magari con la vita…>> riprese, appoggiato con la schiena alla parete di fronte a me. Abbassò la testa e si perse un attimo nelle sue scarpe lucide.

<<…Mi dispiace>>, sembrava fosse rivolto ai suoi "piedi di cuoio", <<Qui non ci sono premi da assegnare>>. Rialzò la testa per deliziarmi del suo sorriso di plastica.

<<Perché non sono previsti vincitori…>>.

Si trattenne per qualche secondo saldato alla parete bianco sporco, con la faccia che si sforzava di esprimere profonda saggezza; quindi se ne andò uscendo da una porta fino a quel momento mascherata nel muro.

Adesso restiamo io e il Grande Fratello che mi fissa.

Allora, che si fa?, mi viene da domandare, e non so come riesco a conservare ancora il mio senso dell’umorismo.

(Istinto di rassegnazione?)

Passa qualche istante e il mostro si stanca di guardarmi: agita la sua mano unghiata lacerando l’aria in un ampio semicerchio che ha un punto di tangenza sulla mia gola. Un flash.

Emetto un verso simile a un gorgoglio: porto le mani al collo come per strangolarmi.

Finalmente lascio il Gioco anch’io, naufragando nel sangue.

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